20 luglio: la forza di lottare ancora

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20 luglio 2018

Per che cosa vogliamo lottare oggi? Vogliamo lottare? 
 Quanto conflitto siamo disposti a tollerare?

É il 20 luglio e diciassette anni fa avevamo ancora milioni di speranze e una vita giovane sradicata e calpestata. Il G8 di Genova ci fece toccare con mano l’utopia prossima alla sua realizzazione, il graffio mortale del capitalismo furioso, le maglie d’acciaio della repressione mascherata da legge, ma nelle mani dei potenti.

In questi diciassette anni abbiamo scritto memorie, libri, girato e visto documentari, abbiamo cercato di mantenere una memoria che sbiadisce inevitabilmente, quando provi a chiedere a un ragazzo, oggi, che cosa successe in quei giorni di Genova.

Chi lo ha vissuto ha il suo ricordo. Chi non lo ha mai conosciuto fatica a comprendere. Eppure a riguardare con gli occhi di oggi le pagine scritte allora c’è un senso di inutile stanchezza da scacciare.

É una stanchezza che provoca timore, la stessa paura di non farcela a combattere la disumanità che ci sta attaccando con violenza in questi mesi di odio che si è fatto istituzione.

Quel Movimento metteva l’Uomo come centro di una politica che avrebbe cambiato tutto: un mondo diverso non è poi così difficile da ottenere. Abbattere la diseguaglianza non è un’impresa impossibile, tutt’altro. Cambiare le dinamiche economiche non significa tornare al socialismo reale, ritrovare un senso, comune, a livello globale con l’Uomo al centro della politica non è un progetto così pericoloso, a ben pensarci e in valori assoluti.

Due giorni fa abbiamo rieltto un rapporto Oxfam che diceva della concentrazione della ricchezza: 8 uomini hanno la ricchezza di oltre 3,6 miliardi di persone.

Il rumore assordante della notizie inutili, l’urlo continuo del dramma, copre questi numeri e li fa scomparire in un limbo.

Per che cosa vogliamo lottare oggi?
Vogliamo lottare?
Quanto conflitto siamo disposti a tollerare?

Le vetrine rotte fanno rumore, ma nella vita di ognuno di noi ci sono momenti di rottura che si vedono meno, ma che sono importanti, perché segnano un prima e un dopo.
Da quanto non viviamo questo sentimento in chiave collettiva?

Le buone pratiche sono una rete di radici che collabora sotto il bosco, ma rivendicare il diritto a un mondo diverso, un altro mondo possibile, non passa da pacate discussioni. Lo vediamo nell’odio dell’Italia al governo, quella che si nasconde dietro gli avatar e grazie a una coltre sempre meno impenetrabile riesce a dire le peggiori nefandezze, amplificandole spesso per un onanismo da tastiera di cui prima si compiace e poi si convince.

Non saranno i dialoghi a ottenere i diritti.
Non sono state le mani bianche a vincere la battaglia di Genova.
Furono mani responsabili, vennero bastonate con disprezzo e con soddisfazione.

Diciassette anni dopo non c’è, oltre al triste ricordo della  vita rubata di Carlo Giuliani, la consapevolezza di un’idea da scrivere su una bandiera. E tocca trovare la forza di resistere dentro l’ideale che rimane dentro tanti, ma davvero tanti, che si riconoscono, ma che rimangono sciolti nelle nuove società. Che ci sfiniscono di fatica e di cazzate, con politici che giocano mentre gli anni passano.

GenovaG82001: questo, a dispetto di tanta amarezza, è un anniversario che vorremmo celebrare con un inno alla lotta, allo schierarsi all’essere ‘per’ senza paura di correre contro.

Perché c’è solo una maniera per non perdere mai le battaglie. Le nostre battaglie. Combatterle.

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