Alla scoperta della città che non dorme mai
in compagnia di Alberto Rollo
di Enza A. Moscaritolo
Recensire “Un’educazione milanese” di Alberto Rollo (Manni Editore), dopo la sua candidatura nella rosa dei ventisette titoli del Premio Strega 2017, può mettere una certa apprensione. Sia perché l’opera in questione è sotto i riflettori degli addetti ai lavori sia perché la mia opinione va inevitabilmente a confrontarsi con quella degli illustri recensori da cui è stata preceduta. Per non farsi mancare nulla, inoltre, bisogna ricordare che Alberto Rollo non è un esordiente qualunque, bensì un nome storico dell’editoria italiana, a lungo direttore letterario della casa editrice Feltrinelli, dove ha lavorato per oltre vent’anni, e dal 2017 è in Baldini&Castoldi. Ha tradotto autori inglesi e americani contemporanei, da Jonathan Coe a William Faulkner. Ha scritto per il teatro e ha realizzato documentari per la tv.
“Un’educazione milanese” è un romanzo autobiografico, raccontato in prima persona dall’autore nato agli inizi degli anni Cinquanta da una famiglia di origini leccesi, in una città fremente di espansione edilizia (con ritratti che riportano alla mente “Il ragazzo della via Gluck”) e di lì a poco del boom economico.
La scrittura di Rollo è straordinaria sin dalle prime battute: piana, accessibile, conduce per mano il lettore in questo viaggio alla scoperta di una Milano che nessuno conosceva, se non chi l’aveva vissuta per davvero perché per certi versi può essere ancora misteriosa, abituati, come siamo, ai neon e alle luci multicolor degli ultimi decenni.

Una città in bianco e nero, con il suo fiero tran tran operaio, le amicizie adolescenziali e i primi amori celebrati fra scali merci e recinti incustoditi: «Ogni cantiere si lasciava alle spalle quel museo del lavoro che si estendeva per chilometri come un deserto metropolitano, un deserto che di lì a qualche anno sarebbe stato suddiviso in nuovi lotti abitabili, ma per il momento era solo spazio dell’avventura e forse anche di traffici criminali».
Rollo è padrone della scrittura, lo sa bene e per questo si destreggia fra i diversi passaggi con abilità magistrale.
A proposito delle tapparelle che in quel periodo fecero la loro prima comparsa al posto delle persiane, ad esempio, scrive impeccabilmente: «Facevano un rumore caratteristico sia calando che sollevandosi, al mattino: una specie di scricchiolio, una gragnola a singhiozzo, un gracchiare tambureggiato, più veloce e secco nella chiusura, più cadenzato all’apertura, in sintonia con la quantità di luce che si voleva entrasse».
La vicenda personale di Rollo funge, in realtà, da archetipo per raccontare ciò che è occorso realmente a quella generazione, nata all’indomani del dopoguerra, sbocciata negli anni del boom e consacrata definitivamente negli anni Ottanta, e che ha visto sotto i suoi occhi i cambiamenti repentini occorsi nel giro di pochi anni. Quella generazione che ha tentato di uccidere i padri per affrancarsi dai modelli preesistenti, creandone di nuovi, sospesa a metà tra la nostalgia per il passato fatto di cose semplici e il futuro delle ambizioni, del successo, della “Milano da bere”.
Per far questo, nella prima parte del romanzo, Rollo si lascia andare ad un lungo monologo, quasi un flusso di coscienza in cui personaggi e luoghi trovano sempre uno spazio ben definito, una descrizione precisa, una coloritura mai sbavata né eccessiva.
Quando lo sguardo volge all’indietro, indugia con tenerezza su dettagli, particolari e sensazioni; quando è piegato sul presente, lo stile è più asciutto, quasi chirurgico, come quando sorvola sull’Expo o sulle modelle in metropolitana durante la Settimana della Moda.
La sua educazione milanese – oltre ad essere un bilancio – è un’iniziazione, un percorso fatto di tappe obbligate – quelle cioè che appartengono al percorso di ciascuno – declinate, però, in un contesto unico e irripetibile nel resto d’Italia. A tutti, infatti, tocca bene o male confrontarsi con Milano o con la sua rappresentazione. Una città che educa inevitabilmente sia chi vi nasce, sia chi la sceglie come città da vivere.
L’immagine di Milano in apertura è una foto di Marco Trovò tratta da Flickr in CC