Al-Deniedeen

Palestina desiderata, Palestina negata: quando il dissenso è un crimine

di Marta Bellingreri

Le stesse domande ripetute all’infinito, a volte urlando, a volte pronunciandole con indifferenza. La routine della frontiera israeliana quando, dopo un’occhiata al passaporto, il soldato di turno decide di farti passare una giornata diversa: “You have to wait in that room, please”.

Il protocollo da seguire di fronte a dei passaporti “sospetti”. Sospetti di avere troppe amicizie arabe. A volte, però, non è solo l’inizio di una brutta giornata che si conclude poi con humus e falafel tra amici, ovvero con l’ingresso in Palestina. A volte è il primo giorno di lunghi anni in cui in Palestina non potrai fare ritorno.

Sono quasi passati tre dei miei cinque anni di denied entry in Palestina. Come per tutte le esperienze negative della vita, insieme a un gruppo di attiviste anche loro denied entry, abbiamo cercato di trasformare quel denied in un progetto collettivo, producendo ad Amman un videoclip con la nostra canzone.

Alcune, come me, erano state diverse volte in Palestina, e avevano qualcuno che le aspettava, una promessa da mantenere, un regalo da portare, un lavoro da svolgere. Altre, andavano per la prima volta, a ritrovare la casa del nonno o a studiare, e tuttora non ci hanno messo piede. Ci siamo chiamate denied-een, unendo alla parola inglese denied il suffisso plurale in arabo ‘ammia (dialettale) –een.

Ogni anno, migliaia di persone sono respinte alla frontiera israeliane dell’aeroporto di Tel Aviv o a quelle via terra, da Egitto e Giordania.

Il numero negli ultimi anni è aumentato significativamente, fino a giungere nel 2016 a 16.534. Sebbene la maggioranza dei dinieghi riguardi cittadini russi o asiatici, si è registrato un aumento (500 in più nel 2016) di cittadini americani e di diverse nazionalità europee.

La maggior parte di essi, se non con origini palestinese, sono semplicemente solidali con la Palestina e criticano più o meno esplicitamente, i crimini commessi da decenni da Israele.

Non può che andar peggio in futuro: lo scorso marzo la Knesset ha approvato una legge che vieta l’ingresso a chi supporta il movimento pacifico di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) o anche solo chiama al boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti illegali in Cisgiordania. E proprio per questo diventa ancora più necessario raccontare.

Il denied alla frontiera tre anni fa

Quella mattina di dicembre avevo lasciato Amman la mattina presto: mi aspettava un anno di vita in Palestina. Ero attesa all’Università di Bir Zeit per un anno di ricerca all’Institute of Women Studies.

Alle nove ero alla frontiera giordana, breve attesa, passaporti, duty free. Alle dieci ero di fronte alla frontiera israeliana che è anche l’ingresso della Cisgiordania o West Bank o Territori Palestinesi Occupati o… Palestina e basta.

Nel viaggio incontro un ricercatore italiano di Pesaro che da nove anni andava in Palestina perché sua moglie è palestinese. Mi consiglia (come già mi avevano consigliato tutti, inclusa l’Università di Bir Zeyt, e come già sapevo, anche se non volevo) di non menzionare assolutamente il fatto che sarei stata dieci mesi e soprattutto che sarei andata all’Università di Bir Zeyt, rischio il diniego di ingresso.

Avrei voluto dire la verità, ma come non ascoltare i loro consigli? E poi se quattro volte su cinque ti va bene con la storia di ‘Jerusalem and the Christian Holiday and the Nativity Church’, perché tagliarsi le gambe prima di rompersele?

Rotte. Loro me le hanno rotte. Ho detto che ero in visita per un mese per le vacanze di Natale e che a gennaio sarei tornata in Italia. Non mi hanno creduto un attimo.

Stanzetta. La prima. Una sfilza di domande al solito.

“E perché non ci dici che sei stata a Jenin nel 2009?”. Bene, sanno tutto di me. Ma io non ho mai negato di essere già stata in “Israele”.

Attesa. La seconda, il ricercatore di Pesaro è già tra le braccia della moglie, immagino.

Stanza seconda. Iniziamo bene: “Marta, dov’è l’altro tuo passaporto? O ci dici tutta la verità o non entrerai mai in Israele, or Palestine” quel Palestine detto con lo sguardo di quella che sa che per te c’è la Palestina. Già. C’è.

Il secondo interrogatorio è iniziato con la verità, quella che non sai mai se dire, perché può essere usata sempre contro di te. La verità è che ho da fare ricerca dieci mesi all’università palestinese di Bir Zeyt.

Tra le cose comiche c’è da dire che la signorina della Security mi ha detto che ormai le ricerche si fanno in Internet non c’è bisogno di stare là e non avrei fatto niente. Mi ha urlato in faccia tante volte che cos’altro avessi da nascondere.

Una tortura credo si possa chiamare: io non ho niente da nascondere. Cosa volevi che le dicessi? Che considero Israele uno stato criminale e coloniale? Di certo no. Ma da nascondere non ho nulla. Io andavo a fare ricerca. Non ho avuto un atteggiamento di sfida, anzi, tremavo, ma non ho voluto tradire le mie idee. Del resto lo so che è quella la nostra colpa, ovunque: avere delle idee. Usata contro di me, la verità.

Terza lunga attesa. Pipì. Cioccolato. Succo d’arancia. Erano già passate quattro ore e non ce la facevo più. Non faccio in tempo a finire la spremuta che mi richiamano.

Questa volta c’è una soldatessa di circa venti anni o meno. Sarà una stagista e infatti è accanto al primo che mi ha interrogato. Quello accanto mi chiede perché ho mentito se vado per ricerca. Perché all’ambasciata israeliana di Roma mi han detto di entrare con un visto turistico e poi chiedere l’estensione una volta dentro. Non viene dato altrimenti un visto da Roma per motivi di ricerca, soprattutto per un’istituzione palestinese e non israeliana.

“Ti hanno detto dunque di mentirmi?”

Al quarto e ultimo interrogatorio, già avevo gli occhi annebbiati di lacrime perché avevo capito di non avere speranze: lasciate ogni speranza voi che non entrate. Così al primo che mi ha interrogato che infine mi dice che non posso entrare, comincio a pregare e chiedere di parlare con chiunque, il comandante dell’esercito o della sicurezza in frontiera. Ho avuto forse la forza ancora di guardare qualcuno così vicino in faccia, dritto negli occhi. La pelle scura e gli occhi profondi, così profondi da dirmi reggendo il mio sguardo: “This is the final decision, you can’t enter to Israel”.

“Ci hai mentito ed Israele non perdona”.

Questo è un millesimo di quello che ogni giorno milioni di palestinesi provano a casa loro, non solo alla frontiera. Almeno a me hanno offerto un bicchiere d’acqua al secondo interrogatorio e indicatomi il bagno, alla fine.

Il progetto collettivo Denied-een

Abbiamo scelto come data di diffusione il 6 giugno 2017, non a caso. Sono passati ben cinquant’anni dall’occupazione militare israeliana dei territori a ovest del fiume Giordano.

Da allora fino ad oggi, quelle macchie di Palestina che restano sulla carta e che si restringono settimanalmente, tra cemento, ruspe e omicidi, sono sempre più inaccessibili.

Finendo per restare ad Amman, insieme a Nicole, un’amica cilena-palestinese respinta anche lei al suo primo tentativo di tornare nella terra dei suoi nonni e impararne la lingua, abbiamo scoperto che eravamo tantissimi: abbiamo cominciato spontaneamente a condividere le nostre storie. Fino al giorno in cui abbiamo deciso di fare un progetto per trasformare l’ingiustizia e la frustrazione in qualcosa di creativo.

Ogni lunedì per circa sei mesi, il gruppo composto da francesi, spagnoli, cinesi, danesi, belgi, americani, cileni, italiani, britannici, si è riunito in diversi centri culturali di Jabal al-Webde, nel centro di Amman. Insieme a noi, Krist al-Zoubi, un rapper palestinese-giordano, e Hussein Amody, videomaker di Gaza, anche lui impossibilitato a ritornare nella sua Gaza.

“All’inizio gli incontri sembravano più una terapia di gruppo” racconta Krist. “Ma nel frattempo io scrivevo le storie che ascoltavo e così ho pensato a un brano rap. Il tema mi riguarda sia in quanto palestinese che non può entrare in Palestina, sia come cittadino giordano che non può viaggiare liberamente in nessun altro paese del mondo”.

L’incipit del testo rap di Krist del videoclip, infatti, ha un sapore universale, non solo palestinese: “Non è vietato viaggiare, ma di fatto non posso farlo. Non voglio emigrare, voglio solo un modo legale per andare dove voglio”. Krist ha subito coinvolto una violinista spagnola, Aliz Sanchez, anche lei respinta alla frontiera che avrebbe attraversato per andare dal marito a Ramallah, che ha composto a distanza la musica per noi.

La chiamata internazionale dei Deniedeen ha raggiunto pura Noam Chomsky e sua figlia, respinti alla frontiera israeliana nel maggio 2010, invitato a un incontro all’Università di Bir Zeit che ha poi condotto ad Amman.

L’idea del videoclip per il testo rap di Krist è venuta dall’esperienza di Hannah, una psicologa londinese che insegnava capoeira ai bambini in Palestina.

“Ho vissuto a Ramallah per un anno e sono entrata diverse volte” racconta Hannah. “Ma alla terza volta, ho avuto paura che non mi avrebbero lasciata entrare. Così mi sono vestita con una minigonna, tacchi alti e ho fatto finta di essere una businesswoman inglese che va in Israele. Ho dato il mio passaporto, parlando al telefono disinteressata, e così sono passata.” Ma la volta dopo, senza tacchi, anche Hannah è stata denied.

Nel videoclip Deniedeen Hannah è vestita da businesswoman e Nicole recita la parte di sé stessa: una viaggiatrice. Vengono entrambe da Amman e, dopo essere respinte ad Allenby, la frontiera tra Giordania e Cisgiordania, si ritrovano con il tassista palestinese-giordano che le accompagna al Mar Morto di fronte alla Palestina che nessuno di loro può raggiungere.

Il videoclip è stato supportato dal Palestine International Institute in Giordania e dalle donazioni da famiglie palestinesi-cileni.

Krist canta in dialetto palestinese-giordano, ma un coro in tutte le lingue dei deniedeen accompagna le corde del violino in conclusione. Abbiamo registrato le voci dei denied per dire al mondo che non è solo una storia palestinese, ma di tutti. E Nicole, nello spagnolo del suo Cile dove è nata e cresciuta, e non potendo ancora vedere la terra dei suoi nonni, l’ha detto: “Nunca me sentì tan palestina”. Non mi sono mai sentita così palestinese.