C’era una volta la mafia

La campagna elettorale è finita, focalizzata su un unico terreno di scontro, mentre tanti temi chiave vengono rimossi

di Sofia Nardacchione

Sono passati venticinque anni, quasi ventisei, da quando, nel 1992, la stagione delle stragi riportò alla ribalta nazionale il problema delle mafie.

La violenza che causò questo passaggio – quella delle stragi di Capaci e di via D’Amelio – provocò una risposta immediata non solo della cosiddetta società civile, ma anche della politica. Non sempre in positivo, ovviamente: quelli furono anche gli anni centrali della Trattativa tra Stato e mafia.

Venticinque anni dopo quel periodo, sembra che la parola ‘mafie’ faccia paura, non vada pronunciata né scritta, tantomeno nei programmi dei partiti politici.

Si parla di legalità, certo, si parla molto di corruzione, e quando si parla di “mafia” o “mafie” queste vengono inserite in un calderone di concetti poco chiari e molto, molto vaghi. Addirittura nel programma della Lega Nord non compare né la parola ‘mafie’ né la parola ‘illegalità’.

Insomma, che la lotta alle mafie non sia una priorità di chi si dice pronto a governare il Paese è evidente anche dai programmi.

Eppure sono tantissimi gli studi, i processi e le indagini che hanno svelato di come il problema delle mafie sia un problema di tutto il Paese, nessuna regione esclusa. Mafie che non fanno più attentati, non uccidono (quasi) mai, cercano di mostrare il volto pulito: mafie affariste, insomma.

Da Mafia Capitale al processo Aemilia, sta emergendo un quadro sempre più preoccupante, che dimostra, appunto, che le associazioni mafiose si sono infiltrate in tutti i principali settori economici, quelli più ricchi e redditizi, riuscendo sempre a guadagnarci, inquinando così l’economia legale.

Nonostante questo, il problema delle mafie non viene mai legato, nei programmi politici, all’enorme danno economico provocato, se non nel programma di +Europa, in cui si parla di “contrasto ai profitti delle narcomafie” tramite la legalizzazione delle droghe, ma niente di più.

Un accenno c’è anche da parte del Partito Democratico, che scrive: “Le grandi organizzazioni criminali continuano a estendere la loro rete di potere. Per sconfiggerle bisogna colpire le loro risorse economiche e garantire una sempre più efficace gestione dei beni confiscati, ma accanto alla repressione occorre che l’impegno civile e la cultura della legalità rimangano il cuore della nostra battaglia politico-culturale”.

Non ci sono proposte reali di contrasto, i problemi vengono affrontati a grandi linee senza provare ad arrivare al punto vero e proprio, come se la lotta alle mafie sia una cosa della quale non si può non
accennare, ma senza andare oltre.

Emblematico, su questo aspetto, è quello che si trova nel programma di Fratelli D’Italia: “Priorità a sicurezza e legalità: lotta a tutte le mafie. Contrasto alla corruzione”. Punto.

E non si danno più i nomi a fenomeni che invece avrebbero delle definizione ben chiare: +Europa propone “la riduzione e una progressiva eliminazione di tutti gli inquinanti immessi nell’ambiente, anche attraverso un contrasto sempre più forte nei confronti di tutti i fenomeni di illegalità connessi alla produzione ed allo smaltimento delle sostanze inquinanti”, quando si dovrebbe parlare anche di ecomafie; Liberi e Uguali dice che “va inoltre affrontato con decisione il tema dello sfruttamento e dell’illegalità presenti nella filiera agroalimentare”, quando si dovrebbe parlare anche di agromafie e caporalato.

Tutti fenomeni presenti nelle nostre regioni, sui nostri territori; tutti fenomeni che distruggono l’economia sana, il lavoro pulito, la salute; tutti fenomeni di cui, purtroppo, si fa fatica a parlare.

Facendo di nuovo un salto indietro nel tempo, torniamo al giugno del 1992 quando lo Stato cercò una mediazione con Salvatore Riina, che scrisse il famoso “papello” con le richieste che venivano fatte in cambio della fine delle stragi. Tra i 10 punti del documento ce n’era uno che chiedeva l’annullamento del decreto legge 41 bis, che prevede il carcere duro per i mafiosi.

Due sono le forze politiche che oggi richiedono un miglior funzionamento del 41 bis: il Movimento Cinque Stelle (“effettivo rigore di funzionamento del regime 41bis ed alta sicurezza con individuazione/costruzione di idonee sezioni per la detenzione così come previsto dalla legge”) e Liberi e Uguali (“il regime del carcere duro per i mafiosi che mantengano un rapporto con i propri territori d’influenza non va mitigato”).

Invece Potere al Popolo va nella direzione completamente opposta e chiede l’abolizione del 41 bis, “riconosciuto quale forma di tortura dall’ONU e da altre istituzioni internazionali, adottando al suo posto misure di controllo, per i reati di stampo mafioso, allo stesso tempo efficaci ed umane, che non permettano la continuità di rapporto con l’esterno”.

Ecco, è vero che il principio costituzionale della rieducazione all’interno del carcere è fondamentale, che ci sono dei principi di cui bisogna tenere conto, ma si deve guardare al contesto generale.

Perché nello scrivere i programmi si dovrebbe tenere conto di quella che è la realtà dei fatti: l’8 febbraio di quest’anno all’interno dell’aula bunker del Tribunale Penale di Reggio Emilia il Pubblico Ministero ha depositato dei documenti che dimostrano che l’attività delittuosa degli imputati di Aemilia non si sarebbe mai fermata, neanche dal carcere, da dove, anzi, sarebbero arrivate minacce e intimidazioni a chi doveva testimoniare un aula.

La rieducazione, l’annullamento del carcere duro ci deve essere quando c’è la volontà del condannato di cambiare, come è successo per coloro che realmente si sono pentiti diventando collaboratori di giustizia.

L’annullamento ci può essere per coloro che decidono di cambiare vita, di cambiare metodi e modalità.
Non ci può essere per chi anche dal carcere minaccia e intimidisce, per chi non ha nessuna intenzione di
smettere di fare parte dell’associazione mafiosa a cui appartiene.

Neanche quello che è emerso e sta emergendo ancora in questi mesi nel processo sulla Trattativa Stato-mafia riesce a dare un monito alla politica, politica che troppo spesso è stata – e continua spesso ad esserlo – collusa con le mafie, politica che ne approfitta, politica che ha bisogno di voti, al Sud come al Nord i casi sono dappertutto.

Ma di questo non si parla, non si parla dei nomi usciti nel processo, non si appoggia chi ha messo in pericolo la propria vita – come il magistrato Nino Di Matteo – per portare finalmente alla luce la verità su quegli anni.

Solo il Movimento 5 Stelle scrive: “Vogliamo spezzare qualsiasi legame tra politica e malaffare, e per questo proponiamo la revisione dell’errata tipizzazione del 416-ter del codice penale, così da poter finalmente punire lo scambio elettorale politico-mafioso​”.

Ma forse, per spezzare realmente il legame tra mafie e politica, per fare in modo che la lotta alle mafie sia realmente centrale nell’azione di chi governa e di chi governerà, bisognerebbe fare collegamenti, capire le cause e gli effetti del radicamento mafioso, andare a fondo oltre le frasi fatte, oltre le commemorazioni: solo così, tramite un’azione strutturata e non pensata in un’ottica di convenienza, sarà possibile sperare in una lotta alle mafie che sia davvero efficace.