Una settimana e un giorno

Una settimana e un giorno, di Asaph Polonsky, con Shai Avivi, Evgenia Dodina e Tomer Kapon.

di Irene Merli

Nella cultura ebraica la Shiv’ah è una tradizione molto sentita. Chi subisce un lutto lo osserva strettamente per una settimana, senza lavorare e restando gran parte del tempo a casa, dove parenti e amici vengono ad assistere e sostenere la famiglia colpita.

Si prega, si parla, si mangia. La mattina del settimo giorno, una funzione conclude questo periodo di lutto stretto e condiviso.

Il film del giovane regista israeliano, qui alla sua prima opera, inizia proprio quando la Shiv’ah dei due protagonisti finisce. E vuole far vedere cosa succede quando si torna alla realtà.

Eyal Spivack e sua moglie Vicky hanno perso il loro unico figlio, adolescente. Il giorno dopo la rituale settimana, lui torna all’hospice dove il ragazzo era ricoverato per recuperare una coperta e trova una confezione di maryuana per uso medico.

Decide di prenderla e si trova costretto a chiedere aiuto al figlio degli odiosi vicini di casa, che fa il pony per un take away di sushi: vuole farsi uno spinello e non sa proprio come fare, da solo.

Inizia così uno strano rapporto di solidarietà tra i due, che aiuterà Eyal ad affrontare l’inaffrontabile vivendo una serie di avventure e di incontri zingareschi in ospedale, al cimitero come al mare.

Sua moglie, invece, si è irrigidita nel suo immenso dolore e pretende di vivere la quotidianità di “prima” , pur sapendo che non sarà possibile.

È come se si volesse aggrappare alla realtà per riuscire a sopravvivere: torna a lavorare a scuola senza preavviso, pretendendo di congedare il suo supplente, va dal dentista in ritardo e salta la coda, fa la spesa e la ginnastica come sempre.

“Una settimana e un giorno” racconta ciò che accade davanti all’assurdo ̶ la morte terribile e ingiusta di un ragazzino ̶ senza però cadere in una narrazione cupa. E questo grazie all’ironia delle interazioni umane, che accende una luce sulle tenebre del dolore.

Asaph Polosky riesce così ad affrontare un discorso serio su come ognuno di noi si confronta con la perdita di una persona cara, con un registro che fa ridere e piangere.

Nel suo film si vedono bene le diverse reazioni all’irreparabile: Eyal rifiuta la normalità, mentre Vicky la cerca. Perché tutti hanno un modo proprio di reagire al dolore.

L’unica reazione condivisa è l’allergia ai vicini ipocriti, che nei momenti più difficili li hanno lasciati soli e poi si presentano, dopo lo Shiv’ah, con un inutile dolce.

Nei momenti più duri, verità e menzogna dei sentimenti si rivelano in modo quasi accecante, è esperienza comune.

“Una settimana e un giorno”, recitata da un attore che in Israele è conosciuto soprattutto per i suoi ruoli comici e da un’attrice che al contrario è nota per quelli drammatici, in una sintonia unica e credibile, è davvero un piccolo gioiello. Cercatelo nella vostra città. Ne varrà la pena.