Viaggiare: il concetto di viaggio gemma dal viatico, cioè da ciò che occorre per il viaggio stesso. L’idea del viaggiare è quindi in origine misurata da ciò che portiamo con noi per il viaggio. In questo tempo estivo la redazione di Q Code Mag proverà a raccontarvi i suoi viaggi, non per forza spostamenti, non solo metafore, in una narrazione collettiva che ci accompagni sotto sole e temporali, fra i palazzi cittadini e gli ombrelloni marini. Buona lettura.
di Antonio Marafioti
Quando il treno entra nella stazione di Orvieto è già entroterra da un po’. Il mare calabrese, quello di casa, è il primo ricordo di un’estate che per me ha già voltato l’angolo della sua metà. È il 18 agosto 2014, tre anni esatti fa. Risalgo lo stivale spezzando in due il viaggio. Mi lascio alle spalle Palmi, la mia terra a Sud, gli affetti, le feste di piazza, le strade intrise di ciarle notturne. Porto con me un supplemento di bagaglio con dentro la consueta malinconia da ritorno e ricordi sempre uguali a loro stessi, ma, in fondo, sempre così differenti dall’anno prima. Alla stazione mi aspetta Marco, uno dei miei più cari amici. Uno di quelli del gruppo romano, anche detto “la famiglia”. Andremo insieme da Chiara e Olimpia, moglie e figlia, per passare qualche giorno nella loro casa di campagna. C’è silenzio di notte e di giorno. Per arrivarci si percorrono 20 minuti in tutto dalla stazione, cinque sull’asfalto, quindici in aperta campagna.
È una casa isolata. Costruita per isolarsi. Per ritrovare parte di sé stessi e del tempo perso dietro ai dettami di scadenze, appuntamenti, obblighi quotidiani. In campagna pura il tempo è relativo, ma sempre favorevole. Salva dalle distorsioni della velocità a tutti i costi. Non conosce ansia.
La voglia è quella di fotografare due o tre scorci per riprenderli all’occorrenza, come una boccata d’ossigeno durante il rigido inverno di Milano, la mia terra a Nord. Scatto qualche foto, chiamo casa per salutare e chiudo il telefono. Non ha senso il telefono. Non ha senso alcuna connessione che non sia quella con la natura e le storie che ci si scambia, ridendo all’ombra di alberi secolari e siepi selvagge. L’unico contatto con la tecnologia si trova in un vecchio giradischi che diffonde il suono caldo di un vinile già ascoltato. “Emozioni”, anno 1970, il secondo lavoro di Lucio Battisti. Sarà probabilmente una prima edizione: è quanto suggerisce il ronzio dei solchi consumati sulla gommalacca. Mentre Lucio canta, gli amici si raccontano seduti a un tavolo di legno. Marco ha trovato un grosso ramo simile, per forma, ad un arto inferiore, dal quale ha deciso di ricavare un lume che chiamerà la Lampada Piede. Ci ha lavorato meticolosamente per giorni, levigando ogni imprecisione con la carta vetrata. Ancora oggi non so che diavolo di fine abbia fatto quell’arnese, buono per tutto fuorché per quella che sarebbe dovuta essere la sua destinazione finale.
Per cena è prevista una grigliata. La spesa la si va a fare a Sugano, frazione orvietana abitata da poco più di 300 anime a un tiro di schioppo da casa.
C’è un solo minimarket essenziale, ma sufficiente al luogo, e il vino lo si compra direttamente dal fattore. Un simpatico uomo tarchiato con un inconfondibile accento umbro, che chiamiamo direttamente dalla strada. Non sente il citofono, ci dice la vicina seduta davanti alla porta di casa.
Al terzo strillo il tipo scende e ci fa entrare nella sua cantina, invitandoci a provare almeno tre qualità differenti di vino. Ce lo serve in un bicchiere di plastica direttamente dalle botti da 50 litri, mentre ci racconta del perché quell’anno ha dovuto limitare la produzione. Noi annuiamo, totalmente ignari di qualsiasi spiegazione di sorta e decidiamo di acquistare 5 di litri di rosso. Salutiamo l’uomo dopo averlo rassicurato sul fatto che gli riporteremo il boccione di vetro, prima o poi. Credo, ma non posso scommetterci, che dopo tre anni il tempo sia ancora fermo tra il prima e il poi dal momento che ancora oggi, ogniqualvolta chiedo a Marco del boccione, l’unica risposta che ottengo è un cambio repentino di discorso.
Le braci ardono a trenta passi dalla veranda silenziosa sotto la quale mangeremo. Si fa avanti e indietro da casa al braciere per riempire il bicchiere di vino ai cuochi. È il far del tramonto e la campagna non abbaia ancora, come vorrebbe il maestro, ma a noi si avvicina una volpe. È attirata dall’odore della carne. È molto bella, mentre ci osserva da pochi metri facendosi osservare a sua volta. Ha lo sguardo di chi si aspetta qualcosa da mangiare, ma dopo qualche minuto di attesa, perse le speranze, scappa nella fitta vegetazione poco oltre il lembo di terra che ci ospita.
Il vento che alimenta il fuoco è lo stesso che distende i muscoli del collo. Se la tensione fisica, come dicono, parte sempre dalla nuca, la campagna potrebbe essere considerata il suo giusto capolinea.
Arrivati a tavola la cosa più pesante di noi è il fumo della brace che impregna i nostri vestiti. Il resto lo abbiamo lasciato alla gravità zero che regala il verde. La cena è un convivio di tre generazioni riunite intorno a una tavola rotonda che sembra essere lì dagli anni Sessanta ma che, come tutte le cose di quel tempo, ha tutta l’aria di poter durare ancora, almeno, per un altro mezzo secolo. A noi si sono uniti il padre e la sorella di Chiara. È il primo che prende la parola, ipnotizzandoci con la sua voce baritonale in un discorso sullo stato delle acque del lago di Bolsena.
Le pause che fa permettono di ascoltare un insolito sottofondo sonoro creato dall’unirsi del frinire dei grilli al tintinnio delle posate sui piatti ed al fluire del vino nei bicchieri.
È un suono semplice, eppure il livello di attenzione per riuscire a goderlo è massimo. Siamo nel bel mezzo di un polmone verde, illuminato solamente dalla luce della luna e protetto da qualsiasi forma d’inquinamento. C’è una quiete ancestrale che invita al confronto, al ricordo, e che, al contempo, esalta la curiosità verso la conoscenza dell’altro. Camminare in campagna non provoca alcun rumore. Lo si nota solo dopo aver calpestato un po’ di verde. Tanti altri rumori rimangono fuori dalla portata uditiva. Non se ne sente mai la mancanza. L’assenza del caos è una forma di ordine. La campagna regala la chiave giusta per riuscire a leggere un pentagramma altrimenti oscuro. Torna tutto al suo posto e la melodia ha un senso chiaro e un tempo larghissimo, quasi eterno. È un tempo che sopisce la malinconia, pur senza intaccarla, pur senza trasformarla in privazione. È il potere di legami forti, vissuti in mezzo a un luogo sperduto del Centro Italia. È il segno di una decompressione compiuta, che permette al viaggio di proseguire il suo corso. Ora la campagna può anche iniziare ad abbaiare.