Intrecciare fili, tessere trame. Non fatevi convincere dal disumano: è ancora possibile

Trump, Netanyahu, Maga, Meloni, Salvini, Orban, genocidi: il nostro contemporaneo da eccezione a normalità. Riprendiamoci la realtà.

La normalità non esiste, premessa che potrebbe mettere un punto a questo scritto.
Ma. Siamo abituati a considerare normale, o consuetudinario, regolare, uno status quo che definisce dei comportamenti generalmente accettati e codificati dal progresso dei sistemi di costruzione del convivere. E, per contro, avremo le eccezioni, quelle che un proverbio dice che ‘confermano la regola’, ma che oggi in un convulso salto carpiato e diluito nell’inazione di tanti e troppi attori, diventa la regola stessa.

Aneddoto e poi le cose serie.
In questi giorni mi è capitata una cosa strana: due aspiranti giornalisti di un master mi chiamano per conoscere la mia opinione sul podcast di Fedez e Mister Marra con ospite Giorgia Meloni, pre referendum.
Lo spunto aveva delle caratteristiche interessanti: modifica la tendenza? Più astuta lei o loro? Domande sdraiate? Il podcast politico, come negli USA a firma Maga, può incidere sempre più? 
Domande, cui ho dato una risposta. E però è successa una cosa strana. Mentre rispondevo ai due giovani aspiranti sentivo salire una rabbia dallo stomaco che prima è diventata stizza, poi una miscela di frasi corrette e parole a turpiloquio, senza riuscire a fermare lo sdegno e anche il fastidio che ho riversato sui due poveri intervistatori, subito aggiungendo che non ce l’avevo con loro, ma con un malcostume. Un insopportabile habitus che si materializzava dalle mie parole quasi fisicamente di fronte a me. Perché?

Io stavo rispondendo su un fatto che mi ha provocato questo shock anafilattico profondo: 


  1. una presidente del consiglio – tutto minuscolo – che da 300 giorni non parla con i giornalisti va a farsi un giro nel podcast dei giovani, la stessa presidente che manda i ministri a riferire in Parlamento, mentre sta seduta di fronte a un microfono di RTL. 
Normale?
  2. Il dibattito podcast: Fedez o Meloni più astuti? Cioè una che voleva vendere il referendum anche ai morti avessero potuto votare, oppure un cantante eccentrico, impertinente e influencer di ex coppia famosa, tanto fa farci le serie tv da buco della serratura.
  3. Le domande sdraiate o no: santo Iddio, le domande giornalistiche le fanno i giornalisti, gli intrattenitori fanno intrattenimento, mentre qui siamo finiti nel dare al cantante la patente di opinion maker e anche di scafato intervistatore. Normale? Che fine fa il giornalismo quando si adatta al linguaggio e alle priorità dei social? Come ha commentato Andre Scanzi: a Fedez & Co bastava aver fatto il botto, i contenuti non erano all’altezza. E per forza. 


Ormai era troppo tardi per le domande dove davo risposte che erano surreali, fuori dalla realtà e da qualsiasi eccezione, perché diventata realtà. Quella del dibattere sul successo o meno di una Presidente del Consiglio che mentre va in scena da anni un genocidio, guerre in Europa, mentre scoppia la guerra in Medio oriente e a livello nazionale abbiamo salari da fame, inflazione, carrello della spesa semivuoto, carburante alle stelle, sanità alla deriva, ci ammannisce un dibattito di mesi su un referendum che presenta prima come tecnico giuridico, poi come panacea per tutti i mali della giustizia, per poi attaccare a testa bassa la magistratura, cercare di cambiare la Costituzione dentro una teoria di riforme autoritarie. E c’è addirittura spazio nel nostro giornalismo per accostare genocidio, tentativo di sconvolgere la separazione dei poteri e capire se è meglio andare o no da Fedez, mentre Trump invita lo sceicco a baciargli le natiche. 

Non credo di essere l’unico a vedere in questa descrizione di fatti come ci siamo persi la testa e le proporzioni nel dibattito pubblico, politico, giornalistico. Il senso anche del dovere e diritto di cronaca.

Non è normale.

Non è normale che una vacca mangi come un leone.
D’altronde, devo ammettere che scrivere ‘non è normale’ mi fa venire in mente un genetista spagnolo durante la crisi della mucca pazza, in spagnolo vaca loca. Alla mia domanda sul mangime, che conteneva carne per degli erbivori, mi rispose piuttosto infuriato: Hombre, no es normal que una vaca coma como un lion. Non è normale che una mucca mangi come un leone.
Ecco siamo impazziti come la vacca, povera, che siamo riusciti a nutrire con la carne.

    Fuori dagli aneddoti e passando alle cose serie.
    Tutti questi aneddoti per dire che ila mainstream, politico internazionale, nazionale, la finanza, e soprattutto il giornalismo, ha perso il senso delle cose.
    Pedro Sanchez, il presidente del Governo spagnolo, passa da eroe per aver detto 4 parole precise e così normali nella loro semplicità: No a la Guerra. E non perché sia Che Guevara, che non lo è proprio. Lo ha detto sulla scorta di regole nazionali e soprattutto del diritto internazionale, altre regole scritte e non osservate, che regolavano una volta alcuni aspetti della situazione globale sempre contraddistinta da imperialismi a confronto.

    Donald Trump non è normale, e nemmeno il mangime delle Big tech.

    I giornali riportano anche i movimenti del mignolo e fanno male e ogni pernacchia che scrive su Truth. Con le sue dichiarazioni muove le borse dove gioca tranquillamente attraverso la sua confraternita di milionari, convinta di vivere per sempre su Marte, in un futuro resort popolato di ricconi ben conservati nel ghiaccio che perpetuano la razza umana, bianca e suprematista, al semplice costo di spazzare via la carne da macello che siamo noi. Come reagire, come riprendersi la realtà? Iniziamo dal grande incantesimo e guardiamoci allo specchio, tutte e tutti, mentre scrolliamo come imbecilli i social network, consegnando parti di noi all’algoritmo, su cui loro – i futuri marziani – ci fanno i milioni: guardate che non è normale. Non è normale veder crescere generazioni affamate e in fuga e contemporaneamente adolescenti che soffrono per le spunte di Whatsap, prima blu poi grigie. Non esiste partecipazione creativa o discussione generativa nel dissenso dentro le sfide fra leoni da tastiera, e mentre ci sfidiamo sui social o costruiamo meme dementi, nutriti dal mangime delle Big Tech, contemporaneamente c’è chi protesta contro l’ICE e viene sparato, ci sono i fermi preventivi, Minority report, la costruzione del nemico.

    Il genocidio non è normale, ma è in corso da anni e trovi ancora persone che lo mettono in dubbio, che lo devono misurare con quello del 900, che però allora quello del Sudan, e però più morti qui e meno là, come se ci fosse la classifica o non fosse chiaro come agisce il contesto – questo sconosciuto, sappiamo solo nozioni buone per farci la guerra sui post o una conversazione all’aperitivo senza sfigurare, forti dell’ultimo podcast di tendenza. E non vediamo più come viene diretta l’opinione pubblica.

    Sveglia.
    Se non ci svegliamo al più presto, cioè se non torniamo a dire parole semplici e spesso e purtroppo basterebbe anche il buon senso, finiremo nell’iperuranio dell’anormale ed eccezionale fatto realtà e trangugiato come tale. Assorbito, come una droga che trasforma le allucinazioni in normalità aberrante e distopica.

    Chiediamolo ai nostri politici che votiamo, cui diamo la delega. È normale? Davvero? Ci sanno rispondere? 
Non sarebbe normale, per la nostra civiltà giuridica, per la storia delle istituzioni sovranazionali, trattati, diplomazia, libri di testo mandati a memoria, non sarebbe normale di fronte a un genocidio agire contro il governo che lo perpetra? I rapporti di forza consigliano l’ignavia? Quanti anni son passati prima e dopo il 7 ottobre del 2023, quale tregua inesistente si deve leggere sul corpo di centinaia di morti, dalla falsa cessazione dei bombardamenti, e perché ‘osservare’ o partecipare con cappellini rossi da imbecilli a un circense Board privatistico della pace del Re. E perché non accade nulla quando i parlamentari israeliani hanno approvato la pena di morte etnica, cioè il massimo grado di razzismo? E per di più in assenza di qualsiasi garanzia di legge. 
Vi sembra normale?
 Quattro anni di guerra in Ucraina per cosa? La foto dell’invasore sanguinario Putin, sul retro, ha le firme e le cifre dei superprofitti Usa. Sanzioni, se serve si allenta, si tratta, nel disprezzo delle regole internazionali.


    La transizione giusta impallidisce di fronte al War Deal, dimenticata, ignorata, c’è tempo. Normale puntare sulle armi la capacità di crescita europea?
    No, non lo è, è tutto un incubo divenuto realtà e lo guardiamo in diretta, impotenti.


    Intrecciare fili, tessere trame, insieme.
    Questo elogio della normalità, che non esiste lo ribadisco, non è per ordinarci in file come in The Wall, o per appiattire la realtà, ma perché siamo schiavi di meccanismi di profitto, e di individualismi di nuovi dittatori che la trasformano la realtà – normale appunto – anche perché chi dovrebbe opporsi non vuole o non è capace di porre dei limiti.
    Torniamo a metterli noi, i limiti; torniamo a esigere che li si metta, smettiamo di consumare spazzatura di questo regime di notiziabilità dementi, che ci portano su dibattiti inesistenti, mentre il disumano prospera abbondantemente. 
Noi vediamo le priorità. Noi, le persone, umanità. Loro no, non più, sono persi dentro meccanismi autoriferiti. Non arriverà nessuno ad aiutarci, né leader carismatici, né gli Avengers. 

    Tocca semplicemente a noi, alle nostre reti dal basso, informali. 
Tocca a noi ricostruire piattaforme comuni. Non c’è alternativa. E non c’è nemmeno più tempo. Nel Novecento si sarebbe gridato: A las barricadas! e No pasaràn. Troviamo le nuove consegne, blocchiamo tutto, oppure teniamo quelle che abbiamo ereditato. Ma scacciamo l’individualismo che ci annichilisce, perché lo abbiamo visto che si può fare. Incrociamo fili, tessiamo trame. Non c’è alternativa.

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