La Commissione europea ha lanciato una campagna di propaganda sugli investimenti in armi. Dove ci siamo persi?
La propaganda pro War Deal dell’Europa (Rearm EU) in cui ci si imbatte in rete e sui social ha un sapore rancido, e parla la rude lingua di un passato che speravamo di aver superato. Proteggiamo l’Europa con le armi. Sembra un diktat di un personaggio del passato, impegnato a schierare il proprio Risiko, come se fossimo ancora dentro una Guerra Fredda che oggi non c’è più. Al posto delle ideologie, colorate di rosso e di blu ci sono persone con evidenti problemi di equilibrio psicologico, megalomani. Donald Trump e Vladimir Putin, senza voler indagare sulla psichiatria del primo ministro israeliano, su cui pende un ordine di cattura del Tribunale Internazionale dell’Aja. La domanda e l’accusa è sempre la stessa: e l’Europa?
È sempre utile guardare a casa propria, per capire dove stiamo giocando il ruolo del Vecchio Continente rispetto a un contesto impazzito. L’Europa non sta bene, non è all’altezza della situazione, non incide, non riesce a dotarsi di strumenti unitari, eppure non può far finta che la sua storia, le sue radici e il pensiero che qui si è sviluppato sia diverso, distinto, ha una propria identità. Nonostante gli allargamenti, strategici e finanziari, c’è una cultura europea che ha poco e nulla a che spartire con le superpotenze che si giocano gli equilibri globali, Cina spettatrice e Paesi in ascesa ancora impegnati a consolidare la propria posizione con alleanze variabili.
Il punto, però, non sono gli altri, ma come siamo incapaci di dettare una agenda a livello di diplomazia, frammentati nelle spinte egoistiche dei singoli Paesi o delle modulazioni fra capitali che giocani ai dispetti e disegnare equilibri mutevoli. L’alleato americano, sempre meno alleato, lo ha preteso, non chiesto. Pagate di più la vostra difesa em comprate da noi. E la commissione ha studiato un piano di nuovo benessere e sicurezza che si basa sugli strumenti di difesa, cioè di offesa, cercando una via di finanziamento sulla propia industria bellica e fondi, addirittura, dedicati.
Prima delle considerazioni della real politik mi interessa il moto di sdegno che ho provato di fronte a questa inserzione sui social e alle parole utilizzate per giustificare la corsa al riarmo: “Proteggiamo ciò che conta: la nostra difesa. Proteggere ciò che conta significa lavorare insieme. L’UE adotta misure per difendere meglio i suoi cittadini, rendere sicure le proprie frontiere e salvaguardare il suo futuro allineando gli sforzi, investendo in risorse e coordinando gli interventi comuni”.
La guerra in Ucraina, che non è scoppiata per caso ai confini europei, e le ripetute notizie di stampa per cui la Russia sarebbe pronta a invadere i Paesi di confine creano opinione. E infatti il sito della propaganda cita due numeri: il 68% dei cittadini credono che il proprio paese sia in pericolo, il 79% di cittadini sono favorevoli a una politica di difesa e di sicurezza comune a livello europeo.
Sempre la landing page di propaganda ci dice che sono 800 i miliardi di euro stanziati per l’aumento della spesa per la difesa negli Stati membri fino al 2030, di 7,3-8 miliardi di euro stanziati nell’ambito del Fondo europeo per la difesa per sostenere la ricerca comune e lo sviluppo delle capacità (2021-2027), 1,5 miliardi di euro stanziati per aumentare gli investimenti nel settore della difesa e rafforzare la capacità industriale.
Che numeri! Vediamo qualche contraltare, citato dal Fatto Quotidiano: “Per inseguire una sicurezza strategica basata sul riarmo, all’interno dell’Italia e della UE si rischia di sacrificare la sicurezza sociale”. Questo l’allarme lanciato dal prof. Fabrizio Battistelli, sociologo, nonché presidente e cofondatore di Iriad, l’Istituto di ricerche internazionali di Archivio Disarmo, think tank romano sulla pace, oggi alla presentazione alla Camera dei deputati del rapporto da lui coordinato “Europa: quale difesa?”. Qui il link al rapporto.
In una intervista che ho realizzato recentemente sul tema della sicurezza, il criminologo Roberto Corelli chiosava in una frase il segno dei tempi. Parlando di sicurezza, ormai, si pensa alla paura – mi diceva. Quando invece, chiudeva, la parola da associare a sicurezza è diritti.
La domanda non è retorica e chiede a tutte e tutti noi cittadin* europei di scegliere una strada diversa, una diplomazia diversa, un atteggiamento commerciale diverso e una nuova voce di politica estera che non risponda già alle dinamiche del secolo scorso. Sono tutti elementi sicuramente delicati e difficili da invertire, ma necessari, per non vedere più nei wall dei nostri social questo appello davvero grottesco: proteggere chi siamo non passa dai fucili, verrebbe da scrivere nelle clave. Quella è la politica che stanno imponendo le superpotenze. Passa dal far valere il progresso della civiltà, e in primo luogo da una convinta affermazione dei diritti e del no alla guerra, alla violenza, alla violazione delom diritto internazionale. NOn fateci morire cinici nello spietato realismo senza speranze, perché un’altra Europa è possibile. Era nei sogni dei nostri primi europeisti e combattenti partigiani e lo è anche dentro le menti e le esperienze che da tempo costellano il nostro sentirci naturalmente non solo europei, ma cittadini del mondo, al di là dei nazionalismi e delle patrie. Spesso orgogliosi della cultura europea, macchiata dal morbo della violenza e delle guerre, orami consapevole di essere una soggettività altra.
Proteggiamo questo, senza armi, senza puntare gli investimenti su strumenti che provocano morte e altre disastrose conseguenze. Dovremmo averlo capito. Così non pare ai vertici di chi deleghiamo per rappresentarci, e questo è un enorme problema.