Dall’Iraq al futuro

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20 Dicembre 2019

Un filo rosso collega le Primavere arabe del 2011 alle recenti manifestazioni di protesta in Iraq e Libano. Molti analisti consideravano i movimenti di protesta morti e sepolti, dopo l’esperienza siriana che, sfociata in guerra tra opposte fazioni, ha portato all’emergere dell’estremismo religioso. Nel 2019 la società civile irachena sembra ricalcare i moti di protesta visti nel 2011 nella vicina Siria, una nuova generazione di giovani, di opposte confessioni religiose, protesta contro la corruzione e il clientelismo. La risposta violenta è la medesima, quella di un sistema di potere tirannico che non vuole abdicare.

[prima parte]

Perché gli iracheni scendono (di nuovo) in piazza.

“Ha segnato Mimi, il guaritore delle nostre ferite, guardate come esulta!”. E’ a dir poco entusiasta il telecronista all’undicesimo minuto del primo tempo quando il giocatore iracheno Mohanad Ali, detto “Mimi”, segna il primo gol contro l’Iran.

Non tanto per il gesto tecnico e per aver portato in vantaggio la propria squadra, bensì per quanto succede un attimo dopo. I calciatori, correndo sotto la tribuna che ospita i tifosi iracheni, esultano portandosi la mano al volto, si battono forte il petto, e lo stesso Mimi indossa una mascherina medica, rivolgendola verso i sostenitori, i quali in risposta urlano ancora più forte slogan contro l’Iran.

E’ il 14 Novembre, siamo ad Amman, in Giordania, dove si sta giocando una partita di calcio tra la nazionale irachena e quella iraniana. In origine avrebbe dovuto essere giocata in Iraq, a Bassora, ma proprio a causa “dell’attuale situazione precaria in termini di sicurezza”, la FIFA ha deciso che le prossime gare dell’Iraq avrebbero dovuto disputarsi in “campi neutri”.

La scena che segue il gol non è da circoscriversi soltanto a quello stadio, bensì è direttamente connessa all’elettrica piazza Tahrir, a Baghdad, dove centinaia di migliaia di persone esultano e sparano fuochi di artificio, unendosi così ai cori dei tifosi ad Amman.

Quella mascherina, indossata dal “guaritore delle nostre ferite”, che si batte forte il petto in segno di condoglianze e rispetto, è un semplice ma fortissimo omaggio agli iracheni uccisi negli scontri tra dimostranti e forze di sicurezza che si protraggono dal 1° ottobre.

“Il nostro obiettivo è mandare un chiaro messaggio a tutti gli iracheni, noi rifiutiamo l’interferenza dell’Iran e dei suoi agenti nel nostro Paese”. Mustafa Abdullah, uno dei circa 70mila iracheni che vive in Giordania, nella stragrande maggioranza dei casi in condizioni di rifugiato, era allo stadio quella sera. Nonostante non stia partecipando alle proteste in Iraq, come altri suoi connazionali sente in modo particolarmente importante questa partita.

“Siamo venuti allo stadio non solo per sostenere la nostra squadra, ma soprattutto per essere vicini ai manifestanti in un contesto molto più grande – la nostra rivolta contro le ingiustizie in Iraq”, ha affermato alla fine della partita.

Per la cronaca, il giubilo di cui sopra non ha fatto che moltiplicarsi all’esultanza per il secondo gol, una rete che probabilmente rimarrà per molto tempo nella memoria degli iracheni – il risultato finale è stato di 2-1 per l’Iraq. In quello stesso momento, in piazza Tahrir a Baghdad, da un lato impazzavano i festeggiamenti, mentre in altre zone gli scontri con le forze di sicurezza continuavano, e gli effetti dei kalashnikov, delle pistole e dei lacrimogeni si confondevano con i fuochi di artificio.

Mohanad Ali, detto “Mimi”, calciatore iracheno

“Uso letale della forza”.

Nel momento in cui il proiettile lo ha colpito in testa, lo scorso 2 ottobre a Dhi Qar, nella provincia di Nassiria, Hussein ha lasciato la moglie e la figlia di 6 mesi senza più un marito, un padre e una fonte, per quanto precaria, di sostentamento.

Laureato in letteratura araba, Hussein, 27 anni, se la cavava con diversi lavori manuali e casuali, arrivando a lavorare fino a 16 ore al giorno. “Non ce la faceva più, come tantissimi altri suoi coetanei o molto più giovani”, racconta la giornalista Rasha Al Aqeedi, “per questo si è unito alle proteste.”

Il suo ultimo post su Facebook riportava un video in cui l’esercito iracheno proteggeva i dimostranti nella sua città. Poco dopo, il suo corpo è stato ritrovato senza vita di fronte alla sede della milizia Badr, organizzazione politica e armata sostenuta dall’Iran.

La storia di Hussein è molto simile a quella degli oltre 400 giovani e giovanissimi che negli ultimi due mesi hanno perso la vita nel centro e nel sud dell’Iraq. Ai morti si aggiungono decine di migliaia di feriti, e decine di scomparsi, in particolare tra attivisti e giornalisti. Human Rights Watch e Amnesty International, tra gli altri, hanno descritto la risposta governativa “una carneficina”, caratterizzata da “un uso letale, eccessivo e non necessario della forza” contro dimostranti per lo più pacifici – anche se in più occasioni metodi violenti sono stati adottati anche dai manifestanti, come incendi dolosi appiccati nelle sedi di partiti in varie città e in particolare agli uffici del consolato iraniano a Bassora e Najaf.

Scene di guerriglia urbana, morti e feriti in strada, fumi neri, lacrimogeni e cannoni di acqua che per intensità e caos non si vedevano in Iraq dall’ottobre 2017, quando l’esercito iracheno e le diverse milizie ad esso alleato si univano nell’operazione militare che portò alla liberazione di Mosul contro il sedicente “Stato islamico” – comunemente chiamato Daesh in Iraq.

Paragone forse eccessivo, ma che può rendere l’idea del clima di violenza che si respira a Baghdad, Karbala, Diwaniya, Nassiria, Najaf, Bassora, per citare soltanto le città principali teatro degli scontri. In tanti hanno fatto appello alla politica di fermare immediatamente la repressione richiedendo indagini urgenti e indipendenti.

Le stesse che erano state già annunciate dal governo dopo le prime settimane di scontri, che ad oggi hanno prodotto soltanto la rimozione di alcuni ufficiali dell’esercito, ma non di “calmare” le piazze invitate al “ritorno della normalità”, parafrasando i comunicati del governo.

Piuttosto, si evincerebbe il contrario attraverso le immagini e i video provenienti da piazza Tahrir, alla decima settimana consecutiva di proteste, che non si sono fermate nemmeno di fronte alle dimissioni del primo ministro Adel Abdul Mahdi.

Ricchezza e povertà, disoccupazione e corruzione.

Arrivate il 29 novembre soltanto in seguito a un durissimo sermone del Grand Ayatollah Al-Sistani, leader religioso sciita basato a Najaf, le dimissioni del premier hanno messo la parola fine a un governo che si è ritrovato ad affrontare la crisi politica più grave dalla caduta del regime di Saddam Hussein.

Una crisi contro la quale, oltre all’utilizzo sproporzionato della forza, il governo ha risposto con l’interruzione di Internet, la censura di diversi media locali, nonché l’aggressione fisica di alcune delle loro sedi e dei suoi giornalisti. Il tutto in un clima di diffusa impunità e inazione nei confronti di una miriade di gruppi armati che, secondo la maggior parte degli attivisti, agirebbero al di fuori del controllo degli apparati ufficiali, affiliati piuttosto alle milizie popolari (sotto l’ombrello dei cosiddetti Fronti di Mobilitazione popolare, Ashd al Shabi) più vicine agli interessi iraniani in Iraq.

Un anno fa, il 24 ottobre 2018, le premesse erano però ben diverse. Quando il 77enne Abdul Mahdi giurava di fronte al Parlamento pronunciò un discorso che in teoria era in linea con gli slogan e le richieste delle piazze di oggi.

Presentando in linee generali una politica volta alla normalizzazione dei rapporti tra Baghdad ed Erbil, la ricostruzione e lo sviluppo del Paese dopo lo Stato Islamico, la promozione del settore privato e la riduzione della povertà e delle ineguaglianze, affermò che “le priorità” del suo “lavoro sarebbero state rivolte ai più deboli, ai giovani, ai meno privilegiati della nostra nazione”.

Parole che oggi appaiono per lo meno anacronistiche, ma che invece allora erano coerenti con il clima post-elettorale, influenzato per lo più dal sorprendente successo delle forze “popolari” guidate da Moqtada al Sadr e da Hadi al-Hamiri, rispettivamente leader di un’insolita alleanza tra il partito sciita sadrista e una parte del partito comunista iracheno, da un lato, e di una coalizione tra diversi gruppi legati ad Hashd al-Shabi, dall’altro.

Una volta formato, il nuovo governo delle forze “popolari” mostrava inizialmente di poter stare al passo con le aspettative di cambiamento. Con buona parte dei ministeri assegnati a figure più tecniche che politiche, a dicembre 2018, le prime indiscrezioni sulla legge di bilancio prevedevano, per la prima volta dopo decenni, nessuna nuova assunzione nell’ingombrante settore pubblico [1]. Anche l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, il curdo Barham Salim, politico di grande esperienza e figura carismatica riconosciuta tale in Iraq e all’estero, sembrava poter indicare un periodo di novità e riforme.

Ma dopo un inizio caratterizzato da gesti simbolici, come ad esempio la “libera” passeggiata a piedi, nella famosa strada al-Mutanabbi, a Baghdad, è finito anche lui per disilludere la popolazione.

Dalla legge di bilancio, infatti, approvata definitivamente a Febbraio, è scaturito l’esatto opposto delle indicazioni iniziali, risultando uno dei più grandi esercizi di spesa pubblica della storia del Paese, con 111,8 miliardi di dollari, equivalenti ad un incremento del 45% rispetto al 2018 e la cui metà è dedicata ai salari dei dipendenti pubblici, in continuità con gli anni precedenti.

Col passare del tempo, tuttavia, gli iracheni sono gradualmente scesi di nuovo in piazza in primavera per ricordare che ancora nulla era stato fatto contro i veri problemi. In primis, il 25% di disoccupazione giovanile e la condizione di povertà in cui riversa il 23,5% della popolazione (che vive cioè con meno di 1 euro e 50 centesimi al giorno); e poi ciò che gli iracheni sanno essere la causa di tutti i mali: la corruzione, piaga sociale, politica ed economica che influisce negativamente sulla vita quotidiana del Paese a diversi livelli [2] .

Fino al 1° ottobre scorso, le proteste di quest’anno avevano vissuto alti e bassi, e in particolar modo, come avvenuto dal 2015 in poi, la base principale dei manifestanti era riconducibile alla leadership di Moqtada al-Sadr, i cui sermoni, annunci e discorsi riuscivano ad influire sull’entità e l’intensità delle dimostrazioni. Tuttavia, gestire la doppia figura di leader al governo e al tempo stesso del malcontento popolare è risultato via via più difficile.

A settembre, mentre in seno al governo crescevano incertezze e disaccordi, al-Sadr aveva iniziato una campagna mediatica per invitare il primo ministro alle dimissioni. Invano, perché questa volta il riscontro popolare rispetto ai suoi appelli non si era dimostrato lo stesso che in passato.

Ma ciò che ha riportato la massa in piazza è avvenuto a fine settembre, quando all’improvviso il governo ha dismesso il generale dell’esercito Abdel Wahab al-Saadi, sostituendolo con una figura più “politica”, in linea con la “solita” prassi di equilibri tra i diversi partiti e alleanze. Il generale era una figura popolare e indipendente, considerato un simbolo dell’identità nazionale da buona parte della popolazione dato il suo ruolo determinante nella sconfitta del Daesh e soprattutto nella liberazione di Mosul.

Per questo, subito dopo l’annuncio della notizia, in diverse città le piazze si riempirono subito, con slogan e cartelli di protesta contro il governo e solidarietà verso il generale. Da allora, le proteste sono state sempre più partecipate, con i numeri dei manifestanti che sono aumentati man mano che la risposta governative si faceva più violenta.

Uno degli elementi di particolare novità rispetto al passato è che le proteste stanno coinvolgendo soprattutto la popolazione delle province del sud e del centro, di origine sciita, la cui rabbia stavolta si è scagliata anche contro i propri rappresentanti politici – Muqtada al-Sadr incluso. Quest’ultimo aspetto però non deve far interpretare l’ondata di proteste come esclusivamente contro l’establishement sciita, sia in Iraq che in Iran.

Ad oggi, i manifestanti rimangono un insieme variegato e disomogeneo di gruppi, movimenti per lo più informali, senza una leadership chiara, i quali stanno esprimendo un’insoddisfazione generale e trasversale che colpisce diversi obiettivi, interni, regionali ed internazionali, ritenuti tutti colpevoli della situazione irachena odierna.

Come recita uno striscione esposto a piazza Tahrir, la rabbia delle proteste è anche un “no all’America, no ad Erdogan, no all’Arabia Saudita, no al Baath, no ai Barzani, no all’intelligence israeliana!”

NOTE

[1] Il settore pubblico in Iraq, in linea con le strutture statali delle economie di tipo “rentier” (sistema di “stato che vive di rendita”), rappresenta il principale datore di lavoro. Accoglie infatti circa l’80% della forza lavoro disponibile nel Paese ed è considerato da tempo da analisti locali e internazionali quel punto critico attorno al quale l’ingente ricchezza dell’Iraq, prodotta principalmente dal petrolio, si perde tra le maglie della corruzione e della politica settaria.

[2] Al riguardo, anche l’anno scorso l’indice di percezione della corruzione stilato da Transparency International ha collocato I’Iraq agli ultimissimi posti, confermandola una delle società più corrotte al mondo. Inoltre, sulla disoccupazione, che si applica al 17% su tutta la popolazione attiva, secondo il Fondo Monetario Internazionale, i dati sarebbero almeno da raddoppiare.

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