Guardiamo nostri simili, guardiamo bambini, morire uccisi per fame
Noi guardiamo morire di fame i nostri simili per un progetto che vuole che muoiano di fame, oltre che nelle file per la farina gestite da finte Ong controllate dal carnefice, o nei bombardamenti o sparati dai cecchini, con risate su Instagram.
Noi guardiamo e molte e molti di noi, la maggioranza di noi, la stragrande maggioranza, non può fare nulla.
Nulla.
Decine di anni e milioni di parole, leggi, diritto, progresso e civiltà.
Nulla.
Questo è quello che abbiamo imparato?
È ora di cambiare le regole del convivere, lo si può fare, e tante regole esistono già e non vengono rispettate. Nulla; scriviamo codici e facciamo convegni, aspettandoci che siano realtà.
Ma alla fine si impone il profitto, la disumanità del più forte, l’odio.
Odioso è il pensiero che torna più volte in questi mesi, troppi mesi e troppi morti uccisi, massacrati, sterminati.
Sono le domande che ci si faceva sui libri di storia. E nessuno ha detto nulla? Non ci si è ribellati? Perché si è intervenuti così tardi?
Oggi l’aggravante è l’agonia in diretta, fra pubblicità, selfie da spiaggia, propaganda di basso livello e la fine del mese per troppi e troppe di noi.
Ma tutto è diverso, la storia è diversa e oggi è peggio, perché non abbiamo imparato nulla.
Il senso di terrore, il senso di criminale onnipotenza, il cinismo che chiamano politica, l’indifferenza verso la vita, l’essere umano che diventa animale da abbattere, da affamare, le parole ad ossimoro come città umanitaria, le antiche scritture prese a pretesto, gli utili idioti.
Affamare scientemente, secondo un piano preciso, ed è sotto gli occhi di tutte e tutti, è sterminio. E lo sterminio è una delle caratteristiche, non l’unica, del genocidio. Cui assistiamo in una continua escalation di orrore che provoca rabbia, dolore, impotenza, sconforto e tristezza. Basta.
Il senso di sfilare, il senso di firmare: ci chiediamo a che cosa serva, alla fine. Forse a non sentirci soli. Ha senso denunciare: raccontare è l’unica cosa che ha senso per ricordarci poi e per sempre le responsabilità nette, precise, così profonde da solcare le pagine di accusa che seguiranno e che finiranno, se così restano le cose, nel nulla.
E reagire; non sappiamo come, ma avere quella forza dentro di noi, non cedere allo sconforto o ai pensieri della rabbia, che si fanno sempre più pressanti – e come potrebbe essere altrimenti.
Se c’è una speranza non sarà di oggi, forse di un domani se torneremo alla politica, noi che abbiamo ancora umanità. Restiamo umani, diceva Vittorio Vic Arrigoni. Noi lo restiamo, ma non basta più.
Questo è un messaggio per chi sente di poter dedicare la propria vita a una missione precisa, ognuno nel suo piccolo, altri e altre come vocazione, più che mestiere.
Tornare all’umanità.
NdA
C’è un momento in cui essere cronisti smette di essere tale. Riportare fatti e fornire chiavi di lettura è una missione, ma di fronte all’orrore cui assistiamo impotenti non c’è professione né professionismo che tenga. Sarebbe utile che i potenti decisori delle news smettessero i panni del proprio mestiere e abdicassero al ruolo per usare i propri media come esseri umani. per chiedere tutti insieme, che incredibile conquista sarebbe, la fine di questo orrore.
Come suggeriscono le notizie e le immagini di persone stremate dalla fame, oltre che dalle bombe, cecchini, missili, violenza e traumi psicologici.
Come ci urlano le foto delle schiene scheletriche dei bambini che muoiono e moriranno a Gaza.