So Contemporary/Jean–Michel Basquiat

Il genio e il suo tempo

di Giusi Affronti

New York, 1988. A Jean–Michel Basquiat bastano poco più di tre tubetti di colore acrilico per mettere in scena, sulla tela, una cavalcata con la morte. Lo sfondo gessoso, senza vocabolario pop o giochi di parole (barrate, spesso, le sue), è monocromo, ieratico. E’ un silenzio sordo dove le linee della pittura si stagliano come note di un riff di Jazz o fonemi di una canzone Scat.

In Riding with death, l’ultimo autoritratto dell’artista nero più famoso della storia, compare uno spettro scarnificato in groppa a un cavallo scheletrico. Le figure con cui l’artista scimmiotta gli uomini appaiono incorporee per la velocità dell’esecuzione e assurgono a presenze sciamaniche. L’opera evoca un Trionfo della morte in chiave punk, intona una tragica ode alla mortalità: un presagio della propria, imminente, e un commiato alla recente fine di Andy Warhol, signore della Pop Art e suo mentore.

Basquiat anestetizza il dolore, la solitudine e la frustrazione del successo in una sfatta ritualità scandita da un centinaio di dosi di eroina al giorno.

Riceve oppio dall’Iran e cocaina dalla Bolivia, la droga viaggia in mezzo alle tele dei suoi quadri. La gente dice che, con gli occhi, Jean-Michel riesce a mangiarti la faccia; la sua, a quel tempo, non possiede quasi più denti ed è segnata da ferite da tossicodipendente.

Jean–Michel Basquiat è un pittore geniale e di grande talento, divenuto leggenda ancora prima dei ventuno anni. Rimane, però, per tutta la vita, un bambino selvaggio con un buco nell’anima. Il suo corpo, senza la milza – asportatagli, da ragazzino, in seguito a un incidente automobilistico – non è in grado di filtrare le tossine; per questo, forse, per lui non esiste confine tra arte e vita.

Basquiat dorme, cammina, scribacchia e mangia sopra le sue tele. Non dipinge mai in silenzio: c’è sempre il brusio e la luce blu della televisione o la musica, dai Talking Heads a Charlie Parker, che provenga sia dal walkman sia da uno stereo Panasonic che porta con sé in ogni occasione, nei suoi viaggi, alle cene con i collezionisti. Scarabocchia, disegna, dipinge continuamente, sempre di più, come fosse un’altra dipendenza. Oltre alle droghe e al sesso. Su oggetti trovati, scatole, pannelli e porte.

Basquiat è un consumatore onnivoro d’informazioni, sperimenta sulla propria pelle un’enciclopedica anarchia di visioni: mastica la cultura sputandola, poi, in pezzi disordinati.

“Non so descrivere il mio lavoro […]. E’ come chiedere a Miles Davis com’è il suono della sua tromba”, risponde. Le immagini sulle sue tele galleggiano come relitti su un mare agitato di contestazione, paranoia e ironia. Segni calligrafici, pittogrammi, writing, sigle di copyright, figure disegnate alla maniera dei bambini di angeli o diavoli, di uomini bianchi o atleti neri, che digrignano i denti o indossano corone.

La sua ispirazione proviene da artisti di ogni tempo (Leonardo, Dubuffet, Twombly, Schnabel), dalla Bibbia e da libri di anatomia, dalla cultura Pop(ular) e dalla Storia. Sembra non ci sia alcuna possibilità di distillare o interpretare.

Jean-Michel Basquiat è preistoria e futuro. Muore a ventisette anni, per un’overdose da mix di droghe. Nel suo loft, al 57 di Great Jones Street, i periti di Christie’s catalogano diverse dozzine di opere di Andy Warhol, una collezione vintage di mobili coloniali, un armadio a muro pieno di abiti griffati, una biblioteca con oltre mille videocassette, centinaia di musicassette e libri d’arte, una copia cartonata di “Bird Lives!”, la biografia di Charlie Parker, un punching bag Everlast, sei sintetizzatori, qualche strumento africano, un Meccano, un paio di cuffie e una bicicletta rossa.

Novecento diciassette disegni, ottantacinque litografie, cento settantuno dipinti e venticinque album di schizzi: Basquiat, carnefice e vittima di un mercato dell’arte modello pentola a pressione, ha sempre bisogno di soldi e dipinge, su commissione, due o tre quadri ogni giorno. E’ bulimico di arte e di relazioni: il suo carisma attrae in maniera magmatica galleristi, collezionisti, amici e donne. Jean-Michel ti seduce, ti fagocita nel suo universo a orologeria sempre sul punto di esplodere e, infine, manda all’aria tutto.

È il 10 febbraio 1985 quando il New York Time gli dedica una copertina dal titolo: “New Art, New Money. The marketing of an American artist”, consacrandolo al jet set statunitense come il più celebre pittore degli anni Ottanta. Con indosso un completo Armani dipinto di vernice, l’artista con i dreadlocks giganteggia, scalzo, su una grande sedia e in mano tiene un pennello a mo’ di scettro: Jean-Michel Basquiat è un principe nero, sexy, arrogante e folk.

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Fino a pochi anni prima era stato il “poeta” metropolitano SAMO (acronimo per “The Same Old Shit”), “scarabocchiando” idee ermetiche e “tag” rivoluzionari con una bomboletta spray nelle strade di Downtown (così lo si vede nel video “Rapture” dei Blondie). Susanne Mallaouk, sua compagna di allora, una notte va a letto con un graffitista e il giorno dopo si sveglia al fianco di una star. Il successo negli anni Ottanta esplode all’improvviso e ha la parabola di una bolla: i galleristi dell’East Village e di Soho sono uomini di potere uguali, per gergo e stile di vita, ai loro clienti di Wall Street.

“Ha ventidue anni, è nero e passerà alla Storia”: Henry Geldzahler così racconta Jean-Michel Basquiat al suo team in galleria il giorno dopo aver visto i suoi lavori per la prima volta.

E’ il ritratto di un giovane pittore dai tratti feroci, quasi primitivi, che vende la sua arte per trentamila dollari alla intellighenzia bianca ma che fa fatica a fermare un taxi per strada perché nero. Hank Aaron, Jesse Owens, Sugar Ray Robinson, Jersey Joe Walcott, Jack Johnson, Miles Davis, Charlie Parke: non a caso, dipinge solo eroi neri, dello sport o della musica.

Jean-Michel, uomo dal cuore esotico, fa a botte per una vita intera contro il sacco da boxe, contro la sua famiglia, contro il sistema dell’arte e, soprattutto, contro se stesso. Basquiat decide di essere un artista mainstream.
Non vuol essere un artista nero. Vuol essere un artista famoso.