Previsto per il 9 settembre , lo sgombero dello storico centro sociale è avvenuto il 21 agosto a sorpresa, alla vecchia maniera.
Milano, anni 70. Fausto e Iaio, due giovani militanti del centro sociale Leoncavallo vengono assassinati da un commando di fuoco della destra eversiva fascista; alcuni dei sicari venivano da Roma, vestivano impermeabili chiari. Un grande graffito li ritrae, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, proprio dove vennero uccisi a Milano, in via Mancinelli, era il 18 marzo 1978. Erano stati al Leoncavallo e andavano a mangiare un risotto.
Parto da qui, perché è il primo pensiero per lo sgombero del Leoncavallo, perchè come scrivono alcuni intellettuali milanesi, il gesto commissionato dal Viminale e attuato dalla Prefettura di Milano suona come la parola ‘vendetta’. Danilo De Biasio, storico giornalista che ricorda quei giorni del 78, ha pubblicato un commento con la foto dei due ragazzi e un titolo che è un vero cazzotto nello stomaco: uccisi due volte. Scrive su Ig:
Lo sgombero del Leonkavallo è proprio quello che tutti pensano: una vendetta, l’abbattimento di un simbolo. In sintonia con lo sviluppo ineguale di Milano, la svendita del senso di comunità a favore di un divertimentificio per ricchi. Il Leonkavallo non era quello di una volta? E ci mancherebbe. Voi che pontificate siete uguali a quando eravate ragazzini? E poi ci sono loro: Fausto e Iaio. Oggi ammazzati per la seconda volta, oggi dagli eredi di allora.
Il Leonka è stato tante cose e, forse, continuerà ancora ad esserlo, in maniera diversa. Polo militante e politico, culturale, musicale, ludico e di divertimento, antagonista con gradazioni diverse della parola nelle diverse fasi della sua storia. Un punto di riferimento di una cultura, che ha espresso diversità, la peggiore nemica dell’omologazione così cara al potere che usa la categoria del ‘legale e securitario’, da sempre, come elementi che giustificano l’avversione a un mondo da sempre attaccato, spesso con lo stratagemma del potere della proprietà privata contro l’occupazione. Dove occupare – un tempo e ancora raramente oggi – significava e significa riappropriarsi di una parte del proprio territorio e costruire uno spazio di vita sociale.
La destra fascista si vendica. La presidente del consiglio gongola e ostenta le parole della fermezza nel nome dei diritti collettivi.

Il sindaco di Milano afferma di non avere saputo nulla fino al fatto compiuto, dentro una città divorata dalle intercettazioni e dalla grana giuridica e soprattutto politica del comitato di affari, amicizie e conflitti di interessi che hanno come simbolo le vertiginose altezze dei grattaceli che hanno rubato lo skyline al Duomo. Eppure una proposta c’era sul tavolo, come ricorda il traballante sindaco Beppe Sala (ma perché così in ritardo?), che però nella sua dichiarazione deve citare il fatto che sarebbe stata nell’ambito della legalità.
Ecco il punto. Lo sgombero del Leoncavallo non è solo una partita a guardie e ladri che si gioca fra antagonisti e sbirri ‘servi’ mandati dal potere. È molto di più. Incarna quello spazio di respiro, controverso, che furono e sono, ancora in piccole realtà sparse, i centri sociali come messaggio di vita di una città.
La città vive di pensieri e di pratiche, non di oneri urbanistici, né di codici o di strisce gialle e blu, o piazze tattiche. La città è il luogo in cui nascono esperienze che hanno al centro condivisione di saperi, o anche solo di culture diverse dal sentire maggioritario. È lecito, può essere illegale.
Nei decenni scorsi i centri sociali occupavano aree che non venivano rivitalizzate, che erano abbandonate, o che venivano lasciate vuote senza pensare al valore che proprio la spazio ha per i cittadini, per tuttia la cittadinanza, quella delle maggioranze e quella delle minoranze. La cultura metropolitana ha i suoi linguaggi, i suoi feticci, un proprio modo di comunicare, un suo codice per conoscersi, per condividere. O anche di essere respingente. E l’antagonismo è libertà, spesso dissenso, spesso conflitto, a volte è stato anche conflitto violento, o vittima di narrazioni del mainstream conservatore e reazionario che hanno sempre voluto i luoghi ‘liberati’ come possibili fucine per ideologie rivoluzionarie, anche armate. Parlo di anni passati, non certo del presente. E però le zecche, a vario titolo e senza troppe distinzioni doverose nelle diversità di pensiero, erano i nemici dei camerati abituati a sfilare inquadrati, gridare in coro a una voce, ostentare ordine e disciplina, obbedire.
L’antagonismo non obbedisce, anzi rompe le righe e gli schemi. Si può essere d’accordo o meno, si può essere favorevoli o contrari, ma un dato è inamovibile: l’antagonismo e le storie del e dei centri sociali Leoncavallo è sempre stato generativo.
Dissenso generativo, conflitto nell’agire il dissenso, repressione per riportare il dissenso alla normalizzazione, violenza agita dalle divise, resistenza attiva contro gli sgomberi.
Ma non sono più i tempi di quel conflitto. Luigi Vergallo, scrittore e storico dell’Università di Milano, racconta sui social della metà degli anni ’90. Solo alcuni stralci del post:
Non è più esistito un “mondo dei centri sociali” almeno dai primi anni Novanta. Nell’ottobre del 1995 avrebbe dovuto svolgersi ad Arezzo un convegno dal titolo: “Lo spazio metropolitano tra rischio del ghetto e progettista imprenditore”. Nasceva da una proposta dell’Aaster, noto centro di ricerca sociale con un piede nei movimenti. Il convegno non ebbe mai luogo a causa dell’enorme conflitto che creò fra i centri sociali di tutta Italia: si cercava di mettere a confronto imprenditori “illuminati” e realtà autogestite. Ma da cosa nasceva tale accostamento tra soggetti che avrebbero dovuto, in linea di massima, economicamente e politicamente, essere in antitesi? Innanzitutto dalle considerazioni sul territorio e il suo utilizzo, poi dalla constatazione fatta dall’Aaster che in quanto produttori di servizi (birra, musica, socialità, ecc.) non a scopo di lucro, i centri sociali rappresentassero imprese no-profit.
Inoltre, il documento di presentazione vedeva questi luoghi, un po’ provocatoriamente, come “un possibile frammento paradossale del capitalismo che verrà”. Essendo il territorio una “risorsa”, in quanto permette di produrre identità e reti di relazioni, è ammissibile dire che esso rappresenta — così continuava il documento — un punto di contatto tra centri sociali e imprese (entrambi sfruttano la risorsa territorio, per aggregare politicamente e socialmente i primi, per aggregare le varie fonti produttive i secondi). I centri sociali producono un mercato di servizi parallelo e competitivo rispetto a quello esterno e di massa.
Vergallo ci racconta di come due posizioni dominanti si contrapposero:
Da quel lontano 1995 i percorsi dei centri sociali si insomma divisero. Da una parte chi appunto scelse la via dell’impresa sociale e dell’auto-reddito e dall’altra chi invece rifiutò quello che veniva ritenuto l’inganno dello stare “dentro e contro il mercato”, optando ancora per l’organizzazione di classe: “Fare impresa sociale da parte delle realtà autogestite può essere un modo per stare, al di là di sterili moralismi e ideologismi, dentro e contro i processi di modernizzazione post-fordista, al livello più alto possibile”. A spingere per l’impresa sociale stavano le teorie di Aldo Bonomi sulla “liberazione dal lavoro” e sulle “isole felici” capaci di “contaminare il territorio”. Imprenditori e “rivoluzionari”, quindi? Qualcosa per me, per noi, non tornava.
Per chi raccolse l’invito, si aprì una stagione di tavoli istituzionali e vicinanza con il centro-sinistra. In sostanza, una enorme quanto ovvia, e conseguente, crisi di militanza.
Quando ho letto le parole di Luigi Vergallo mi sono ritrovato dentro la sensazione della fine della conflittualità, perché mediata dall’istituzione. E, nello stesso tempo, come scrive sempre nell’ondata di sdegno il giornalista di Radio popolare Massimo Alberti:
Lo sgombero del Leoncavallo non é avvenuto oggi. É avvenuto nel momento in cui il Leo stesso, ed i movimenti milanesi, non sono più stati in grado di reggere quell’occupazione. In termini di forza militante, e legami politici.
Sul come e perché lascio a ciascuno le sue riflessioni.
Uno spazio fisico per proseguire l’attività sarà trovato. Ma non sarà una soluzione, sarà l’ennesimo segnale che abbiamo più di un problema.
Altro contributo che ha risuonato forte dentro un mutamento che abbiamo visto realizzarsi negli ultimi anni e, non nascondiamocelo, non solo per ragioni partitiche o di rapporti di forza nella sinistra, ma anche sociali e sociologiche, nell’individualismo che anche i più esperti e rotti alle esperienze di condivisione e partecipazione nelle lotte non si riesce a evitare.
Chi è in grado oggi di reggere una occupazione?
E aggiungo: quanta violenza di stato è legittimata, dopo la legge sicurezza del governo, per reprimere una occupazione, a norma di legge abusiva? E, peggio ancora, quanto il ventre molle del Paese, quello che spesso fa soldi innero, o evade, o cerca la scappatoia o la raccomandazione, gode nel vedere la mano ferma contro un nemico immaginario, ormai?
Il punto è culturale e come avete letto investe capacità di tenuta, scelte di finanziamento e autofinanziamento, mix con la legalizzazione amministrativa. Eppure nella città una cultura antagonista, che rivendica una sua maniera di esistere, perché mai dovrebbe sparire dentro formule normate e preconcette? Valgono i paradossi, specie quando sono veri: a norma di legge molte esperienze culturali e artistiche non sarebbero mai nate. Mai. E non è un invito all’illegalità di per sé, ma cercare di far capire come sempre, sempre, la norma è frutto di un percorso infinitamente più lento del progredire delle culture metropolitane. Il lecito può essere illegale: la legalità democratica ci insegna che la rottura della legalità, quando ha un senso condiviso e costruttivo di una realtà anche minoritaria, può influire sulle norme e quindi su ciò che può diventare legale, può diventare norma. O essere tollerato nel nome dell’espressione di una cultura, di una delle tante culture possibili e presenti.
La legge non può sgomberare la cultura, la regola o la norma non riusciranno mai a fermare il pensiero divergente, il dissenso può essere mitigato o reso impopolare – come il mainstream sta facendo da decenni – ma non può essere spento, specie quando è generativo, quindi porta a una discussione, a un conflitto e da questi a nuove realtà, nuovi pensieri, nuovi dibattiti.
Militarizzare a scopi elettorali, o peggio di vendetta storica, una questione culturale si spiega nell’ottusità di chi è geloso nel non avere una cultura, ma un credo, nel non sopportare la fantasia e la diversità, ma obbedire all’ordine conformato della fredda geometria delle lettere romane.
Infine una nota dolente su Milano. L’antagonismo e l’istituzione possono trovare terreni di incontro, ma sono antitetici.
In anatomia, l’antagonismo è l’azione in senso opposto di due muscoli sullo stesso segmento osseo.
Mi pare un’immagine perfetta. Di sicuro ci sono cose da scambiarsi, ma la diversità arricchisce, sempre. Forse sarebbe bene non arrivare sempre a una mediazione, forse confliggere fa bene. E poi: possibile che non ci sia stato spazio per un dibattito che alla fine ha portato al gesto di provocazione e forza da parte della destra al governo e al ‘non sapevo nulla’ del sindaco di Milano? Difficile da credere, ancora più difficile se consideriamo quanto tempo e spreco di energie ha richiesto tutto il balletto osceno del cemento a Milano.
Quanto resista una cultura antagonista o cosa sia diventata oggi, per me, è un tema affascinante e non definito. Di sicuro non si chiude uno spazio di memoria, così importante per la storia della città e men che meno con il teatrino dei celerini e delle divise in antisommossa, ché quei tempi son stati già vissuti, o al 21 di agosto quando la città è deserta, con blitz vigliacchi.
Dentro le tante sfaccettature di questa vicenda ci sono interrogativi inquietanti, che riguardano i muscoli esibiti e anche, credo, la valutazione della reazione che ci sarà. Oltre al riconoscimento che dobbiamo preservare di mezzo secolo di creatività, con sbagli, errori, difficoltà, come è normale che sia la quotidianità costruita di persone.
Per questo lunga vita alla ricchezza della cultura, tutta. Che stia nei codici o anche no, che possa apparire brutta o bella, non importa.
È una delle voci della città e di noi, ha, abbiamo, diritto di parlare.