Nella bottega del liutaio

La bottega di Sergio Verna è nella Quinta Rua, a Ricetto di Candelo, borgo medievale del XIII secolo. Nato e cresciuto a Biella, Sergio vanta un’antenata, Caterina Verna, accusata di stregoneria nel 1630.

Testo e foto di Cristina Zuppa

Tutti dovrebbero avere antenati così, mi dice con occhi luminosi e allegri, ed io sono d’accordo con lui, e un po’ anche lo invidio, chè nella mia storia familiare non sono presenti antenate streghe. Solo un incontro, da parte di Vincenzo Zuppa, padre del mio bisnonno. Ad una strega, sorpresa nella stalla ad intrecciare la coda della cavalla, Vincenzo aveva tirato via il mantello. Una strega senza mantello perde ogni potere, così si dice. E pare che per riaverlo la strega abbia pregato e supplicato mostrando così evidente afflizione da indurre l’uomo a restituirglielo commosso. La strega riconoscente promise protezione per il bisnonno e per sette generazioni a venire. Di cui io sarei la quarta.

Al Ricetto Sergio è arrivato nel 1998, acquistando un piccolo spazio e facendone il suo laboratorio di liuteria, accanto a cantine, magazzini ad altre botteghe artigiane.

Difficile immaginare una location più appropriata per un liutaio che costruisce proprio strumenti di origine medievale, le ghironde. Lo stesso Sergio, alto, capelli lunghi e bel fisico slanciato, somiglia ad un guerriero di altri tempi.

Mi viene incontro sorridente sulla stradina di ciottoli e mi introduce nel suo piccolissimo laboratorio. Piacevole e avvolgente il disordine all’interno, trucioli, odore di legno, strumenti finiti e strumenti appena incominciati, colla, vernici, seghe, martelli e altri arnesi di falegnameria. E ghironde, naturalmente.

“Come falegname ho cominciato a lavorare che non avevo ancora 14 anni. Fin da quando ero piccolo sono stato affascinato dal legno. Provavo a costruirmi da me i giochi che i miei, non essendo ricchi, non potevano comprarmi. Prendevo il legno e ci provavo, a lavorarlo, mi industriavo. Dunque quando si è trattato di decidere un mestiere, per me la falegnameria è stata una scelta naturale. Ho lavorato restaurando mobili antichi, di valore, e il mio datore di lavoro, mio primo maestro, mi ha anche finanziato dei corsi estivi di ebanisteria, scultura su legno e restauro. Il legno ho imparato a conoscerlo a fondo”.

“Un giorno mi sono innamorato della ghironda, così, sentendola suonare in giro. Mi piaceva il suono, così particolare. Ne volevo una, volevo imparare a suonarla. Il problema è che era uno strumento troppo costoso da comprare. Allora ho preso le misure di quella di un amico e ho provato a costruirla da me. La prima non è venuta malissimo. Ho continuato a provare, chiedevo cose a chiunque sapesse aiutarmi, rompevo le scatole in lungo e in largo per capire come le varie cose si potevano migliorare, e da lì ho cominciato”.

“La ghironda nasce nella seconda metà del 1300, come strumento per far ballare. Nell’inferno musicale di Bosch, proprio al centro, c’è una ghironda: tutto quello che portava divertimento per la chiesa era infatti peccato, ed era destinato all’inferno. Per molto tempo viene utilizzata principalmente dai mendicanti, fino a quando nel ‘700 in Francia diviene strumento di moda a corte, ed anche i grandi musicisti dell’epoca, Mozart, Vivaldi, Haydn, cominciano a comporre per ghironda. Terminato il periodo “colto”, torna ad essere strumento di musica popolare a da ballo”.

Com’è fatta una ghironda?

“C’è una ruota di legno, ricoperta di pece, che si fa girare azionando una manovella posta al lato dello strumento”. Mentre mi sporgo per vedere la ruota, ridendo mi avverte: “mai toccare la ruota a un ghirondista, a meno che non vuoi fargli un dispetto: la nostra pelle è grassa, e anche se non lo vediamo lascia un velo di unto sulla ruota, che a quel punto non suona più, perché non fa attrito, ed il ghirondista è costretto a fare da capo tutto il lavoro di impeciatura”.

“La ruota si comporta come un archetto di violino, sfrega le corde tese. Ci sono due corde del canto, o cantini, al centro, che servono per suonare la melodia: le diverse note sono prodotte variando la lughezza delle corde schiacciandole a diverse altezze con una tastiera, un po’ come quando con le dita si comprimono le corde della chitarra o del violino. Poi ci sono i bordoni, posti ai lati, che invece emettono una nota continua, di accompagnamento, tipo la nota continua della cornamusa, che può essere la tonica o la dominante (rispettivamente la prima o la quinta nota della scala in uso, n.d.r.). La trompet, infine, è una corda che sfregata produce una sorta di ronzio continuo. La trompet appoggia su un ponticello mobile che, dando dei colpi di polso alla manovella, vibra sulla cassa e fa da ritmica”.

C’è molta richiesta di ghironde e strumenti medievali?

“Sì, abbastanza. Lavoro solo su commissione, su ordinazione. Mi sono specializzato su ghironde, organistrum, symphonie, tutta la famiglia delle ghironde. Sto cominciando adesso a costruire anche le nikelarpe, uno strumento inventato dagli svedesi, e poi alcuni strumenti antichi tipo le citole.Normalmente gli ordini provengono da musicisti, o allievi di musicisti. A volte anche da semplici appassionati”. “Lavoro ce n’è tanto. Non ci si arricchisce, certo, ma io sono dell’idea che quando ho messo insieme il pranzo con la cena e non ho debiti, altro non mi interessa”.

“L’ordine della citola, questa che sto lavorando ora, è arrivato da un cliente che suona musica antica. Mi ha mandato l’iconografia presa da un libro franco del IX secolo, e mi ha chiesto se potevo fargliela. In questo caso siamo dovuti partire dall’immagine perché lo strumento originario è andato perduto, nessuna citola è arrivata ai nostri giorni”.

“Ho ricavato le misure dello strumento facendo un rapporto con l’altezza presunta del musicista raffigurato nell’immagine, considerando l’altezza media degli uomini in quel periodo storico. Ho trovato la lunghezza del diapason, la lunghezza della corda, fatto la divisione per trovare le ottave, calcolato lo spessore della corda per avere il suono e così via. Poi il suono originale nessuno lo sa, ma si può cercare di avvicinarsi il più possibile a quello che era. Lì è tutto un discorso di calcoli matematici che bisogna fare”.

Ma hai cercato nei libri anche descrizioni del suono dell’epoca?

“In alcuni casi sì, in fonti del tardo medioevo o rinascimento si possono trovare descrizioni. Per epoche precedenti invece è più difficile. Ora le mie ricerche le faccio prevalentemente su internet. Ma quando internet non c’era mi appoggiavo ad amici che studiavano quei periodi storici e avevano accesso a biblioteche specializzate. Facevo l’elenco di quello che mi serviva e loro mi facevano le fotocopie. Adesso che molti archivi sono stati digitalizzati è più facile, semplicemente collegandomi ad internet posso in autonomia trovare le descrizioni delle sonorità, di quello che poteva essere il suono dello strumento”.

Quanto tempo impieghi per costruire una ghironda?

“Per fare una ghironda ci vogliono quattro o cinque mesi, ma non sono tutti di lavoro continuativo. Si fanno delle parti, poi occorre lasciarla ferma per un po’, aspettare che si stabilizzi. Non puoi prenderla e finirla subito. Ci vuole pazienza”.

“Di solito lavoro su più strumenti contemporaneamente. Quattro o cinque per volta. Le richieste sono tante. Lavorando da solo più di tanto non posso fare. Inoltre faccio tutto a mano, quindi ci metto più tempo”.

“Tante cose della ghironda non si trovano già fatte, devo tagliare io il legno. Ad esempio, per fare le casse si può usare materiale per chitarre o per liuti, stessa cosa per le tavole armoniche. Tutto il resto invece non si trova e occorre partire dall’asse di legno. Io faccio tutto da me, anche i tasti. L’unica cosa che compro sono le corde e il perno di metallo. In verità il perno, quello cui è fissata la ruota, me lo faccio tagliare da mio fratello che fa il meccanico ed ha gli strumenti adatti”.

“Parto dal legno. C’è una segheria a Desio, vicino Milano, che tratta solo legname da liuteria. I legnami da liuteria vanno tagliati in un modo diverso rispetto a quelli da falegnameria. Vai, scegli il legno che vuoi, c’è già quello stagionato, poi lo lasci ancora almeno altri due o tre anni prima di lavorarlo”.

“Per la tavola armonica si usa l’abete, che è un legno di risonanza. Per il fondo e la cassa si può usare il tasso, o anche l’acero. Il tasso si usava tanto nel barocco per fare i liuti di pregio, ma è difficile da trovare nelle dimensioni giuste. Anche il legno da frutta è adatto, melo o pero, che sono anche bellissimi”.

“Il palissandro preferisco non usarlo. Di solito non uso legni esotici perché sono contrario alla deforestazione. Nei paesi d’origine spesso non esiste una politica di tutela delle foreste, e molte zone dove questi legni crescono sono state oggetto di sfruttamento talmente intensivo che tante varietà di legni si stanno estinguendo. Il palissandro indiano, ad esempio, non esiste più. Anche l’ebano evito di adoperarlo. Lo uso quando mi viene espressamente chiesto per i tasti. Se posso, lavoro piuttosto il legno ebanizzato, che ha il colore dell’ebano. Non è legno dipinto, è legno che viene messo in un’autoclave con del nero che viene spinto dentro a pressione di modo che il colore entra in tutto lo spessore”.

“Per dare la forma che voglio uso il calore. Scaldo la piastra e ci appoggio il legno. Senza bagnarlo! E’ importante. Il legno bagnato è più facile da piegare, ma assorbe umidità e quella ci vogliono anni poi per eliminarla. Le casse a liuto sono tutte rotonde, ma se dovessi piegare a vapore, il legno una volta asciutto si ritirerebbe e spaccherebbe. Piegando a caldo invece si elimina ulteriormente l’umidità che potrebbe esserci e non si rischia che la cassa si spacchi poi nel tempo”.

“Faccio da me anche tutte le decorazioni, e la scultura della testina sulla cavigliera. Anche quelle si trovano già fatte, ma sono standard. Invece scolpendole nuove posso personalizzarle, e creare uno strumento diverso per ciascun cliente”.

Sei anche musicista, oltre che liutaio?

“Nella musica sono totalmente autodidatta. Da adolescente, come tanti, strimpellavo la chitarra. Poi l’ho lasciata per la ghironda. Ho imparato a suonarla, per un po’ ho fatto parte dei Quinta Rua, un gruppo di musica tradizionale che prende nome proprio dalla strada dove ho la bottega, ma non avevo mai il tempo di studiare i pezzi. Restavo sempre indietro per cui ad un certo punto ho lasciato. Erano cinque ghironde, una più una meno – dice ridendo – chi vuoi che se ne accorga”.

 

Mentre parliamo nella bottega entra un bellissimo gatto rosso, si muove agile e sicuro fra gli strumenti, si accomoda sul piano di lavoro.

 

“Questo gatto è di tutti e di nessuno. E’ un randagio, vive qui, tutti gli danno cibo e coccole. E’ un amico. Spesso mi fa compagnia mentre lavoro. Qualche anno fa c’era anche Gandalf. Una cornacchia, era ferita, l’ho curata. Era un maschio. Quando è arrivato il momento di lasciarlo andare, perché era guarito, ha deciso di fermarsi qui. Era libero ma tornava, eravamo amici. Se tornava entro una certa ora dormiva dentro, altrimenti dormiva fuori, a sua discrezione. Se lo chiamavo arrivava subito. A volte veniva per conto suo, per farsi accarezzare, si metteva sulla spalla. Se c’era una donna si divertiva a tirarle le calze col becco. E’ stato qui sei o sette anni. Poi si è trovato una compagna, è venuto qui a presentarmela, si è fatto fare le coccole e poi è partito. Non è più tornato. Contento per lui, ma mi è dispiaciuto separarmene, perché era un amico.

Un anno è arrivato anche uno scoiattolo, si è auto invitato ed è andato a svernare sopra, nella soffitta. Ogni tanto veniva giù e gli davo da mangiare. Saliva sul tavolo, si riempiva la bocca gonfiando le guance e ritornava su. Poi è arrivata la primavera ed è partito, è andato via. Anche lui non è più tornato. Anche con un topolino avevo fatto amicizia, gli davo le crocchette dei gatti. Era bellino, col pelo lucido, un topolino di campagna”.

Chi sa chi sarà il prossimo ospite. La bottega è lì, e Sergio è un uomo generoso e accogliente, con tutti.