Referendum: un nuovo soggetto politico, ma senza un partito

Il dato della generazione giovane è significativo, perché è stato a suo modo decisivo e perché indica un chiaro messaggio che la partitocrazia attuale non è adatta a rappresentare.

Nella fascia tra i 18-34 anni hanno votato ‘No’ il 61,1%, mentre i favorevoli sono stati il 38,9%.

Nelle analisi sui flussi elettorali questo dato è importante. Perché il referendum costituzionale ha avuto un significato molto politico, ma lasciava una libertà di esprimersi non dovendo indicare, soprattutto nel ‘No’, una appartenenza partitica. L’assalto alle istituzioni da parte di Giorgia Meloni, con la modifica costituzionale della giustizia, con in vista la modifica della legge elettorale e con i sogni di premierato, è arrivata a poche settimane dalle repressioni di piazza con lo scudo del famigerato decreto sicurezza, uno e due, che hanno sancito un ritorno a dinamiche di potere che fanno parlare di stato di polizia.

Ci sono parole chiave che hanno guidato il voto della cosiddetta gen Z e una è Gaza. La protesta, spontanea, massiccia, appassionata, alle manifestazioni dello scorso inverno, alla causa palestinese ma soprattutto contro il genocidio del governo di Tel Aviv è una base comune del sentire politico dei più giovani. Tocca, infatti, temi fondamentali; quelli del diritto a esistere, a vivere, dentro il riconoscimento di un livello di assenza di umanità incomprensibile. Bombardare i campi profughi, cecchini che sparano ai bambini, le violenze in Cisgiordania, gli attacchi e gli sfollati dal Libano, insieme alla guerra e alle armi come unico orizzonte dell’azione dei grandi potenti globali, sono fatti che provocano rabbia, sdegno, voglia di cambiare.

Anche il tema di genere conta, con la retromarcia vergognosa sul disegno di legge rispetto alla parola consenso. Quello che era nato come un iter normale e bipartisan finalmente su un tema come la violenza di genere è diventato nuovamente divisivo con una retromarcia che non è stata accettata, a ragione.

I toni della campagna elettorale, digitale soprattutto, da parte del governo Meloni sono stati sbagliati, così come vederla comiziare da Fedez, come se bastasse un ascolto giovane da incantare con bugie e semplificazioni per ottenere il loro voto.

I giovani, quindi, dicono in maggioranza no. E chiedono nettezza, coerenza, idee forti. E si trovano a guardare un panorama o troppo moderato, politicante, evasivo, o con parole d’ordine altisonanti, eppure i fatti stanno a zero. O, addirittura, una politica partitica che reprime, ordina, usa parole vuote e non rinnega il fascismo. Oppure ancora, la distruzione di tutte le regole di convivenza che abbiamo insegnato loro, di negazione dei diritti base. Con un’evidente incapacità ad affrontare il tema della transizione giusta, che li atterrisce.

E qui entra in gioco il rapporto con i partiti, quelli che abbiamo oggi, con la complessità dell’accesso alla politica attiva. Poche parole per raccontare una tendenza assolutamente non scientifica dentro tre realtà liceali a Milano: campione non significativo, ma interessante per gli spunti. Tre licei in tre zone diverse, due centrali e una periferico, cento ragazz* alla volta più o meno. Chiedono sempre i racconti su Genova G8, ma si cerca sempre di attualizzare per arrivare al confronto. Domanda: quanti di voi sono disposti a fare politica? Mi risponde una ragazza con un’altra domanda: con questi partiti?
Interessante, faccio notare, quindi cambio la domanda e la divido in due: quanti vorrebbero fare politica con questi partiti? Risposta: zero. Seconda domanda: se aveste partiti diversi da questi, quanti di voi farebbero politica dentro una struttura organizzata? Risposta nei tre licei: il 10 percento dei presenti. Non è un dato scientifico, ma un fatto che mi ha fatto pensare. La Costituzione, infatti, indica come soggetti deputati per lo svolgimento della vita politica proprio i partiti. Una forma che è in crisi da tempo, sia a livello valoriale, ma soprattutto nella mancata coerenza fra gli annunci elettorali e la realizzazione poi delle cose, nella cultura del ceto politico e della sua sintassi, mai così bassa, dell’uso spregiudicato dei social media cercando di abbassare il livello a messaggi da imbonitori di un mercato del sabato che vendono carciofi, merluzzo e le belle mele, signora, solo due euro al chilo.

Non parlo per i giovani, ma li osservo. E non vedo tutti i giovani, ma una parte, in una zona geografica particolare, ma ci sono tratti interessanti da raccontare. In un’altra esperienza non di liceo, ma tecnico professionale fra moda ed elettrotecnica trovo il disimpegno, una cultura limitata a livello generale, ma anche qui un attaccamento ai valori base che sono lealtà, rispetto, consapevolezza del vivere la violenza e il degrado, attaccamento allo sport come fattore di riconoscimento fra clan sociali.
E consapevolezza di quanto anche la maniera di consumare cozzi contro la coerenza del buon ambientalista.

Domanda: vi sentite ecologisti? ambientalisti? Risposta in una aula magna del Parini, liceo classico milanese: no. Strabuzzo gli occhi: come no?! E perché?
Risposta: non possiamo dirci ambientalisti, perché vedi le mie scarpe e la mia felpa, vedi cosa mangiamo e come e cosa compro? Quindi la coerenza del pensiero è: sono ambientalista perché vorrei cambiare la situazione, ma non mi proclamo per quello che non sono.

E allora il cappello dei partiti dove va? la tendenza a metterlo in cappello è storica: ci provarono anche nel 2001 con il Movimento dopo Genova. Ma un movimento è una cosa diversa da un partito. E allora il dubbio riguarda un quesito complesso: se cioè l’esperienza politica che ci dimostra la partecipazione giovanile nelle piazze sia solo di movimento, spontaneo molto spesso e comunque pre-politico, e che non sia non imbrigliabile dentro programmi che da decenni cercano di parlare al centro smussando quegli estremi in cui, invece, si riconoscono i giovani.

Difendere la Costituzione e cantare il canto della Resistenza è attuale e netto, rispetto agli attacchi e alla repressione e alla posizione del governo del Paese in cui vivono sugli orrori che vedono a livello internazionale. Difendere il diritto internazionale, o l’indipendenza del potere giudiziario, diventa tremendamente decisivo in un mondo in cui gli adulti che giocano a comandare il mondo stanno infrangendo tutte le regole, uccidendo i civili come se fossero carne da macello, dicono una bugia dietro l’altra in una sommatoria di dichiarazioni fasulle, cercano il loro voto in maniera seduttiva, ma goffa e quindi creando solo fastidio, in una società che non ha posto per i giovani, lavoro, casa e pensioni. Lo sanno e te lo dicono serenamente.

Se c’è una strada per tornare alla politica dei partiti non passa dalla mutazione degli elettori, che infatti spesso se ne vanno, ma dalla mutazione di intendere la forma partito e dalla capacità di creare programmi e non candidature leaderistiche.

Che di leader, i giovani, non sanno che farsene, anche gli influencer sono legati all’entertainement, non certo alla politica. Spetta ai partiti modificarsi, modificare la formazione, essere accoglienti, modificare i programmi, specie all’opposizione e dire qualcosa di sinitra (citando Moretti), ma soprattutto qualcosa di giusto e di coerente che porti in risalto battaglie di diritto, posizioni schierate, che nretino schierate e che non si dilusicano nelle sfumaure del compromesso tipico del Palazzo romano. Le parole sono sempre importanti. Blocchiamo tutto. Cambiamo tutto.
Non è un nuovo ’68, ma proprio no. È una cosa più contemporanea che vive una coerenza dentro lo scroll di strumenti e social in cui per primi i ragazzi sanno di essere delle prede. ma che sanno anche utilizzare perché è un pezzo della loro vita.

Un nuovo soggetto politico c’è. Ma non ha ancora una rappresentazione, né una voce riconoscibile e per ora forse è anche la sua forza. Ma da qualche parte deve arrivare, perché questa novità non può che acuirsi man mano che entrano nuovi elettori ed elettrici, perché i mutamenti sociali, il mutamento delle famiglie, degli affetti e delle relazioni, è in corso ormai da tempo e ora dimostra cosa e come pensano le generazioni che gli adulti hanno sempre bollato come senza idee o troppo ingaggiate nel proprio smartphone.

È un voto di speranza, quindi, oltre che un ostacolo alle destre e il segno che Giorgia Meloni non è imbattibile. Una crepa che non potrà che ingrandirsi, aprendo un nuovo spazio dentro un auspicabile nuovo protagonismo e ritorno al voto di un’altra fetta di elettorato disilluso. I partiti sono avvisati.


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