I due volti dell’eccezione Portogallo

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20 Aprile 2020

Lisbona gode di ottima stampa, i contagi son bassi, ma il fenomeno è più complesso

In maniera sempre più insistente, man mano che la curva di contagio si va appianando, si parla del Portogallo come di un caso miracoloso. Lo hanno fatto anche i giornali italiani, magari riprendendo articoli di altre testate internazionali. Anzi, probabilmente è andata proprio così: Politico ha titolato ‘eccezione portoghese’, che in Italia qualcuno ha trasformato in vero e proprio ‘miracolo’.

Questa buona critica estera ha poi rimpallato nella politica interna, tanto che anche il Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa (un populista non sovranista che da quando è esplosa la pandemia sfodera la sua retorica meno digrossata), nel discorso con cui prorogava lo stato d’emergenza ha parlato della nazione come di miracolo vivente da novecento anni.

Nella sua forma più recente, il miracolo consisterebbe nel fatto che, rispetto alla vicina Spagna, qui gli effetti del Covid-19 sembrerebbero più lievi.

 

Ci sono un paio di difetti nel manico di questo ragionamento. Il primo è un problema di product placement per corrispondenti e inviati stranieri in Portogallo. Come inserire notizie dalla marginale, sia pur simpatica, Lisbona all’interno di una narrazione mondiale sempre più monopolizzata da crisi globali? Lavorando sull’eccezione.

 

E questa eccezione può essere solo felicissima o tragicissima. Dal famoso terremoto del 1755 che scosse le migliori menti dell’Illuminismo il Portogallo, per fare notizia, può trovarsi solo alle stelle o alle stalle. La sua normalità non vende.

Ecco perché un’ordinanza ministeriale che concede un permesso di soggiorno temporaneo agli stranieri diventava, qualche settimana fa, una misura umanitaria epocale, mentre i risultati relativamente buoni nella lotta all’epidemia diventano oggi un miracolo.

Il secondo difetto è connesso al primo. È solo un dubbio ed è doveroso trattarlo timidamente, senza addentrarsi in complessi discorsi da epidemiologo fai-da-te. Si discute tanto, anche troppo, di quanto sia sbagliato applicare metafore belliche alla malattia, perché il virus non ci odia come un nemico vero. Poi però lo osserviamo nei suoi spostamenti transfrontalieri come se davvero potesse prendere sul serio un confine terrestre tracciato appunto nove secoli fa da due re cugini.

L’andamento del contagio portoghese, che al momento è oltre i 20mila casi accertati, non pare diverso da quello di altre zone della Penisola Iberica, come la regione valenciana, con circa metà degli abitanti e metà dei contagi.

In Italia abbiamo l’esempio del Sud, anch’esso con un’organizzazione sanitaria sulla carta preoccupante, ma che ‘miracolosamente’; ha retto finora meglio della Lombardia. La Puglia, per esempio, ha quasi la metà della popolazione portoghese e poco più di un decimo dei suoi contagi. È vero che spicca un tasso di letalità più basso in Portogallo, forse accentuato da un’intensa campagna di tamponi, questa sì encomiabile dopo le esitazioni iniziali, ma il dubbio resta: di cosa parliamo quando parliamo di pandemia e frontiere statali?

Sulla diffusione del virus nei confini portoghesi già diversi esperti hanno provato a dare delle spiegazioni non peregrine, in linea con altri tentativi d’interpretazione messi a punto su scala mondiale. La scarsa coesione territoriale, per esempio, ossia l’isolamento endemico delle province dell’entroterra lusitano è un vecchissimo problema del Paese, lo stesso che fa scatenare i famosi incendi estivi (le ‘stalle’ dopo le ‘stelle’).

 

Così come è un problema il basso tasso di scolarità e lo scarso dinamismo fra gli anziani, che davanti al televisore già da anni praticavano il confinamento volontario. Perfino i servizi di trasporto urbano più scadenti, con la conseguente pessima abitudine di usare l’automobile, insomma tutto quanto in tempi normali viene additato come debolezza si è rivelato, nella lotta al virus, un punto di forza.

 

Il risultato è che, oltre alle due grandi città di Lisbona e Oporto, i piccoli centri più colpiti si trovano non a caso in zone dove più attiva è l’industria manifatturiera con legami importanti alle rotte dell’import-export (‘Luck and geography’, lo diceva pure quell’articolo di Politico che solo ironicamente citava poi la Madonna di Fátima).

Tutto ciò non serve a sminuire i meriti della politica e della società portoghese nel suo insieme. Anzi, da quello che si è visto in poco più di un mese possiamo affermare con un accettabile grado di sicurezza che in Portogallo la politica è stata più rapida ed efficace della scienza, perlomeno nella sua variante degli ‘scienziati ministeriali’.

Non solo il premier Costa ha decretato la serrata quando le infezioni erano ancora poche e non vi erano decessi, ma lo ha fatto contro il parere degli alti tecnici del suo ministero. Difficile dimenticare che 24 ore prima del primo intervento decisivo (13 marzo: dichiarazione dello stato d’allerta e chiusura delle scuole) l’Istituto Superiore di Sanità e il Consiglio Superiore di Sanità avevano detto in conferenza stampa, in risposta agli istituti che prendevano l’iniziativa di chiudere, che nessuno poteva farlo senza il parere delle autorità sanitarie.

Quella sera, i protagonisti ai lati della Ministra della Salute erano il dott.
Jorge Torgal, che fino a pochi giorni prima aveva rilasciato interviste in cui affermava che il Covid-19 era un’influenza stagionale, e la presidente della DGS (omologa del nostro ISS), Graça Freitas, la quale, mentre in Italia già si strappavano a centinaia i cadaveri all’ultimo saluto dei cari per metterli nei forni crematori, lamentava a reti unificate il fatto che l’asilo della sua nipotina avesse deciso di chiudere gettando sua figlia nel panico.

E qui torniamo alla notizia del momento. La proroga di giovedì scorso allo stato d’emergenza decretato il 18 marzo pare ormai, per decisione quasi unanime, destinata a essere l’ultima.

Il Portogallo si prepara, dal 2 maggio, alla parziale riapertura di scuole materne (forse le superiori per le classi che hanno l’esame di maturità), alcuni uffici pubblici e piccoli negozi di quartiere. Perfino i parrucchieri.

Accanto a queste misure il governo promette più mascherine e disinfettante per tutti, ma ormai cominciano a fare più paura i numeri dell’economia, già catastrofici. Secondo le previsioni del Ministero delle Finanze il Pil di questo trimestre potrebbe cadere del 20% per arrivare, se ‘andrà tutto bene’, a -8% alla fine dell’anno.

È vero, non bisogna trattare il virus come un nemico capace d’intendere e di volerci male, ma chissà che non s&’ingelosisca dei nostri nuovi timori e non tenti una rivalsa. Per i giornalisti il lavoro sarebbe garantito, perché il Portogallo passerebbe subito dalla fase stelle alla fase stalle.