Do you remember Rana Plaza?

Cinque anni dopo la tragedia del Rana Plaza, lo sfruttamento dei lavoratori del tessile in Bangladesh rimane ancora una questione per cui continuare a lottare

Di Clara Capelli

Millecentotrentaquattro morti. Oltre duemilacinquecento feriti. Accadeva esattamente cinque anni fa, in Bangladesh, non troppo lontano dalla capitale Dacca. Il crollo del Rana Plaza, stabilimento commerciale che ospitava tra le varie cose delle fabbriche tessili in cui erano impiegati circa 5000 operai, è ricordato come uno delle peggiori tragedie nella storia dell’industria tessile.

Un edificio di cinque piani costruito senza permessi e senza alcun rispetto delle norme edilizie. Condizioni di lavoro deprecabili, operai – per la maggior parte donne – spinti a presentarsi sul posto di lavoro nonostante il giorno prima fossero comparse delle preoccupanti crepe sui muri.

Le ricostruzioni della vicenda riportano che mentre i negozi e la banca del Rana Plaza furono immediatamente chiusi, le fabbriche continuarono a operare, molto probabilmente per rispettare le pressanti scadenze delle consegne alle multinazionali dell’abbigliamento: Walmart, Benetton. Primark, Mango, eccetera eccetera eccetera.

Cinicamente verrebbe da dire che questa non è una storia nuova: ai racconti di lavoratori sottopagati e sfruttati, costretti a lavorare senza alcuna tutela, ci siamo abituati. I personaggi di Charles Dickens ed Emile Zola rivivono ciclicamente a tutte le latitudini di un globo dove la produzione è geograficamente così sparpagliata da distanziarci sempre di più dai rapporti di potere che la strutturano.

Pensiamo alle maquiladoras messicane, prosperate soprattutto dopo l’introduzione del NAFTA; oppure alle tristi storie di suicidi degli operai della Foxconn, multinazionale cinese leader della produzione di componenti elettrici ed elettronici per altre multinazionali, inclusa Apple. E si potrebbe continuare.

La portata della tragedia del Rana Plaza scosse però le coscienze, tanto da spingere oltre 200 marchi a sottoscrivere l’Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh e a impegnarsi a promuovere maggiore sicurezza e salubrità nelle fabbriche del Paese, dove l’abbigliamento rappresenta circa l’80% delle esportazioni e impiega intorno ai 4 milioni di persone, secondo solo alla Cina in questo settore.

Nel quadro disegnato dall’accordo, le fabbriche tessili vengono regolarmente ispezionate e possono ricevere sostegno finanziario per l’adeguamento agli standard di sicurezza; laddove invece tali standard non siano rispettati, le fabbriche possono perdere le commesse delle multinazionali dell’abbigliamento. Quelle stesse commesse dalle scadenze pressanti per le quali le vittime del Rana Plaza continuarono a lavorare anche in condizioni di evidente pericolosità.

 

 

Sebbene il bilancio sia sostanzialmente positivo, è importante però sottolineare come molti marchi non abbiamo sottoscritto l’accordo e altrettanti non intendano aderire al secondo, attualmente in preparazione, che si concentra maggiormente sulla sindacalizzazione delle fabbriche e le condizioni salariali, elemento che – nonostante l’innalzamento del salario minimo da 3000 a 5300 taka (circa 50 euro, stimato da diversi enti come drammaticamente al di sotto della soglia di sussistenza) all’indomani del crollo del Rana Plaza – sono rimaste un elemento secondario nelle discussioni con fabbriche e committenti internazionali.

Come bene evidenzia un rapporto della Campagna Abiti Puliti (braccio italiano della Clean Clothes Campaign), si è ancora molto lontani da un effettivo cambiamento di paradigma. Se in fondo è facile empatizzare per le vittime del crollo di una fabbrica o per gli operai intossicati o avvelenati per le terribili condizioni di lavoro cui sono sottoposti, più complesso è interessarsi e impegnarsi in una rinegoziazione globale dei rapporti tra lavoro e capitale.

La localizzazione geografica delle diverse fasi della produzione, la remunerazione di salari e capitale, la redistribuzione delle risorse. Si tratta di obiettivi ambiziosi, specialmente se si considera che la lotta sulle condizioni di sicurezza, in Bangladesh come altrove nel mondo, è ancora lontana dall’essere vinta.

Ma a cinque anni dalla tragedia del Rana Plaza è più che mai necessario interrogarsi sul fatto che salari più giusti in Bangladesh non siano una questione a noi distante, affrontabile con un pizzico di pietismo o poco più: è un problema che riguarda anche la nostra realtà. Perché finché sarà possibile praticare a livello mondiale la corsa al ribasso sul costo del lavoro, le ingiustizie sociali del Bangladesh si riverbereranno a ogni latitudine.

 

 

Lista dei marchi firmatari e non firmatari degli accordi 2013 e 2018