My name is Emily

Un’adolescente, da sola, per restare diversa

di Irene Merli

MY NAME IS EMILY, di Simon Fitzmaurice, con Evanna Linch, Michael Smiley, George Webster, Stella McCusker, Martin McCann, Deindre Mullins. Nelle sale.

A volte capita di imbattersi in un piccolo film indie, delicato, autentico e poetico.

E questo è uno di quei casi, in cui il regista (purtroppo morto per Sla da pochi giorni, a soli 43 anni) riesce a cogliere nell’intimo le pulsioni dell’adolescenza.

Emily ha 16 anni, due grandi occhi azzurri e una corazza da riccio che la protegge dagli altri, che la considerano un po’ stramba, sia perché ha un padre scrittore un pò troppo originale per i rigidi standard della normalità, sia perché anche lei è ruvida, spigolosa e diversa dai suoi compagni.

“Cosa c’è che non va in te?”, si sente ripetere Emily a scuola e in piscina.

Del resto se una ragazza ha perso la madre, e a 14 anni le portano via il padre per chiuderlo in una clinica per malattie psichiatriche, si può ben capire che non si fidi di nessuno, per paura di essere ancora abbandonata o di sentirsi dire bugie.

Il suo magnifico, mitologico padre ha però continuato a scriverle lettere. E prima di sparire in un furgone bianco le ha promesso che niente li potrà separare, perché hanno il mare dentro di loro.

Quando il giorno del suo sedicesimo compleanno Emily non riceve neppure un biglietto di auguri da lui, decide di partire per riportarlo a casa: è convinta che gli sia successo qualcosa di grave.

Ma per compiere questo viaggio, in fuga dalla famiglia affidataria, la ragazzina dai grandi occhi ha bisogno di aiuto e lo chiederà ad Arden, l’unico compagno di classe che la capisce perché è teneramente, perdutamente innamorato di lei, ed è anche stanco di un genitore troppo autoritario.

Inizierà così un viaggio lungo le strade e i sentieri della campagna irlandese, su una vecchia Renault 4 cavalli gialla, che condurrà i due alla ricerca di un padre e forse dell’amore.

Fin sulle rive di quel mare tanto importante per Emily e il suo passato…

My name is Emily mescola con sapienza i flash back dei ricordi d’infanzia della protagonista con il presente della narrazione e mantiene il lato “teen” senza perdere in maturità e profondità.

È percorso sin dall’inizio da quel senso di perdita che molti adolescenti provano, ma non ha mai uno sguardo disperato su di loro, che proprio perché tanto giovani hanno diritto a una speranza che li porti fuori dalle gabbie mentali degli adulti, in questa storia disturbati, assenti o per nulla comprensivi.

Simon Fitzmaurice ci regala insomma un’opera di grande pregnanza, lirismo e originalità, che seduce e coinvolge senza mai cadere nel sentimentalismo o nei luoghi comuni.

La scrittura, preziosa e calibrata, è del regista stesso, mentre la fotografia, del brillante Seamus Deany, ci restituisce fascino, luci ed emozioni dei vividi paesaggi irlandesi.

In ultimo, la colonna sonora: in un film così puntato sulle emozioni intime dei personaggi, si rivela funzionale e assolutamente riuscita la scelta di canzoni che sottolineano una per una lo stato d’animo dei protagonisti.

Una selezione raffinata, che ha il suo peso nella godibilità di questo piccolo grande film in cui tutto è studiato per immergerci in un mondo particolare, nei temi e nei toni.

Speriamo solo che My name is Emily non sparisca troppo presto dagli schermi e abbia il successo che merita, dopo quelli riscossi nei vari festival in cui è passato.