Egitto, l’inferno dei diritti umani

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5 Luglio 2019

Morsi è solo l’ultimo di una lunga serie di morti causati dal regime egiziano dal 2013: oppositoro, giornalisti, attivisti e semplici cittadini

Il 17 giugno scorso Mohammad Morsi, l’ex presidente egiziano, è morto di infarto nella sala del tribunale del Cairo durante un’udienza del processo che lo vedeva imputato.

Deposto da un colpo di stato nel 2013, Morsi era detenuto, secondo Human Rights Watch in condizioni disumane: malato di diabete, gli venivano negate le medicine cosi come le visite di avvocati e familiari.

Era in isolamento in una cella singola per lunghi periodi di tempo. Lui stesso, in un’udienza, il 6 maggio scorso, aveva denunciato le forze di sicurezza di maltrattamenti affermando che temeva per la sua vita.

Le Ong che si occupano dei diritti umani, tra le quali anche Amnesty International, accusano direttamente il governo egiziano della morte di Morsi e chiedono l’apertura immediata di una inchiesta indipendente sulle cause della sua morte e sulle condizioni di detenzione dell’ex presidente egiziano.

Morsi è solo l’ultimo di una lunga serie di morti causati dal regime egiziano, che dal 2013 ad oggi stringe nella sua morsa repressiva oppositori politici, giornalisti, attivisti dei diritti umani. E anche semplici cittadini.

La storia di Marwa e il suo passaporto italiano

Marwa Latif, pseudonimo per proteggerne l’identità, è una cittadina italiana di origine egiziane che vive a Roma. Nell’estate nel 2017 è partita per il Cairo per trascorrere le vacanze con i parenti.

Una volta atterrata, ai controlli di sicurezza all’aeroporto, è stata sottoposta a fermo ed interrogata in una stanza adiacente ai gate di uscita dell’aeroporto. “Un agente di polizia mi ha chiesto di vedere il mio passaporto italiano”. Una volta consegnato, l’agente lo ha riposto in un cassetto della scrivania, invitando Marwa con tono minaccioso ad andarsene. “Di fronte alle mie domande di spiegazioni, mi è stato risposto che ero stata segnalata come potenzialmente pericolosa e che dovevano fare approfondimenti sulla mia identità e sui miei documenti. Ero spaventata ma ho continuato a protestare dicendo che ero cittadina italiana e non potevo accettare tale comportamento.”

Sbeffeggiata, Marwa è stata invitata a presentarsi il mese successivo alla sede dei servizi di sicurezza al Cairo per approfondimenti e per l’esito di questa presunta indagine. Solo dopo tre mesi di richieste e interrogatori circa il suo attivismo da oppositrice, Marwa è riuscita a ricevere nuovamente il suo passaporto con un invito intimidatorio da parte della polizia.

“La prossima volta pensa prima di scrivere su facebook contro il regime. Pensaci bene. Questa volta ti facciamo uscire dall’Egitto, la prossima volta finirai sotto terra.”

Per paura di ripercussioni sulla sua famiglia in Egitto, Marwa una volta tornata in Italia ha preferito non denunciare l’accaduto alla Farnesina.

Le accuse delle Ong al regime di Al Sisi

Secondo il rapporto di Human Right Watch di 63 pagine We Do Unreasonable Things Here’: Torture and National Security in al-Sisi’s Egypt, ci sarebbe da parte delle forze di sicurezza egiziane un ricorso diffuso e sistematico ad atti intimidatori e torture nei confronti di civili considerati potenzialmente pericolosi per il regime e questo costituirebbe, sempre secondo il rapporto, un crimine verso l’umanità.

A partire dal colpo di stato del 2013 le autorità egiziane, secondo le stime di HRW, sono state arrestate circa 60mila persone, centinaia di oppositori sono scomparsi per mesi e sono state emesse condanne a morte preliminari ad altrettante persone.

Dal 2013 ad oggi il Middle East Monitor ha certificato la morte di 762 detenuti a seguito di interrogatori violenti, torture, maltrattamenti e negligenza nella somministrazione di farmaci necessari per la salute dei detenuti affetti da problematiche sanitarie come infezioni, diabete ed epatite.

Il regime del controllo

Il regime che al-Sisi ha messo in piedi è un complesso sistema di controllo e repressione interno, grazie a centinaia di migliaia di uomini della sicurezza affiancati da informatori e singoli cittadini che, dietro un compenso economico, spiano, informano e fanno arrestare chiunque muova critica al governo.

E’ recente infatti l’arresto di di cinque uomini di mezz’età che in un caffè, a Qaliubya, quartiere popolare del Cairo, si erano lamentati dell’aumento del prezzo dei beni di prima necessità, inveendo contro il presidente al-Sisi.

Le accuse, seguite al fermo, vanno dalla “diffusione del malcontento nel popolo” a “diffusione di notizie false” fino ad “associazione a delinquere volta a destabilizzare il clima politico del paese.”

La festa di benvenuto e la Griglia

In Egitto quando si entra in carcere, inizia l’inferno. Tutti gli egiziani conoscono “la festa di benvenuto”.
La subiscono tutti quelli che vengono arrestati per motivi politici ed avviene in tutti i posti di polizia, sparsi in tutto il paese. Human Right Watch mostra in diversi video sul web le pratiche di tortura utilizzate dalla polizia, accompagnati dalle testimonianze delle vittime.

La pratica consiste nel torturare l’arrestato con percosse con un bastone su tutto il corpo, in particolare mani, piedi e genitali, strappandogli le unghie e, nel caso non confessi i reati a lui ascritti, si passa “alla Griglia”, chiamata in arabo “el Shawaya”. E’ il secondo stadio della tortura. L’arrestato viene fatto sdraiare legato su un materasso bagnato collegato alla corrente elettrica e viene attraversato da scosse costanti e ripetute.

Il fermo nella stazione di polizia – per legge – ha un limite massino di 48 ore, ma nella pratica una volta entrati non si sa quando si uscirà. La speranza degli arrestati è sempre quella che, dopo “la festa di benvenuto”, gli agenti dietro un compenso economico, decidano di rilasciare il malcapitato.

Molto probabilmente anche Giulio Regeni ha subito la festa di benvenuto e forse durante le percosse ha risposto agli insulti che gli venivano rivolti anziché star zitto. Sì perché in Egitto se vieni fermato e percosso o insultato dagli uomini della sicurezza la prima regola da seguire è tacere. La seconda è sperare che i tuoi aguzzini si stanchino e ti lascino in pace.

Il fermo, cosi come le perquisizioni in casa, possono avvenire in qualsiasi momento del giorno e della notte, senza un mandato ufficiale.

I servizi di sicurezza egiziani all’estero

Il regime oltre a controllare, arrestare e sopprimere gli oppositori interni, si muove all’estero attraverso i suoi consolati, intorno ai quali si muove una fitta rete di informatori che a titolo volontario, o a pagamento, controllano e seguono i movimenti degli oppositori: filmando manifestazioni anti regime e inviando il materiale al Cairo. Grazie a questa rete il regime riesce a schedare e conoscere i movimenti dei dissidenti all’estero.

Il Mar Rosso, di sangue

La morsa del regime ogni giorno è più dura ed impietosa. A pagarne il prezzo sono attivisti, politici, giornalisti, gli stessi sodali del al-Sisi sono arrestati e fatti sparire nel nulla.

I servizi militari e civili ogni giorno effettuano arresti, rapimenti, uccisioni.
In una continua ricerca del nemico, del traditore, dell’oppositore. Al-Sisi, più che Mubarak, ha costruito in soli quattro anni più di 60 carceri speciali per contenere le centinaia di persone che ogni settimana sono fermate.
All’ombra delle piramidi e dei meravigliosi reperti millenari, c’è un paese in profonda crisi economica e politica, dove i diritti umani, più che un diritto, sembrano un orizzonte lontano nel deserto.