La manifestazione per lo sgombero del CS Leoncavallo, le mobilitazioni per Gaza, l’insofferenza a una raffica di misure censorie e securitarie, la quotidianità che ci obbliga solo a trovare soldi. Perché abbiamo davanti, da sabato sei settembre, una potente opportunità.
È saltato il tappo. Così, semplicemente. E in maniera, come sempre avviene, difficile da prevedere.
Il sei settembre per le strade di Milano non era la Co2 a saturare l’aria, ma una diffusa percezione di un cambiamento possibile. Oltre a una consapevolezza di stare dalla parte del giusto anche con uno strano mix di rabbia mista a sentimenti positivi.
Metto in fila pochi elementi, ma fondamentali.
L’impotenza che ci schiaccia a livello internazionale e nel nostro microcosmo quotidiano.
Lo scoprirsi indifesi dalle istituzioni che pensavamo fossero deputate proprio a quello, nell’amministrare per il nostro benessere collettivo e non per quello di pochi.
E sempre a livello internazionale l’essere individui soli, alla mercé della legge non del più forte, ma in fondo del più ricco.
La reazione che dai porti del Mediterraneo si dirige verso Gaza, fatta e costruita dal basso, perché la diplomazia non è supportata dalla politica.
Lo sgarro del 21 agosto, lo sfregio della destra securitaria e fascista che manda gli sbirri a prendere lo scalpo del più antico centro sociale milanese, il Leoncavallo, vero e proprio simbolo di una cultura antagonista.
Giù le mani dalla città è un bellissimo slogan, credo. Perché è imperativo nel dire e perché rivendica appartenenza. Appartenenza, non proprietà. La città non è nostra perché ce la compriamo o facciamo gli intermediari e speculiamo, ma è nostra perché noi apparteniamo a essa ed essa appartiene a noi. Le strade sono nostre. I muri sono nostri. Gli spazi sono al nostro servizio. Non esistono norme che possano fermare questa appartenenza transitiva, perché è fondante di un rapporto individuale e collettivo che si esercita dentro questo spazio che è la città.
È come se ci avessero messo intorno al collo un cappio largo, spacciandolo per un gentile foulard di seta variopinto e lo stringessero sempre più, un millimetro alla volta, senza quasi che ce ne si accorga, senza sentire arrivare il soffocamento, se non all’ultimo. Il decreto sicurezza, infausto e liberticida. La concezione del punire, i richiami patrii a geometriche rappresentazioni che si basano sulle forze di polizia (vi prego non chiamatele dell’ordine), le galere all’estero e l’esibizione dei corpi dei migranti condannati a firmare il successo dei deliri di onnipotenza. Il fine mese che sul conto arriva sempre prima del salario per chi ce l’ha, gli affitti impossibili, il metro quadrato alle stelle, architetture da guardare e non toccare, figurarsi viverci, il carrello della spesa che scotta, l’enorme presa in giro sul funzionamento democratico del Paese, con decretazione d’urgenza e Parlamento svuotato, il lavoro malpagato e tornato indietro a valori di dieci anni fa, lo strapotere e la supponenza dei nuovi ricchi che allargano la forbice rispetto ai poveri in aumento. Questo e molto altro sta nella nostra testa di persone che sono consapevoli che non si sta affrontando la transizione giusta, che il clima ci dice forte e chiaro che non si sta facendo nulla per attenuare il disastro e darci più tempo. In fondo, alla fine, c’è una parola che dice: solitudine. E quell’essere soli, o in lotta per sopravvivere, allontana perché preoccupa, non unisce, se non nella solidarietà.
Mi pare che la riscoperta di un collettivo, dai centri sociali arrabbiati per lo sfregio, a chi il Leoncavallo l’ha vissuto come luogo anche solo – e non è poco – di cultura e di opportunità di espressione – sia dentro quelle decine di migliaia di persone che hanno sfilato. Di Milano e di fuori. Ma a Milano c’è un dato in più che riguarda l’esistenza di una trama di associazioni e realtà che in questi anni di secondo mandato di Giuseppe Sala si sono viste sostanzialmente escluse, se non nella retorica del ricordo della partecipazione che ci fu, quando si cacciò la destra. E nello stesso tempo l’inchiesta sul cemento e i grattacieli, al di là dell’aspetto giudiziario che mi pare meno rilevante di quello politico, ha detto che esistono visioni di una città di plastica, un rendering di gente che storce il naso di fronte alla cultura metropolitana, a quella underground, che mal sopporta l’abitare gli spazi in cui le diverse sintassi di una città si esprimono, e tutto in base a uno schemino ordinato e pulito che prevede di non disturbare e andare a comporre quadri felici dentro le pulite geometrie fatte per il nostro bene, come se nessuno ci abbia guadagnato una montagna di zecchini. Non so se sia una mia proiezione, o materia da psicoanalisi, ma ho visto dal dibattito culturale che ha seguito l’inchiesta giudiziaria, dagli articoli di commento su cosa sia lo spazio e l’amministrare pubblico, l’inizio della fine di una apnea e di un silenzio innaturale. E il 21 agosto toccherà quasi ‘ringraziare’ il demente cameratismo fascista e la voglia di vendetta che caratterizza la destra incapace di trasformazione per aver compiuto un gesto che ha toccato nel vivo forze presenti, alcune sopite, il senso di affetto – perché questo è – che gran parte della città ha per un luogo che ha avuto una storia (insanguinata dalla destra eversiva con l’omicidio efferato dei due giovani militanti del centro Fausto e Iaio), gli sgomberi, la guerriglia, le assemblee, la musica, i graffiti, i murales, lo spazio come luogo di creatività, il teatro, la musica, la cultura e la socialità. E non è un affetto di quelli dei centri sociali, è un affetto che la città ha per una storia di 50 anni, nel bene e anche nei difetti. Non si arriva a fine agosto a farsi una risata scomposta mettendo i lucchetti in spregio a una esperienza storica milanese. Tutti questi elementi, e questa miccia formidabile con la seguente mobilitazione, la serata alla Camera del Lavoro, i presidi per Gaza e anche i 40mila di Genova e i camalli che dicono no, mi pare abbia contribuito a decidere che era ora di respirare, di aprire i nostri polmoni e di cacciare un urlo chiaro e distinto, che sta fra i 99 Posse quando dicono che non ci avrete mai come volete voi e un canto di resistenza che ritrova nelle cause che si avvicinano e nell’accettare linguaggi diversi, ma contenuti simili, quella magia che è sempre stata presente nei grandi movimenti di proposta, oltre che di protesta.
Eccola la grandissima sfida che è alla portata di mano, che è una opportunità. L’hanno vista i partiti tradizionali in piazza e hanno gli occhi e le orecchie per osservare e recepire, senza mettere il cappello su nulla, ma cercando di ricordare che il politico ci serve per amministrare, non per essere leader o capopopolo, come per i fascisti appunto. I fascisti credono, i resistenti pensano e dissentono.
La piazza del sei settembre (interessante anche graficamente nel rovesciamento dei segni 6/9) ha tutte le carte in regola per aprire una nuova fase di protagonismo cittadino, accompagnato dall’associazionismo, dalle realtà creative, dai linguaggi diversi, dalle culture antagoniste senza scandalo alcuno per chi vive pensando di far parte di un moderatismo pompato per decenni come toccasana (va bene con tutto), e con partiti e politici che si mettono al servizio di questa spinta, che la sappiano interpretare, non piegare, non stortare.
Se non ci riprendiamo la città, che è una enorme metafora di mondo, gli artigli del capitalismo e le derive impazzite oligarchiche, il controllo delle Big Tech, la sostituzione di noi umani con le macchine, e soprattutto la nostra condizione personale e collettiva, non faranno altro che peggiorare. Continueranno a succhiarci sangue e pensieri, svuotarci le tasche, i desideri e liquido cerebrale.
Ci vorrà pazienza e una cosa difficilissima in questi nostri giorni: vincere l’individualismo che anche nei più combattivi è realtà dei tempi che viviamo: unire i desideri e le proposte, trovare momenti di decisione collettiva, resistere alle derive solitarie. Si sente spesso commentare che solo uniti si vince. Ma uniti chi? I partiti?
Cominciamo da noi, dal confronto fra di noi, prima di dividerci in sigle elettorali, che hanno senso solo se riescono a essere rappresentative di un sentimento comune, non a dettare l’agenda dall’alto, e mai e poi mai a farsela dettare da chi si crede il padrone della città. Dopo mesi e anni di pm10 quasi invisibile che diventava una coltre irrespirabile a tratti, qui c’è stato un bel colpo di vento.