Carovana dei migranti, esodo della speranza

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5 novembre 2018

Migliaia di persone sono partite dall’Honduras per intraprendere una marcia che sfida il destino per arrivare negli Stati Uniti.

Lo scorso 12 ottobre a San Pedro de Sula, in Honduras, alcune centinaia di persone si sono autoconvocate per emigrare in gruppo negli Stati Uniti. Non è la prima esperienza di questo tipo in America centrale. Con relativa frequenza i migranti si riuniscono in gruppi per affrontare insieme le difficoltà e i pericoli di un viaggio lungo migliaia di chilometri pieno di incognite verso nord.

La particolarità della convocazione dello scorso ottobre è stato il successo che ha avuto l’iniziativa. Già prima di passare la frontiera tra Honduras e Guatemala, i migranti erano diventati 5000. Poi cresciuti ulteriormente, qualche giorno dopo, quando la carovana ha raggiunto e superato la frontiera messicana arrivando a contare oltre 7000 persone.

Le ragioni di fondo che motivano questa sfida sono quelle evidenziate dal titolo della convocazione: ”Nos vamos porque nos expulsa la violencia y la pobreza”, ce ne andiamo perché ci caccia la violenza e la povertà. Sono ragioni vere, purtroppo.

La violenza è una triste caratteristica diffusa in tutti i paesi dell’America latina: la regione conta infatti meno del 10% della popolazione mondiale, ma qui vengono realizzati il 30% degli omicidi del pianeta. Oltre 160.000 morti all’anno. Sono dati terribili che quadruplicano la media mondiale e addirittura decuplicano la quantità di omicidi commessi in Europa (Insight crime 2017).

Però in Honduras, il paese centro americano da cui è partito il gruppo di migranti e dal quale provengono la grandissima maggioranza dei partecipanti alla carovana, è peggio. I dati, da terribili diventano agghiaccianti.

A fronte di una media mondiale di 6,7 omicidi ogni 100 mila abitanti, in Honduras, uno dei 4 paesi della regione (e del mondo) in assoluto più violenti con El Salvador, Venezuela e Jamaica, nel 2017 la media è stata di 43,6 omicidi ogni 100.000 abitanti (Observatorio sobre Violencia Universidad Nacional Autónoma de Honduras 2017).

Secondo i dati della relazione dell’ufficio delle Nazioni Unite sulla prevenzione del crimine, nel 2013 l’Honduras aveva addirittura raggiunto il triste primato di paese più letale al mondo, con un tasso di omicidi del 90,4 ogni 100.000 abitanti.

In pratica in Honduras un maschio su trecento tra i 15 e 44 anni poteva risultare vittima di omicidio.
A San Pedro de Sula, il luogo di partenza della carovana di migranti, se possibile la situazione risulta essere ancora peggiore: nel 2016 si è raggiunto il livello davvero incredibile e pauroso di 112 omicidi ogni 100 mila abitanti (Consejo Ciudadano para la Seguridad Pública y la Justicia Penal 2016).

Come si afferma nella chiamata che ha convocato la carovana, il problema non è però solo la violenza. C’è anche la povertà. Con il 67% di incidenza, l’Honduras è infatti il più povero dei paesi latino americani (Commissione Economica per l´America latina, CEPAL 2017). Povertà tra l’altro in aumento e non in dimuzione, nonostante la forte crescita macro economica, quasi il 4% del PIL, evidenziata negli ultimi anni.

La dinamica perversa risultante dalla crescita economica, quindi dalla generazione di ricchezza, che contrasta con l’aumento della povertà evidenzia un ulteriore elemento di rottura esistente nel paese: l’elevatissimo livello di disuguaglianza che colloca l’Honduras, dopo il Sudafrica e Haiti, come il terzo paese al mondo con il maggiore indice di disparità, evidenziando un coefficiente di Gini di 0,53.

Questo è l’ultimo elemento mancante per attivare il detonatore sociale della disperazione, che ha convinto tante persone ad assumere la sfida di un viaggio che si spera capace di riaccendere la speranza.

L’Honduras, come altri paesi della regione, non è però un paese povero. Al contrario, è ricco di risorse naturali ed occupa una posizione geopolitica di importanza strategica.

Questi fattori, a prima vista positivi, purtroppo non giocano quasi mai a favore del benessere della popolazione, della pace e della giustizia sociale. Soprattutto se si hanno per vicini gli Stati Uniti.

Quando infatti, anche in epoca recente, ci sono stati in Honduras tentativi – per la verità anche piuttosto timidi – di ricercare una maggiore giustizia sociale e benessere collettivo, questi sono stati rapidamente soffocati da forze reazionarie e conservatrici, espressione di una ferma volonta di mantenere lo status quo nelle relazioni di potere del paese.

Proprio in Honduras infatti è stata implementata con successo la cd strategia dei “golpes blandos” – i colpi di stato “leggeri” – di tipo istituzionale che, a differenza di quelli perpetrati sino agli anni ’80 in America latina, non necessitano più dell’uso delle armi e della represssione violenta per “mantenere l’ordine”.

Al contrario vengono utilizzate tecniche neanche tanto sottili di manipolazione delle informazioni e di controllo sociale, attraverso mezzi di comunicazione asserviti, alchimie pseudo istituzionali e ovviamente la disponibilità di risorse finanziarie con sostegno politico opportuno, interno ed esterno al paese.

L’obbiettivo dichiarato è quello di evitare situazioni che potrebbero danneggiare gli “interessi nazionali”, in realtà il vero obbiettivo consiste nel mantenere al potere le classi da sempre dominanti, continuando ad approfittare delle risorse a beneficio degli interessi delle oligarchie locali e delle multinazionali.
Ancora una volta il caso dell’Honduras è emblematico rispetto alle dinamiche indicate.

Nel 2009, dopo 3 anni di governo, fu “destituito” l’allora presidente eletto democraticamente Manuel Zelaya, che durante il suo mandato aveva promosso una serie di riforme tendenti ad allargare la partecipazione cittadina, promuovere programmi di assistenza sociale e investimenti nei settori della salute, istruzione e miglioramento delle condizioni di vita dei contadini.

L’insieme delle riforme promosse da Zelaya non furono di gradimento dei settori più conservatori del paese, i quali riuscirono ad ottenere una sentenza della Corte suprema per arrestare il presidente che fu esiliato in Costa Rica.

Zelayda venne sostituito dal presidente del parlamento, Roberto Micheletti, rappresentante della destra economica e imprenditoriale del paese, proprietaria anche della quasi totalità dei mezzi di comunicazione nazionale, che furono i promotori di fatto del “golpe blando” a Zelaya.

Dal 2009 sino ad oggi si è assistito alla perfetta continuità del sistema, sino ad arrivare al caso emblematico delle ultime elezioni dello scorso mese di novembre 2017.

In questa occasione, fino ad oltre la metà dello spoglio elettorale il candidato dell’opposizione presentava un vantaggio di ben 5 punti rispetto al ricandidato presidente della Repubblica in carica.

Però, dopo una sospensione per “problemi tecnici al sistema informatico elettorale”, tre settimane dopo la situazione appariva rovesciata. Veniva quindi dichiarato vincitore, con un vantaggio di appena 1,53% il presidente in carica, Juan Orlando Hernández del Partido Nacional, già protagonista del colpo di Stato del 2009 che assicurava, a differenza dell’avversario, la continuità sperata al sistema estrattivo dominante nel paese.

Il risultato delle elezioni fu duramente contestato, anche a livello internazionale. Ma gli Stati Uniti si affrettarono a riconoscere la legittimità dei risultati, facendola seguire dai paesi orbitanti.

L’aspetto drammatico della situazione è che dal 2010 al 2016 l’Honduras ha presentato per 6 anni consecutivi il più alto tasso di assassinii di ecologisti al mondo rispetto al numero degli abitanti.

Proprio in Honduras il 3 marzo 2016 venne assassinata l’attivista per l’ambiente Berta Cáceres, leader della comunità indigena ”Lenca”. Poco meno di un anno prima di essere uccisa Berta Caceres aveva ricevuto il premio Goldman per la difesa dell’ambiente, di fatto il premio nobel dell’ecologia.

Il premio le era stato conferito per la lotta che portava avanti da anni per evitare la costruzione della diga idroelettrica “Agua Zarca” che, oltre all’evacuazione della popolazione indigena dei villaggi della zona, comportava la distruzione di un ecosistema considerato sacro dal popolo “Lenca”.

Come ha dimostrato la faticosa ricostruzione del crimine, che non è rimasto impunito fondamentalmente solo grazie alle pressioni nazionali e internazionali sul governo dell’Honduras, per la rilevanza che aveva assunto la figura di Berta Caceres dopo aver vinto il premio Goldman, si “scoprí” che il mandante dell’omicidio era un dirigente dell’impresa incaricata della costruzione della diga; l’organizzatore operativo risultava essere il responsabile della sicurezza della stessa impresa in collaborazione con un ufficiale di polizia, i quali avevano assoldato un sicario per l’esecuzione materiale dell’omicidio. Il prezzo della vita di Berta Caceres era stato di appena 2000 dollari.

Date le circostanze indicate non sorprende che una massa enorme di persone decida di partire dall’Honduras e da altri paesi dell’America centrale e meridionale che soffrono situazioni simili.

La disperazione rispetto alle terribili condizioni di vita, sommata alla ormai certezza che il futuro non porterà cambiamenti, motivano la scelta di partire nella speranza di incontrare un futuro migliore per sé e i propri figli.

Questa è la ragione, la vera ragione di fondo che ha animato migliaia di persone, tra le quali centinaia di donne, bambini e anche anziani ad unirsi alla carovana dei migranti, seguendo un percorso durissimo di migliaia di chilometri, fatto principalmente a piedi, in condizioni difficili e sotto un sole implicabile per cercare, insieme, di sfondare il muro dell’intolleranza ed aprire la porta della solidarietà.

In realtà, purtroppo, invece di solidarietà ai confini con gli Stati Uniti i migranti troveranno ostilità e avversione. Anzi, un vero e proprio rifiuto. Per il presidente Trump infatti, che dalla vicenda cerca di ottenere un beneficio politico nella fase di metà mandato, si tratta di un problema di “sicurezza nazionale”.

Per questo ha ordinato di schierare addirittura quindicimila soldati ai confini con il Messico per respingere l’arrivo dei migranti. Si tratta di un paradosso raccapricciante per il numero di militari impiegati, di molto superiore alle truppe americane stanziate in zono di conflitto armato come Siria e Iraq.

Se da un lato è certa la funzione che tali truppe avrebbero di bloccare l’entrata dei migranti negli Stati Uniti, meno certo sarebbe il supporto che i militari dovrebbero dare alle persone che rimarrebbero bloccate sul confine.

Il governo americano pensa infatti di installare delle tendopoli dove i migranti dovrebbero attendere l’esito delle loro richieste di asilo o di ricongiungimento familiare per poter entrare legalmente negli Stati Uniti. Richieste che il presidente americano ha già avvisato saranno nella grandissima maggioranza dei casi rifiutate.

Il problema è che queste procedure prendono molto tempo, a volte anche più di un anno. Alcuni migranti decideranno quindi di tornare indietro ormai esuasti. Altri tenteranno di rimanere a vivere in Messico. Molti cercheranno comunque di passare, cadendo nelle mani dei trafficanti e delinquenti che erano riusciti sino ad allora ad evitare grazie alla protezione della carovana.

Purtroppo, per la maggioranza dei migranti che riusciranno effettivamente ad arrivare al confine con gli Stati Uniti, il rischio è che la speranza di un futuro migliore, che ha motivato i tanti sacrifici assunti durante il viaggio, si schianti contro il muro dell’impossibilità di raggiungerlo. E la speranza che ha reso possibile sopportare tanta sofferenza, di morire nell’intento.