Genova G8, venticinque anni fa. Oggi dove siamo?

Una data significativa per riflettere sul futuro

Carlo Giuliani, Bolzaneto, la Diaz. E soprattutto un tavolo ricco di proposte per un altro mondo possibile. Era venticinque anni fa e ogni anno si perpetua la memoria. Ma quest’anno buttiamo lo sguardo da quel passato al presente e anche avanti.

La prima parola è soldi. E al di là del capitalismo arrogante e violento, il tema riguarda anche la barriera che impedisce uno svolgimento naturale dei meccanismi democratici. Chi ha i soldi non solo vince, ma governa, anzi ne viene governato. La finanza globale e le oligarchie autocratiche, ben note, hanno affossato le regole della convivenza civile per imporre il proprio controllo. La stessa politica istituzionale.
La seconda parola è internet. Ci avevamo sperato, poteva essere il meccanismo decisivo di condivisione e organizzazione e sicuramente lo è ancora. Ma come mi ha detto in una intervista Joan Subirats, sociologo spagnolo, “ormai non è nostro, è loro”. Se a Genova non avevamo ancora lo smartphone e i social media e network, solo negli ultimi 25 anni siamo arrivati a un capitalismo della sorveglianza e a un dominio degli algoritmi da parte delle Big Tech che ci porta alle inchieste in sede europea che accusano precise politiche che creano dipendenza: ti cresco schiavo e ti controllo, nei pensieri e nei consumi. Internet non lo abbiamo perso noi utenti, ma l’assenza di controllo e di regole sul mercato, con praterie occupate con rapidità da chi ci ha rinchiuso in bolle e ha messo a sistema l’individualismo più sfrenato, che cerca di tagliare legami e provoca solo il lato peggiore del nostro lato di discendenti dei primati. E da chi lo usa come arma di influenza e di produzione di falsa o verosimile informazione.
Già solo la combinazione di queste due parole, internet e finanza globale, descrive cosa sia il nostro presente come guardare con preoccupazione al futuro.

Se riavvolgo il nastro e ripenso a quei giorni, che sono indelebili nella mia memoria, riscopro l’esaltazione di scoprire il movimento globale e le tante testimonianze, i grandi temi, la campagna di abolizione del debito, la tassa Tobin, la forza delle associazioni che guardano ai bilanci partecipativi, alla presa di coscienza delle politiche agricole a tutte le latitudini del pianeta in un’ottica di fine dello sfruttamento e di ritorno al particolare, nel rispetto dei tempi, delle condizioni, del lavoro. Passare di tavolo in tavolo a Punta Vagno, affacciata sul lungomare di Genova, era come diventare spugne e farsi imbevere di nuove idee che avevano un tratto comune: il rispetto dell’umano, la natura come madre, la solidarietà al posto dello sfruttamento del profitto. Dentro parole concrete, di storie di vita vere, di testimoni in carne e ossa che facevano un’opera di passaggio orale delle pratiche.
Dall’altra parte c’erano mura di metallo, otto potenti incravattati su uno yacht con catering e livree, che anche solo plasticamente rappresentavano la frattura fra il reale, il nostro quotidiano e una classe distante, lontana e prepotente nel momento di voler comandare il mondo da una infrastruttura inventata da loro stessi.

La parola dissenso era una reazione spontanea. No, non siamo d’accordo: e anche oggi quel termine, dopo anni di tentativi di pompieraggio sul dissenso a favore di un moderatismo riformatore ancillare al capitalismo globalizzato, torna forte, così come il divieto di opporsi. Vietato: vietato dissentire. Aumentano le leggi repressive, i manganelli sempre più presenti e difesi da scudi penali, la criminalizzazione e la demonizzazione attraverso internet e campagne di propaganda. La creazione del nemico.

Repressione. Oggi Carlo Giuliani avrebbe 48 anni. Morto ammazzato. Ferite che non si chiudono e non una scusa, nemmeno una, da parte di chi uccise, picchiò e torturò nel 2001, anzi.
Mi ricordo i giorni dopo la Diaz le telefonate dei genitori, degli amici, che cercavano persone scomparse negli ospedali, a Bolzaneto, nel blitz della scuola. Per quasi due giorni furono desaparecidos. Una funzionaria della questura, forse per sorellanza politica o semplicemente per umanità, guardava le liste che portavo e che mi mandavano dalla redazione di Radio popolare. Spuntava i nomi e metteva vicino il carcere in cui erano stati spediti, con gli stessi abiti, in condizioni igieniche devastanti, senza dare notizia a nessuno. Uomini e donne, con mestruazioni e senza assorbenti. Spezzati, umiliati. Fu la famosa sospensione dello Stato di diritto, la più violenta che si ricordasse dal voto della nostra Costituzione.

Oggi penso al seme di Genova: temi, pratiche, abitudini quotidiani e stili di vita che hanno proseguito un percorso spesso invisibile, perché non raccontato o narrato in maniera esotica, che però innerva molti quotidiani che sbiadiscono rispetto alla rappresentazione dei meccanismi da criceti che subiamo, quasi condannati a non reagire al sistema. Massimo Conte, sociologo, mi parlò per primo della compassione che ci salva. Il sentire insieme, soffrire insieme, anche. Immaginate un reticolato, come quello delle radici sotterranee degli alberi, che resiste e cerca di evitare le frane. È la compassione che si unisce alla rabbia, guardando al genocidio di Gaza, che è già a occhio nudo oggi una macchia indelebile nella storia e che ci dice l’impotenza cui siamo confinati. Poi guardo chi è nato pochi anni dopo e che chiede di capire cosa fu Genova G8 e mi riscopro a raccontare che si può fare, ma insieme, che si deve fare, perché è sempre più necessario. E tornano anche i consigli, quelli tristi: via di fuga in manifestazione, numeri degli avvocati sul braccio, limone e malox per i lacrimogeni.

Eppure. Voglio aggiungere una parola che pare stonare: ottimismo. Non solo quello della volontà, che il pensiero gramsciano ci ha lasciato in eredità per spronarci alla trasformazione. Ma quella di chi si muove e cerca di cambiare, che non si preoccupa di disobbedire e rivendicare i diritti, gesto oramai eversivo.
Noi che siamo mutanti possiamo tornare ad aver fiducia nella possibilità di cambiare, insieme. Anche se schiacciati sotto la pesante incudine del reale che ha il ghigno degli autocrati più o meno fantoccio.
Ma siamo costretti, ci hanno confinati, dentro una prigione di preoccupazioni di vario tipo, precariato, salari da fame, l’abitare impossibile, e ci dobbiamo adattare nel trovare la maniera di sopravvivere fino a quella di cercare una emancipazione del nostro presente per raggiungere miglioramenti del nostro stile di vita. Manca un ideale, spesso, che è la parola che riesce a creare energie alternative e che permette di spaccare gli ingranaggi, o perlomeno provarci.

Le lotte di genere, quelle della transizione giusta, quelle che riguardano l’umanità dei migranti spinti da guerre e surriscaldamento, la rabbia sociale dei dannati dell’intelligenza artificiale e forse la consapevolezza che siamo di più e meritiamo di più, rispetto ai pochi che ci usano come carne da esperimento: una via rimane e le fiammate che vediamo di chi non abbassa la testa sullo scroll esistono.

L’ultima delle tante parole che potrei scrivere qui è libertà. Perché se già non lo eravamo 25 anni fa’, liberi, di sicuro trovarci dentro un Movimento internazionale capace di rivendicare dei cambiamenti nutriva la nostra voglia di esserlo, di per sé insaziabile. Venticinque anni dopo siamo meno liberi, non sul piano delle determinazioni personali – un campo in cui nelle società più ricche i diritti civili e la trasformazione delle strutture famigliari sta modificando le nostre società -. Siamo più ingabbiati dalle leggi sulla sicurezza, dal controllo, dalla propaganda sul riarmo e, in fin dei conti, da un complesso sistema di sovrastrutture che hanno divelto il diritto internazionale, incapace di resistere perché configurato ancora su un modello del secondo post Guerra. Anche lì dovremmo essere liberi di ricostruire, se imbrigliati dalla propaganda del riarmo, più che della conciliazione diplomatica.

Un altro mondo possibile, in questa luce, non è uno slogan che invecchi. Proprio no.

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