Serbia 1999 – 2019. Un’intervista con il fumettista Zograf

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1 Aprile 2019

SPECIALE GUERRA IN KOSOVO, VENTI ANNI DOPO – PRIMA PARTE

A 20 anni dalla guerra del 1999 Q Code Magazine ha intervistato Saša Rakezić, alias Zograf, il fumettista serbo che ha contribuito a far conoscere la vita in Serbia sotto le bombe. Con Zograf abbiamo parlato della memoria dell’attacco NATO, ma anche del fil rouge che collega Italia ed ex Jugoslavia nel mondo del fumetto, della Serbia di oggi, nonché della sua ultima fatica, il film L’ultima avventura di Kaktus Kid.

Il grande pubblico italiano ha imparato a conoscerti nel 1999, quando alcune testate hanno pubblicato i tuoi fumetti sui bombardamenti. Come è nata la tua volontà di informare dalla Serbia bombardata? E quali sono stati i feedback dall’estero?

Per la prima volta sono arrivato a un più ampio numero di lettori in Italia nel momento in cui i miei fumetti e le mie email sono stati pubblicati da molte testate italiane, da Linus a Il Manifesto, oltre a molte pubblicazioni minori e locali – ricordo che durante i bombardamenti qualcuno mi ha detto di essere entrato nella sua filiale della banca, da qualche parte in Italia, e proprio lì, nella pubblicazione della banca, in mezzo ad articoli non molto interessanti sull’accensione di un mutuo o simili, ha letto i miei testi sulla vita sotto le bombe della NATO. Non ho idea di chi li abbia fatti arrivare a una pubblicazione di quel genere, ma il tutto deve essere stato approvato da qualche dipendente della banca. Allora l’era della comunicazione via internet era ai suoi inizi, e le persone si lasciavano trasportare dalle nuove possibilità che questa apriva, così che le email (sebbene non ne avessi l’intenzione) sono arrivate a un gran numero di persone, gli amici le inoltravano ai loro amici, raggiungendo migliaia di indirizzi, e io me ne sono reso conto per le reazioni che sono arrivate da tutto il mondo. Un gran numero di messaggi arrivavano proprio dall’Italia (come anche da altri paesi di quella parte d’Europa), il che mi ha fatto pensare che, sebbene probabilmente la maggioranza silenziosa accettava tutte le iniziative prese dal proprio governo, si trattasse pure di gettare bombe in testa a sconosciuti, c’era un gran numero di persone che credeva, o sentiva, che questo fosse sbagliato. Ho iniziato a disegnare una striscia alla settimana all’epoca dei bombardamenti, su iniziativa del fumettista Chris Ware. Alcuni settimanali indipendenti, come The Stranger a Seattle e New City a Chicago, l’hanno pubblicata. D’altra parte ho iniziato a scrivere ogni giorno agli amici, tramite posta elettronica, parlando di quello che succedeva quotidianamente, dal momento che la mia città natale, Pančevo, è stata uno degli obbiettivi più frequenti dei bombardamenti, essendo uno dei più importanti centri industriali del paese. Io volevo solo descrivere quello che succedeva intorno a me, perché all’epoca pubblicavo abbastanza proprio negli Stati Uniti, e gli amici mi riempivano di domande sulla situazione. Man mano che i giorni passavano, si è trasformato in un modo per far sì che le informazioni sui bombardamenti arrivassero a coloro che erano interessati a conoscere da una fonte che fosse, diciamo, “indipendente”. In Italia avevo pubblicato anche prima su riviste e nel 1998 è uscita la prima collezione di fumetti in italiano, dal titolo Diario, per il Centro Fumetto Andrea Pazienza. Solo alcuni mesi prima del bombardamento sono stato ospite del festival del fumetto di Lucca, nel quale ho ricevuto un premio speciale. Dal momento che da tutti questi anni collaboro con editori italiani, e di tanto in tanto pubblico su Internazionale o espongo in festival o mostre di fumetto, per me l’Italia è una sorta di seconda patria….

Come è stato celebrato quest’anno in Serbia il ventennale del bombardamento NATO?

Qui viene trattato del tutto marginalmente, ma sia oggi che negli anni passati viene commemorato da noiosi discorsi istituzionali, che non meritano di essere commentati. Ammetto di non essere un grande amante delle ricorrenze, ma in Serbia il 24 marzo come giorno dell’inizio del bombardamento NATO si celebra con un misto di disagio, autocompatimento e battersi il petto. Mi pare che – da questa distanza temporale – ciò sia ancora più assurdo. Sia allora che oggi credo sia stata una resa dei conti tra folli, da una parte Milošević che agitava le armi, come oggi sappiamo, per coprire il suo arricchimento personale e il fatto che aveva fatto confluire fondi statali sul suo conto personale. Dall’altra parte gli indipendentisti albanesi volevano regnare sui propri possedimenti mafiosi, spingendo un popolo confuso dritto nel fuoco. In tutto questo sono entrati i giusti dall’Occidente, che hanno risolto la situazione lanciando bombe sulla città, in modo da aprirvi poi negozi e supermercati (e in Kosovo una base militare di proporzioni enormi). Sebbene tutti implorassero le più alte virtù, sia che facessero perno sulla questione nazionale che sulla democrazia con la D maiuscola, man mano che passa il tempo sempre più sembra sia stata una lotta tra élite per la suddivisione del denaro o una resa dei conti mafiosa travestita da fini più alti, che l’opinione pubblica già anestetizzata avrebbe “ingoiato”.

Come vedi in generale la memoria del bombardamento NATO in Serbia oggi?

In Serbia la gente non si ricorda volentieri dei bombardamenti, come se esistesse la volontà di reprimerla, spingerla via, nonostante venga regolarmente sottolineato l’”eroismo contro un nemico dominante”. A Pančevo c’è un piccolo monumento, costruito al margine della città, niente di che, ma è stato fatto con le sue mani da un padre il cui figlio è stato ucciso da un proiettile americano mirante alla Raffineria di Pančevo. È estremamente modesto, non ha nessun particolare simbolo o scritta, ma è in un posto adatto – in periferia – in cui ci si può isolare e riflettere, anche se la maggior parte della gente che ci si ferma non sa neppure come è nato. A differenza di questo, quasi tutti i monumenti “ufficiali” costruiti con l’intento di commemorare le vittime in Serbia sono dozzinali, brutti, in qualche modo costruiti contro voglia e in fretta.
Comunque, a poca distanza dal bombardamento della Serbia (che, in quanto paese europeo, è stata risparmiata dall’ingresso delle truppe di terra, forse perché avrebbe ricordato troppo l’occupazione nazista), l’Occidente ha cercato di “risolvere” la situazione intervenendo in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria… Il che ha causato intere ondate migratorie ma anche il rafforzamento di gruppi estremisti guidati da personaggi inquietanti… Dalla prospettiva odierna, quella politica interventista come dovrebbe essere valutata?

Nella tradizione del fumetto le relazioni tra la Federazione jugoslava e l’Italia erano molto forti, anche dal momento che i fumetti di Bonelli sono stati tradotti in Jugoslavia. Perché Alan Ford, Dylan Dog e altri eroi erano così popolari in Jugoslavia?

I paesi della ex Jugoslavia e l’Italia sono territori vicini, non solo a livello geografico ma anche di mentalità. Si guarda al mondo in modo simile, e simile è anche il senso dell’umorismo. Per questo motivo i fumetti di successo italiani sono stati accettati d’altra parte della frontiera. Nel caso di Alan Ford, si può dire che quel fumetto sia stato più popolare in Jugoslavia che in Italia – alcune delle espressioni usate sono addirittura diventate parte del lessico urbano – e alcuni significativi film e rappresentazioni teatrali sono stati ispirati da Alan Ford. Il mio amico e teorico della cultura di massa Lazar Džamić, che dopo aver trascorso molti anni a Londra ha fatto ritorno in Serbia, ha scritto un libro sulla ricezione di Alan Ford nei paesi dell’ex Jugoslavia e il libro ha avuto diverse ristampe, di recente è stata anche tradotto in inglese. È interessante come questa traduzione sia avvenuta – delle organizzazioni tedesche, volendo che i propri manager familiarizzassero con la mentalità e il carattere dell’ambiente serbo, hanno consigliato loro di leggere il libro su Alan Ford! Quindi un fumetto italiano, la cui trama si svolge a New York, è servito a spiegare i tratti caratteriali degli jugoslavi! Nel nostro – italiano e jugoslavo – spirito improvvisatore, nella nostra tendenza a sminuire le autorità di tutti tipi, c’è sicuramente del tragico ma c’è anche della vitalità.

Il film L’ultima avventura di Kaktus Kid, di recente presentato al Trieste film festival, segue la vita di Veljko Kockar, un fumettista condannato a morte nel 1944, dopo la liberazione di Belgrado. Come sei arrivato a questa storia e qual è il messaggio di questo film?

Negli anni ’30 a Belgrado erano attivi decine di fumettisti, esisteva una scena poi interrotta dai burrascosi eventi dell’inizio degli anni ’40. Molti autori del periodo prebellico hanno smesso di occuparsi di fumetti, o hanno lasciato il paese, alcuni si sono anche trasferiti in Italia, come Sergej Solovjev. Il destino del giovane e talentuoso autore Veljko Kockar è stato completamente dimenticato. Solo diversi decenni dopo la fine della guerra, storici del fumetto come Zdravko Zupan sono venuti a sapere che è stato ucciso nel 1944, dopo la liberazione di Belgrado dalla dura occupazione nazista. La fucilazione è avvenuta senza processo ed è rimasta nascosta per molti anni “sotto il tappeto”, perché l’accusa di aver collaborato con gli occupanti non era stata provata. Tutto questo si è trasformato in un libro sul caso, scritto da Zdravko Zupan, di cui sono stato curatore. Sebbene le mie simpatie siano sempre state dalla parte di coloro che hanno liberato il paese dal fascismo (non solo perché mio nonno è stato membro del movimento di resistenza clandestino), ho pensato che non si dovessero tacere nemmeno i loro errori, come la fucilazione di un giovane artista. Il regista Djordje Marković ha proposto di fare un docufilm d’animazione sul tema, nel frattempo lo storico del fumetto Zdravko Zupan è morto prematuramente e io ho continuato per sette anni a indagare e a raccogliere dati che sono confluiti nel film. L’idea del regista è stata anche di parlare – attraverso un fumettista del passato – di un fumettista del presente, quindi il film su Veljko Kockar è anche un po’ un film su di me, che riporto in vita il suo destino. Al film partecipano anche personalità della scena mondiale del fumetto, come la leggenda vivente del fumetto americano e mondiale Robert Crumb, che è anche un conoscitore della musica tradizionale balcanica, fin da prima che Bregović la rendesse famosa al mondo.
In ogni caso, il film rappresenta un collage di diverse forme e contenuti, sfuggendo ad ogni tipo di etichetta, e io vi compaio come ricercatore e come narratore principale. Mi ha fatto piacere che la prima proiezione, dopo Belgrado e Zagabria, sia stata a Trieste, una città che amo molto, e che è un po’ balcanica, oltre ad essere italiana e centroeuropea.

Una delle ipotesi è che Kockar sia stato ucciso per colpa della sua satira, addirittura che possa aver disegnato caricature di Stalin o di personalità jugoslave. Come vedi la libertà dei media nella Serbia di oggi? Quali fasi ha attraversato il paese negli ultimi decenni fino ad oggi?

Veljko Kockar non ha mai disegnato caricature di Stalin, né di altre autorità. Su questo sono solo circolate delle voci, anche se ci sono stati altri fumettisti (che sono scappati dal paese insieme all’esercito tedesco in ritirata), che hanno creato la più disgustosa propaganda nazista, come manifesti o illustrazioni sui giornali. Pare che Veljko Kockar sia servito come “agnello sacrificale”, del tutto innocente, portato al patibolo sulla base di voci che nessuno, nel caos dell’immediato dopoguerra, ha provato a verificare. Io ho proposto che il film si occupasse anche di un altro fumettista, Konstantin Kuznjecov, emigrante russo, il cui padre fu ucciso dai membri dell’Armata rossa durante la rivoluzione d’ottobre. Kuznjecov fu un brillante fumettista, ma durante l’occupazione lavorò nel dipartimento nazista per la propaganda a Belgrado, in gran parte disegnando su consegna di Berlino. Arrivò con l’esercito tedesco a Monaco, dove soggiornò nei campi americani per gli interrogatori, disegnando propaganda americana! Dopo la guerra si è trasferito a Los Angeles, dove (durante la guerra fredda) si vantava di aver pubblicato satira anticomunista in Jugoslavia, tacendo il fatto che fosse al servizio dei nazisti!
In ogni caso l’idea del film L’ultima avventura di Kaktus Kid è che l’ideologia, qualunque ideologia o forza politica, sta agli antipodi della natura profondamente individualista della creazione artistica.
Per quanto riguarda la Serbia di oggi, sono in corso ormai da molti mesi le proteste antigovernative che si diffondono anche in molti luoghi della provincia. Dopo che Milošević fu spodestato nelle manifestazioni del 2000, sembrava che si fosse chiuso per sempre con le proteste. Ora la stabilocrazia al potere è giunta alla conclusione che, se controlla con intelligenza la situazione, potrà rimanere per sempre al potere. Una parte di loro proviene dai partiti nazionalisti degli anni ’90, ma oggi hanno relazioni abbastanza buone con i rappresentanti delle minoranze, e trovano i loro interessi nella sfera del business e delle transazioni finanziarie sospette. Il loro metodo non è la violenza aperta, non sono neppure interessati all’ideologia, ma piuttosto una manipolazione perfida del corpo elettorale. Le proteste che hanno avuto luogo in Serbia sono nate proprio dalla sensazione che il sistema non permetta alle persone di valore di avvicinarsi all’élite di governo e che i mediocri controllino la scena. Interessante che i simboli di questa insoddisfazione siano di nuovo coloro che fanno satira, come il caricaturista Corax, che ha segnato la resistenza contro Milošević, e che appare anche nel nostro film. Inoltre tutti coloro che appaiono nelle proteste seguono anche l’autore del programma satirico Zoran Kesić. Questo significa forse che noi balcanici riusciamo ad articolare solo attraverso la satira le nostre riflessioni, mentre siamo disfunzionali in politica? Traete voi le vostre conclusioni.