BIA – la resistenza nonostante

Un’altra Roma, diversa e ancora la stessa, quella del sottoproletariato urbano

di Martina Di Pirro

È il rumore di un pallone da calcio, quel modo goffo e silenzioso di giocare, senza dirsi parole. È un sistema di segni, una lingua: possiede dei sottocodici, costringe all’espressività dello sguardo, ad una conoscenza immediata, alla brutalità leale del silenzio.

È il rumore di un pallone da calcio che sfiora il pavimento di un edificio popolare, un tono di grigio al limite della prigionia, un’aria soffocante e periferica, arida e feroce.

Un’aria che ricorda l’epica sottoproletaria di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, di Pier Paolo Pasolini, con quel modo sottile e cruento che hanno certi luoghi di schiaffeggiare con meraviglia e terrore e di graffiare le coscienze di chi la periferia non l’ha mai vissuta.

La telecamera segue il movimento della sfera, i piedi piccoli ma sicuri di due bambini, Mel e Mark, che lì ci sono nati, e quelli più goffi di una bambina, Bia, che lì da poco si è trasferita.

La fine che inizia, in quel modo circolare e centrifugo che hanno le periferie di essere lontane dal centro e di iniettare il seme di una colpa sociale: quella di esserci nati dentro e di doversi adattare alla rassegnazione di un degrado imposto per induzione.

Un contesto che gioca una parte essenziale per il processo di annichilimento sociale, con un’architettura urbana che riflette i comportamenti, allontanando gli abitanti dal pensiero della bellezza, dal colore, dalla possibilità di riscatto.

E mentre l’Italia racconta di un benessere illusorio, di centri storici propulsori di una falsa immagine, di una cultura dell’egoismo e dell’utilitarismo, del pettegolezzo e del conformismo, Valerio Nicolosi, con il suo cortometraggio BIA, tratto dal libro Bar(n)Out scritto insieme a Paolo Verticchio, prende a cazzotti le logiche comuni e racconta il quotidiano vivere ai margini di una società che porta il marchio di fabbrica del capitalismo, destinata a rinsaldarne e rafforzarne il dominio.

L’occhio della telecamera è uguale a quello di chi è cresciuto tra quelle scale e porta ancora nel naso gli odori degli angoli bui e polverosi.

L’occhio di chi, mentre segue Bia nello sviluppo drammatico della vita adulta, tra la dipendenza dall’eroina di Mel, suo compagno di vita, bollette da pagare, rischio di sfratto e assenza di lavoro, trema al pensiero di una narrazione pittoresca e falsata, ormai giornalmente sbandierata dalla televisione di massa, della vita in periferia.

Una narrazione che, invece, in Bia viene affrontata come normalità, come codificazione del fondale brutalmente egoista di una società, come chi è costretto ad assuefarsi ai meccanismi senza capacità di respiro, di inventare creativamente alternative. Assuefatti, sì, a quei toni di grigio, criminalizzati senza essere criminali e rinchiusi nell’idea di esistenza senza uscita.

Ciò che resta dell’originario senso di vita è solo nei corpi. Il corpo di Mel, con occhiaie e poco reattivo, in perenne ricerca del suo elisir, che cammina tra buio e luce, incapace di correre via da se stesso e dalla sua inquietudine, rammendatore di stracci e di elemosina di quella droga che è surrogato di vita, di vuoti di disperazione che vanno sostituiti con il non-sentire. Il corpo di Megghi, madre passiva che arrangia, tra rumori di pentole e piatti vuoti, un tentativo di sopravvivenza inespressiva.

Ed il corpo di Bia, che pare terra di penitenza non ancora colonizzata dal degrado, che all’inizio tenta una resistenza alle logiche del potere e poi cede per un posto di lavoro in una società che non tende mani ma alza muri, e si rende ricattabile per il proprio riscatto, per il diritto della vita alla vita.

Altri personaggi si intrecciano durante quei quindici minuti di fiato sospeso, di resistenza quotidiana e quotidiano abbandono, di dolore trasformato in racconto di una periferia nel quadrante nord est di Roma, il Tufello, che già Vittorio De Sica inquadrò nel suo Ladri di Biciclette e che da tempo aspettava di essere ascoltata.

Un cortometraggio essenziale e necessario, da vedere e rivedere, che regala forma reale agli emarginati, a chi lotta e resiste ogni giorno, e cerca un filo di bellezza e di dignità tra le pieghe di spazi progettati per essere non-luoghi.
E’ il rumore di un pallone da calcio, quindi, un sistema di segni, di codici, una lingua non verbale.

Una poesia non scritta, un tempo che si ferma, si dimentica, fa stringere legami e costringe all’amore, un filo che sembra voler restituire normalità a quell’ingiustizia che ormai viene percepita come strutturale dello stare insieme ai margini.

Il rumore di un pallone che fa respirare. Ed i passi di Bia, in un altro giorno di grigio, di quando la vita è carogna e non ha paura a dirtelo.