Ashura, quando sacro e storia celebrano gli oppressi

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24 settembre 2018

Una visione del mondo, una cifra che definisce la propria identità, un discorso politico. Riflessioni sul significato di Ashura in Iran.

Per gli oltre 200 milioni di musulmani sciiti nel mondo, il mese di Muharram è il mese più sacro del calendario. È il mese in cui si commemora il martirio dell’imam Hussain, nipote del Profeta e terzo imam degli sciiti, a Kerbala, Iraq, nel 680 d.C.

Il mito di Kerbala, l’estremo sacrificio che conclude lo scontro epico tra le forze del bene e le forze del male, è ciò che da secoli plasma menti e cuori di tutti i musulmani.

Per gli sciiti, tuttavia, Kerbala è una cosmologia, un evento a partire dal quale definire la propria identità di sconfitti della storia, eterni perseguitati da leader politici usurpatori e tiranni, come il malvagio Yazid, il califfo omayyade mandante dell’assassinio di Hussain.

La battaglia di Kerbala è per gli sciiti il simbolo dello scontro tra giustizia e ingiustizia, tra oppressi e oppressori, tra bene e male. Un dualismo, questo, che i più attenti ritroveranno anche nello zoroastrismo, l’antichissima religione pre-islamica che predica l’eterna lotta tra le forze del bene e le forze del male, tra la luce e il buio.

 

 

La morte di Hussain viene commemorata nel giorno di Ashura, ma le processioni e il lutto continuano fino a Arbai’in (“il quarantesimo”), quaranta giorni dopo Ashura, quando gli sciiti tornano a riversarsi nelle strade per commemorare ancora una volta l’ingiusta morte dell’amato martire.

L’epica di Kerbala ricopre un ruolo fondamentale nella cosmologia religiosa sciita. È il momento in cui il cielo si apre, la storia cambia verso, assumendo la direzione sbagliata, e avviene la scissione tra l’autorità religiosa e l’autorità politica dell’imam: da quel momento in poi, gli sciiti dovranno rinunciare ad avere come guida politica della comunità la loro guida religiosa, relegandosi al quietismo politico.

Kerbala, come si è detto, riassume in sé tutta l’ingiustizia del mondo; in onore del sacrificio supremo, i credenti si autoflagellano allo scopo di rievocare la sofferenza provata da Hussein, e esplodono in pianti e grida per il dolore della perdita.

Kerbala è soprattutto un paradosso: pur essendo il momento che marca la scissione dei due tipi di autorità – religiosa e politica – nella figura dell’Imam, è il momento che viene maggiormente rivestito di significati politici.

Non è un caso che in epoca contemporanea le processioni del giorno di Ashura in paesi in cui le comunità sciite sono minoritarie si siano trasformate in vere e proprie carneficine, con attentati compiuti da gruppi ferocemente anti-sciiti, come gli attacchi di Isis sulle comunità sciite di Afghanistan e Pakistan.

 

 

Ma la politicizzazione suprema di Kerbala era destinata ad avvenire in Iran, paese in cui l’utopia religiosa del governo islamico e gli ideali della giustizia sociale di ispirazione marxista sarebbero stati destinati a unirsi in una complessa ideologia che ha funto da base per la mobilitazione delle masse nell’ultima grande rivoluzione popolare del ‘900, la rivoluzione iraniana per l’appunto.

Durante i moti di strada del 1978-1979, culminati poi nella fuga dello shah e nell’instaurazione della Repubblica islamica, i giorni del dolore per Hussein sono divenuti i giorni del dolore per gli iraniani vittime dell’autoritarismo dello shah, malvagio Yazid moderno, in una politicizzazione dell’epica religiosa che ha permesso l’affermazione del fronte rivoluzionario e la successiva presa del potere della classe religiosa.

Ma, dice il detto attribuito al quarto imam, “ogni giorno è Ashura, ogni posto è Kerbala”. L’epica di Ashura ha continuato a essere rivissuta in Iran anche durante gli anni della lunga guerra con l’Iraq (1980-1988), assumendo questa volta un significato diverso: le autoflagellazioni e la sofferenza auto-imposta hanno rappresentato in quel periodo un modo per esorcizzare il dolore della guerra e rivendicare la profonda ingiustizia del martirio dei giovani iraniani al fronte per mano delle armate di Saddam, nuovo Yazid.

Con la fine della guerra e l’avvio della lenta normalizzazione, le processioni hanno perso molta della loro intensità, esattamente come il fervore rivoluzionario ha lasciato spazio alla disillusione per la mancata realizzazione delle promesse della rivoluzione. Tuttavia, le processioni continuano ogni anno.

Nei momenti di maggiore tensione, come appunto i mesi della rivoluzione o più recentemente i giorni dell’Onda verde nel 2009, assumono significato politico. In tutti gli altri momenti esse semplicemente pervadono lo spazio pubblico, continuando a sacralizzarlo.

Affermare che ogni giorno è Ashura e ogni posto è Kerbala significa infatti porre le basi per la reiterazione del mito di Kerbala sempre e ovunque; manifestare ogni anno nelle strade significa sacralizzare la sfera pubblica, ponendo le basi per la riunificazione del religioso e del politico; riconciliare, sanare, la ferita, lo squarcio nella storia di Kerbala.

Per i meno devoti, le processioni del mese di Muharram rappresentano semplicemente l’ennesima irruzione del sacro nella vita di tutti i giorni, per alcuni sono un’occasione di socializzazione, per scendere in strada e incontrare vicini e amici.

Per i credenti rappresentano l’ultima occasione per credere che la storia un giorno possa riprendere il proprio corso, che la giustizia, anche e soprattutto quella promessa da uno Stato che in nome del sacro ha inghiottito la religione, arrivi a rovesciare le sorti di un popolo sfortunato, condannato all’opposizione e al canto funebre del lutto.