Maksimovic. La storia di Bruno Pontecorvo

Un documentario racconta la vicenda travagliata del fisico italiano che lasciò il blocco occidentale per l’Unione Sovietica.

di Francesca Rolandi

Una storia che parla di scienza ma soprattutto di scelte di vita, di decisioni sul filo del rasoio. La vicenda umana e professionale di Bruno Pontecorvo, fisico di fama mondiale, è caratterizzata da un interrogativo, la cui risposta è stata seppellita con le sue spoglie, divise tra la città russa di Dubna e il cimitero acattolico di Roma: perché nel 1950 sparì per ricomparire tempo dopo nell’Unione Sovietica staliniana?

A raccontarla è “Maksimovic. La storia di Bruno Pontecorvo”, un documentario di Diego Cenetiempo (regia), Giuseppe Mussardo (sceneggiatura) e Luisa Bonolis (ricerca storica).

La figura di Pontecorvo sarebbe da considerarsi eccezionale anche se non fosse stata segnata da questa scelta di campo. Nato nel 1913 da una famiglia di industriali, ebrea ma che “non sapeva di esserlo”, era fratello di Gillo (famoso regista) e Guido (noto biologo), cugino di Emilio Sereni, esule, poi esponente del PCI e storico.

Pontecorvo, studente prodigio, entrò giovanissimo nel gruppo di via Panisperna, che ruotava intorno ad Enrico Fermi e che portò alla scoperta delle proprietà dei neutroni lenti e segnò l’inizio dello sfruttamento del nucleare.

Il gruppo si sfaldò nella seconda metà degli anni ‘30, con la fuga dall’Italia dei suoi componenti sotto la pressione delle leggi razziali e dell’escalation bellica, e la scomparsa, avvolta anch’essa nel mistero, di Ettore Majorana. Pontecorvo proseguì la sua formazione presso l’istituto Joliot-Curie, nella Parigi del Fronte popolare, dove avvenne la sua iniziazione politica.

Il precipitare degli eventi coincise con la sua rocambolesca fuga dalla Francia per approdare negli Stati Uniti, un viaggio stremante durante il quale la moglie Marianne perse il figlio che aspettava. L’America, tuttavia, anziché un rifugio sicuro, rappresentò un luogo in cui Pontecorvo, comunista, si attirò addosso fin da subito le attenzioni dell’FBI.

Quando si scatenò una caccia alle streghe, diretta anche contro i fisici accusati di avere trasmesso all’Unione Sovietica il programma nucleare americano, si trasferì in Canada, dove accettò un lavoro extra-accademico. Fu successivamente chiamato in Inghilterra a lavorare sull’atomica, ormai diventata un segreto di stato, per poi cadere vittima di una nuova caccia alle streghe rivolta contro i fisici, dopo il caso dello scienziato Klaus Fuchs, che confessò di avere passato oltrecortina i segreti dell’atomica.

Pontecorvo, che sentiva una pressione crescente su di sé, maturò probabilmente in quel frangente la decisione. Accettò un lavoro di ripiego a Liverpool, prima del cui inizio avrebbe trascorso le vacanze in Italia, nell’estate del 1950. Le tracce della famiglia Pontecorvo si persero in una base militare sovietica in Finlandia, dove la famiglia si era recata ufficialmente per una visita alla madre di Marianne.

Nell’Europa della guerra fredda, la scomparsa del fisico in odore di comunismo ebbe un grande rilievo internazionale, che prese inizialmente la forma di una voce sul suo rapimento.

Il documentario prova a ricostruire la parabola sovietica di Pontecorvo, che si scontrò presto con una realtà radicalmente diversa da quella che aveva inseguito. Limitato negli spostamenti e ospitato in incognito, fu a breve trasferito nella cittadella scientifica di Dubna dove si trasformò in “un volto senza nome”, chiamato da tutti “il professore”, o Bruno Maksimovič con l’aggiunta del patronimico alla maniera russa.

Qui, ogni giorno, scriveva i suoi appunti su un quaderno rosso che veniva ogni sera messo sotto chiave. Maksimovic uscì alla scoperta nel 1951, in occasione della campagna filo-sovietica per la pace e fu subito scandalo. “Bruno Pontecorvo è al servizio della propaganda dell’U.R.S.S” titolava “Il Messaggero”. Insignito di riconoscimenti nella nuova patria ma rinchiuso in un esilio dorato, Pontecorvo rimise di nuovo piede in Italia nel 1978, ormai segnato dall’età e forse logorato dalle scelte.

Sebbene abbia sempre sottolineato di non aver mai partecipato alle ricerche sulla bomba atomica, sul fisico toscano naturalizzato sovietico gravava una domanda: facendo il passo oltrecortina aveva messo al servizio della causa solo le sue conoscenze o anche i segreti occidentali? La risposta che si è fatta largo, nonostante l’emergere delle più svariate tesi, pare essere la prima.

Il documentario – seguendo il modello del docu-fiction – intreccia politica, storia e scienza, dando voce a Pontecorvo, alle persone che gli furono vicine, ai testimoni dell’epoca. Rimane centrale l’enigma, l’ambivalenza di un genio che finì per contribuire al progresso scientifico dell’uno e dell’altro blocco.