Al-Aqsa, Gerusalemme e l’occupazione

Il conflitto e il ruolo dei coloni, sempre più fattore di violenza e sopraffazione

di XXX

Tolgono i metal detector da al-Aqsa. Rimangono però serrati i controlli, le perquisizioni per l’accesso alla Spianata delle moschee, il limite di età (se hai meno di 50 anni non puoi entrare).

La vittoria è quindi monca, la calma non ha fatto ingresso alla Spianata delle moschee. Proteste, proiettili veri e di gomma. Scontri a Gerusalemme, a Betlemme (dove si registra l’ennesimo martire, un ragazzo di 24 anni), a Khalil (comunemente nota come Hebron).

Queste giornate non sono altro che il frutto di un piano consolidato, un piano iniziato ben prima della Nakhba (catastrofe) del ’48, il piano Dalet o piano B, che prevede la progressiva eliminazione della Palestina e la totale assimilazione e sottomissione dei suoi abitanti.

L’attentato avvenuto a Gerusalemme due settimane fa e che ha portato alla morte di tra soldati israeliani altro non ha rappresentato per l’occupazione che una scusa per continuare un processo inarrestabile e che, tra le altre cose, prevedeva la spartizione della moschea di al-Aqsa se non addiruttura il divieto di accesso ai musulmani.

La forte reazione da parte della popolazione palestinese e della solidarietà dal basso di tutto il mondo mediorientale (a differenza dei governi che invece si sono bene guardati da appoggiare ufficialmente la Palestina) e la successiva escalation di violenza che solo da parte palestinese ha portato a 450 feriti e diverse uccisioni, ha per adesso messo uno stop all’istituzione di check-point stile Khalil (Hebron), ma non ha fermato l’espressione della rabbia che ormai pervade in tutta la Palestina, dalla Cisgiordania a Gaza.

Molte sono state le analisi di questi giorni, e le cronache accurate. Si è parlato di nuovo di resistenza, di vendetta, i media hanno utilizzato ancora una volta l’espressione terza intifada.

Le strade sono tornate ad essere luogo non sicuro, i check-point delle possibili trappole omicide per i palestinesi, ci sono state incursioni di ragazzi disperati nelle colonie, l’uccisone di un ragazzo in Giordania nell’ambasciata israeliana, un giovane prima minacciato dalla guardia, poi ammazzato a sangue freddo quando ha tentato di difendersicon un cacciavite per legittima difesa ferendo lievemente l’ambasciatore, feriti nelle manifestazioni, e ancora lacrime, spargimento di sangue…

Si è parlato del ruolo dell’esercito israeliano, del compito dell’Autorità Nazionale Palestinese, si è definita nuovamente la resistenza palestinese terrorismo.

Tuttavia, quello che manca nella narrazione di questo ultimo periodo, è il ruolo che giocano i coloni nella storia della Palestina occupata.

Spesso dipinti solo come ebrei ortodossi che vogliono ritagliarsi uno spazio pacifico nel territorio palestinese, lo stile di vita che portano avanti ormai da generazioni non ha nulla a che vedere con il concetto di pace.



Cronache di ordinaria sopraffazione a Hebron

La mentalità che sta alla base del loro agire è spesso caratterizzata dalla profonda convinzione di essere il popolo eletto, quindi superiore e di poter disporre del territorio e delle vite dei suoi abitanti a proprio piacimento, un pensiero che si manifesta attraverso una profonda intolleranza che si esprima nell’oppressione più feroce.

Da sempre parte integrante e fattore del piano di pulizia etnica, la potenza dei coloni cresce a dismisura soprattutto a partire dal 1993.

Dal 1993 ad oggi, infatti, in base agli accordi di Oslo, la Palestina è divisa in tre zone definite area A, B e C, ossia zone sotto la sola autorità dell’occupazione israeliana, zone sotto il controllo del governo dell’Autorità nazionale palestinese e zone ad amministrazione per così dire congiunta.

Come si è detto tante volte questa spartizione non è netta. Di fatto in Cisgiordania, ossia la parte sotto il totale controllo palestinese, si sono sviluppati nel corso degli anni degli agglomerati urbani, insediamenti che di fatto costituiscono un’ulteriore limite alla mobilità dei palestinesi e rafforzano lo schema dell’apartheid secondo una logica basata sull’intimidazione e la violenza.

Nate come eccezione, le colonie si sono piano piano moltiplicate su tutta la Cisgiordania e circondano le città. Solo la città di Betlemme, per esempio è circondata da 23 colonie, luoghi a cui i palestinesi non possono avvicinarsi, territori anomali nello spazio palestinese.

Come se non bastasse la moltiplicazione nel corso degli anni delle colonie, quello che accade da un pò di tempo a questa parte è non solo la creazione di nuove colonie, ma la diffusione sul territorio dei coloni anche al di fuori degli insediamenti stessi.

Circa il 44 percento dei coloni oggi vive al di fuori delle colonie. La speranza per politici e studiosi della strategia dell’occupazione è arrivare a un milione di israeliani in Cisgiordania che vivendo al di fuori delle colonie per possano realizzare progressivamente l’eliminazione della Palestina e l’impossibilità di creare uno Stato Palestinese.

Se analizziamo la faccenda anche da un punto di vista economico, non risulta difficile capire come la presenza di innumerevoli colonie in Cisgiordania rappresenta di fatto un disincentivo grosso allo sviluppo dell’economia palestinese.

Il controllo israeliano su acqua e terra ha provocato grosse perdite nel settore agricolo e della pesca, l’accesso limitato al Mar Morto ha causato un pesante deficit di possibili proventi grazie alla vendita di minerali, la quasi totale impossibilità di sviluppare il settore minerario grazie alla cave presenti in area C è stata un’ulteriore mancata fonte di guadagno, per non parlare dell’aumento dell’inquinamento dovuto all’utilizzo del territorio palestinese come discarica degli insediamenti coloniali.

Inoltre, la frammentazione sempre piu’ accentuata della Cisgiordania impone dei pesanti blocchi alla libera circolazione di merci e persone e quindi all’isolamento economico.

Nonostante la gravità della situazione vista da questa prospettiva, l’accento sui coloni va posta oggi, in merito ai fatti accaduti recentemente, ma non solo, rispetto al ruolo che giocano nel perpetrare la politica dell’occupazione, una politica che legalizza la violenza coloniale e la trasforma in ulteriore strumento di controllo.

L’occupazione si avvale quindi della brutalità dei coloni, seguendo un circolo vizioso che passa dalla violenza fisica e reale alla sua astrazione e istituzionalizzazione attraverso ordini militari e leggi restrittive, fino all’ingiustizia dei tribunali che conduce alla violenza governativa che si palesa attraverso le torture, gli interrogatori illegali e il trattamento che i prigionieri subiscono nelle galere.

Di quanto accaduto nelle ultime settimane sfugge ai media mainstream che i coloni rappresentano parte attiva nella brutalizzazione della situazione e delle reazioni.

Sono innumerevoli gli episodi accaduti e non raccontati, o accennati con superficialità.

Questo forse accade perché sottolineare la presenze di veri e propri avamposti dell’occupazione minirebbe nel concreto il pensiero comune per cui la sicurezza da difendere è quella di Israele, lo stato democratico del Medioriente, e non invece quella potenza colonizzatrice di stampo razzista quale è.

Porre l’accento sul ruolo dei coloni vorrebbe dire confermare l’apartheid vigente, un’apartheid caratterizzata da operazioni costanti di pulizia etnica.

Nel corso degli anni sono aumentati a dismisura gli attacchi dei coloni nelle strade: palestinesi investiti a morte, sparatorie agli incroci, sassaiole contro passanti inermi, uccisioni di palestinesi durante manifestazioni pacifiche, intimidazioni, violenza fisica e verbale di ogni tipo, attacchi alla dignita’ della persona, sopraffazione, assogettamento…

Il tutto sotto gli occhi di polizia ed esercito, mentre si parla di terrorismo quando gli shabab palestinesi lanciano le pietre per resistere e difendersi.

Nelle vicende che hanno caratterizzato gli ultimi episodi intorno alla questione di Gerusalemme i coloni si stanno caratterizzando come i giustizieri di turno, rendendo impossibile la vita dei palestinesi e rappresentando di fatto un pericolo per l’incolumita’ della popolazione o di tutti coloro che sostengono la libertà della Palestina di fronte alle barbarie dell’occupazione.

Pochi sanno che sono stati frequenti gli agguati da parte dei coloni nelle strade, o gli attacchi spesso a danni di gente inerme.

L’episodio più noto é stato quello che ha portato all’uccisione di un ragazzo il primo giorno di proteste di questi giorni.

Mentre la gente in preghiera difendeva il proprio diritto all’autodeterminazione, piuttosto che quello religioso, i coloni sparavano dall’alto sulla folla, provocando la morte del primo martire delle giornate.

Sfugge ai canali mainstream il pericoloso assalto armato da parte di un gruppo di coloni (i coloni sono sempre armati) ad un autobus palestinese a Gerusalemme tre giorni fa. Per fortuna nessun ferito da arma da fuoco.

Ieri, vicino alla moschea di Abramo a Khalil (famosa in tutto il mondo perché sito sacro per cristiani, musulmani ed ebrei, divisa oggi in due accessi per volontà dell’occupazione e teatro fino a poco tempo fa di “misteriosi” omicidi in cui molti palestinesi hanno perso la vita), un gruppo di coloni ha fatto irruzione in una casa abitata da palestinesi mentre erano fuori per una visita ad alcuni parenti.

Hanno riempito la casa di bandiere israeliane e l’hanno occupata. Al ritorno dei legittimi proprietari, l’esercito ha impedito loro l’ingresso difendendo gli occupanti.
Sfugge il terrorismo che avviene ad ogni check point da loro improvvisato in maniera incontrollata.

E se non si vuole credere alle parole o ai video dei palestinesi, fa molto riflettere la testimonianza di una ragazza di origine francese riguardo al suo “incontro” con un gruppo di coloni all’entrata di Khalil domenica scorsa.

M., in Palestina per seguire un corso di arabo presso l’università, si stava recando a Khalil con un gruppo misto di ragazzi israeliani, arabi e alcuni ragazzi del gruppo Breaking the silence, un gruppo nato dall’esigenza di alcuni ex soldati israeliani che hanno deciso di rompere il silenzio e raccontare quello che il servizio militare obbligatorio costringe loro a fare contro i palestinesi in nome della sicurezza.

Non sono mai entrati al Khalil quel giorno.

All’entrata della città sono stati bloccati da un gruppo di coloni che ha iniziato a prendere di mira l’autobus su cui viaggiavano lanciando qualsiasi cosa e puntando le armi contro di loro. M. con i suoi compagni di viaggio hanno deciso di scendere dall’autobus.

A quel punto il lancio di uova e di qualsiasi oggetto avessero tra le mani si è fatto più feroce. Il tutto accompagnato da una serie di gravi insulti che non l’hanno risparmiata.

“Amica dei terroristi” e come tale si meritava le peggiori punizioni. Tutto questo è durato quattro ore sotto lo sguardo di esercito e polizia che non sono minimamente intervenuti, ma al contrario hanno accolto i coloni con festeggiamenti complici.

Si è aperto adesso un ulteriore capitolo di questa calda estate. Accadranno ancora innumerevoli episodi e verranno raccontati in maniera approssimativa, distorta, falsificata.

Parlare dei coloni significa ricordare che non siamo davanti a un conflitto senza soluzione.

E’ bene ricordare che siamo di fronte ad un’occupazione, dove c’è chi occupa, e chi difende, resiste, lotta per la libertà.

L’apparente botta e risposta raccontata da diverse fonti di informazione, è solo un altro modo per portare avanti questa colonizzazione benedetta dal mondo occidentale.

La storia dell’occupazione della Palestina non è un monolite che parte dal dolore dell’Olocausto e arriva fino ai giorni nostri. La sacralità della tragedia dell’Olocausto niente ha a che vedere con i soprusi, le deportazioni, le perdite umane, le limitazioni che i palestinesi affrontano ogni giorno da piu’ di sessanta anni, e, l’esistenza della figura dei coloni altro non fa che confermare la regola.