Domovine

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3 Febbraio 2021

Il film di Jelena Maksimović

È un film di poche parole e molti silenzi, Domovine [Patrie], della regista serba Jelena Maksimović, trasmesso nell’ambito del Trieste Film Festival. I silenzi e le inquadrature offrono uno spaccato poetico di una striscia di territorio che nella seconda metà degli anni ’40, quando il conflitto in Grecia non finì, ma si riprodusse in altre forme, fu investito dalla violenza della guerra civile, di cui esistono ancora le tracce nei villaggi abbandonati. Dove le case in rovina rimangono ancora a ricordo di quello che fu, mentre la memoria diventa sempre più sbiadita. Così un anziano abitante ricorda le azioni dei partigiani contro i presidi dell’esercito.

Poi una notte presero tutti gli uomini del villaggio e li uccisero. Ma chi uccise chi, non se lo ricorda, dice.

Una Grecia montana, aspra, innevata, che ospita anche chi in montagna ci è arrivato da altre zone, cercando una sostenibilità in un paese flagellato dalla crisi economica. Queste alcune delle poche informazioni che il documentario offre, e che rimangono sullo sfondo di una storia intima, quella di una donna, che raggiunge la terra in cui si trova una parte delle sue radici. E se ne riappropria, vivendone la vita, tagliando le mele da infornare, scavando nella terra per piantare una pianta. In silenzio, fino alla chiusura, quando ricorda la figura della nonna che credeva fermamente nella lotta contro il fascismo e il capitalismo e cercò rifugio nella terra del socialismo, dove invece ad accoglierla trovò il patriarcato. La caratterizzazione criptica di questo ‘non personaggio’ della nonna lascia lo spettatore con molte domande e curiosità inesaudite a cui il film non vuole offrire una risposta.

È una linea di contatto femminile, la trasmissione di un messaggio politico fuori dal tempo e dallo spazio. Criptico, come le parole in greco che riemergono dall’infanzia della protagonista.

La guerra civile greca, che durò dal 1946 al 1949, provocò centinaia di migliaia tra morti e sfollati, i cui numeri variano a seconda delle fonti. La guerriglia comunista, alla quale Stalin si opponeva – dal momento che la Grecia apparteneva al blocco atlantico – si trovò priva di ogni sostegno dopo che la Jugoslavia, impegnata a lottare per la sua stessa sopravvivenza dopo il conflitto con Stalin nel 1948, chiuse i confini con la Grecia. Circa 30.000 profughi – in gran parte slavo-macedoni, ma tra loro alcune migliaia di greci – trovarono rifugio in Jugoslavia, da dove in alcuni casi raggiunsero i paesi del blocco sovietico. Il territorio montano vicino al confine porta ancora tracce degli eventi sanguinosi della seconda metà degli anni ’40.