Il relitto, la politica, la memoria.

C’è stato un tempo in cui il relitto di una nave dei migranti finiva sulle copertine dei giornali e il Presidente del Consiglio di allora prometteva di portarlo a Bruxelles come monito per l’Europa silenziosa di fronte alle migliaia di morti in mare.

di Danilo De Biasio
direttore Festival dei Diritti Umani

Non era poi tanto tempo fa. Il web non perdona: dal sito dell’Ansa leggo che il 14 ottobre 2016, Renzi, davanti ai delegati della Fao diceva “nell’Unione europea prevalgono gli egoismi. Per questo proporrò che quel barcone recuperato nel 2015 sia messo davanti alle istituzioni europee, mi piacerebbe che lì davanti ci fosse quel relitto che ci ricorda come combattere l’egoismo”. Non riesco a immaginarmi un politico così autolesionista da riprendere oggi quella promessa. E non è passato neanche un anno. Il vento è cambiato.

Dentro quel barcone che Renzi voleva sbattere in faccia all’Europa c’erano molte più delle 723 persone che vi sono morte. Guardatelo sulla copertina del numero 1200 di Internazionale: legno e vetroresina, ancora dipinto di azzurro, originariamente forse era un peschereccio, una decina di persone di equipaggio al massimo, diventato invece una bara per 723 persone. Da quello che ne so quel relitto – che doveva essere un pugno nello stomaco per gli egoismi europei – sta marcendo in una base della Marina Militare italiana. Un oggetto scomodo, perché ti costringe a tenere il conto dei morti in mare, mentre adesso va molto più di moda contare tutte quelle persone fastidiosamente sopravvissute ai naufragi.

Non credo che quel relitto finirà mai a Bruxelles. Presto verrà smantellato, distrutto, cancellato. Come se facendolo sparire scomparisse anche il problema che l’ha creato. Alla mostra della Fondazione Trussardi “La terra inquieta” il Comitato 3 Ottobre aveva concesso di mettere in mostra gli oggetti comuni dimenticati sul fondo dei gommoni che portano i migranti, inzuppati da quel cocktail micidiale di acqua salata e benzina che ustiona i corpi. Borsellini, lettere, bibbie e corani, pettini, fotografie, carte d’identità. La quotidianità che al caldo delle nostre case non vogliamo vedere: ogni persona che arriva ha una vita, un talento, necessità, desideri. Trovarsela di fronte, concretizzata in cose di uso comune, può essere straniante, perché significa fare i conti con una realtà che la politica e il mondo della comunicazione vogliono rendere estranea.

Sogno un mondo in cui non ci siano più anniversari come questi da celebrare, in cui non ci sia bisogno di segnarsi sul calendario che migliaia di persone muoiono ogni anno in naufragi, perché sfruttati da alcuni e ignorati da altri. Ma temo che ancora per un bel po’ di anni (purtroppo) iniziative come questa, che vedono convintamente coinvolto anche il Festival dei Diritti Umani, ce ne sarà bisogno.

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