Moonlight

Un film che s’immerge nel disagio, senza perdere la tenerezza

Moonlight, di Barry Jenkins, con Alex Hibbert, Asthon Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Alì, Naomi Harris, Andrè Holland e Janelle Monae. Circa 150 premi in tutto il mondo, tra cui quello dell’American Film Institute, un Golden Globe, come miglior film drammatico, l’Oscar 2017 come miglior film e a Mahershala Alì come miglior attore non protagonista. Nelle sale

di Irene Merli

Miami, quartiere nero di Liberty City. Un bambino di nove anni molto piccolo ed esile, che tutti chiamano Little, si rifugia in una stamberga, covo di tossici, per difendersi dai bulli che lo perseguitano chiamandolo faggot, ‘frocio’.

Ma un uomo lo ha visto entrare. È Juan, uno che conta, il trafficante a capo del racket locale. Juan non ha figli e qualcosa gli è scattato dentro, vedendo quello scricciolo spaurito. Così lo porta a casa e lo affida alle cure della sua donna, Theresa, e poco a poco i due diventano la famiglia del ragazzino. Little, infatti, non ha padre e sua madre è divorata dalla dipendenza da crack: non ha tempo per lui, lo manda spesso fuori casa,di notte e di giorno, ma già ha notato che ha un modo particolare di camminare.

Moonlight è un romanzo di formazione aspro e delicato, intimo e crudele, sensibile e violento, diviso in tre capitoli che portano i nomi del protagonista, dall’infanzia alla piena giovinezza: Little, Chiron, Black.

Tratto in gran parte da una pièce, In Moonlight Black Boys Look Blue, racconta con essenzialità, poesia e penetrante precisione la storia di un un bambino troppo adulto, che si rifugia nel mutismo solitario per sfuggire a una contesto violento e machista, capace solo di scambiare la sua silenziosa diversità per un’imperdonabile forma di debolezza.

Quando poi il ragazzino cresce e scopre chi è, quanto questo faccia male, quanta forza ci voglia, finirà per cedere a un’esplosione di violenza che gli cambierà la vita, senza riuscire a fargli perdere la corazza di difesa.

Anzi, da adulto se ne costruirà una più efficace, una sorta di maschera di muscoli e metallo. Ma il gelo interiore non può durare per sempre.

“Sei solo tu a decidere quello che sarai”, aveva detto Juan a Little, anni prima. E per Black, che dentro è sempre l’orfano di padre con una madre perduta, che non sapeva mai chi era e cosa poteva dire o cosa no, la breccia si apre nell’incontro con l’altro, quel momento così forte di emozione e riconoscimento per cui vale la pena di attendere una vita.

Anche per un uomo che ormai è un criminale con un corpo potentissimo, denti d’oro e braccialetti, sulle orme del suo amato padre putativo.

Girato e fotografato in modo molto personale e magnifico, in una Miami inedita, non la solita party town, con una luce che dà bagliore a tutto il film e una presenza ultrasignificativa del mare – una delle scene più belle è quella in cui Juan insegna a Little a nuotare – Moonlight ha anche una colonna sonora particolare, in grado di catturare tutti i toni della storia, e si avvale di un cast di ottimi attori.

Il protagonista è stato interpretato da tre attori diversi, che per decisione del regista non si sono incontrati e non hanno somiglianze fisiche, tutti e tre magnifici.

Mahershala Alì per il suo Juan ha preso l’Oscar ed è davvero da applauso la performance di Naomi Harris, attrice nera inglese, diplomata all’Old Vic, la Moneypenny degli ultimi Bond film, che qui si è trasformata in un personaggio disperato e disperante imparando a parlare lo slang dei criminali di Liberty City.

“Con questo film abbiamo osato mostrare uomini neri che di innamorano l’uno dell’ altro, abbiamo rifiutato di descrivere il ghetto come un inferno solo per suscitare compassione, abbiamo mostrato uno spacciatore attraverso il suo affetto paterno per un ragazzino e non solo come un criminale”, ha spiegato Barry Jenkins, che è nato e cresciuto nel quartiere del film e, come l’ autore della pièce, ha avuto una madre single e tossicodipendente.

Altro che concessione al black power, dopo le polemiche dell’anno scorso su un Oscar troppo ‘bianco’! Jenkins con il suo secondo film si rivela uno dei giovani autori americani più interessanti e Moonlight per fortuna non è un’opera manifesto, ma una storia universale, toccante, lontanissima da ogni cliché sociologico. E vicinissima a chi sappia vedere una storia con occhi e cuore.