Tiziano Terzani nella Cina di Deng Xiaoping

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25 Aprile 2020

L’attualità di un reporter nel racconto di un mondo complesso

Se domandassimo chi è stato Tiziano Terzani in una scuola superiore, potremmo non vedere troppe mani alzate. Terzani è stato uno scrittore e reporter con una storia particolare: è nato in Toscana, Italia, ha lavorato per un magazine tedesco, il Der Spiegel, come corrispondente dall’Asia e ha finito per girare mezzo globo.

Terzani ha vissuto e lavorato in un’epoca che ci è vicina, ma non troppo: Guerra Fredda, ideologie, pacifismo, Asia, filosofie orientali, eccetera.

«La seconda guerra fredda è già scoppiata. Il campo di battaglia è e resterà l’Asia. Cambogia e Afghanistan sono al momento i due focolai attivi, ma siccome nessuna soluzione diplomatica sembra qui possibile, altri focolai si potranno aggiungere a questi»

(TT, L’Asia sarà il campo di battaglia nella guerra fredda degli anni 80, La Repubblica, 16/01/1980)

 

Proprio le etichette sopra menzionate ricorrerebbero con ogni probabilità se fosse un professore, pur giovane, a rispondere sull’identità di Terzani. Per ragioni di età, i professori sono più legati all’epoca di Terzani. Gli adolescenti di oggi, invece, ne hanno letto soltanto sui libri. Ai tempi di Terzani, infatti, la Cina non aveva ancora spiccato il suo grande balzo economico.

L’Unione Sovietica esisteva ancora. Anche la Jugoslavia era ancora in piedi. Molti Paesi dell’Africa e dell’Asia si erano appena liberati da legami oppressivi con gli ex Paesi colonialisti dell’Europa.

Nel vecchio continente si circolava con il passaporto, ma i Paesi europei portavano avanti un processo di integrazione riunendosi in Comunità (al plurale), in particolare quella Economica, pilastro della successiva Unione Europea. Cresceva la ricchezza finanziaria dell’Occidente, ma crescevano pure le economie di alcuni Paesi dell’Estremo Oriente che, decenni dopo, sarebbero stati ribattezzati “tigri asiatiche”.

 

«[Dries van Agt, ambasciatore della CE a Tokyo:] “Se noi [europei] non teniamo loro testa è perché i giapponesi lavorano di più, sono più disciplinati e non vogliono avere lunghi weekend, sciare, ecc”. Io, che non ho detto nulla per mezz’ora: “Ma scusi, lei è l’ambasciatore del Giappone presso la Comunità Europea o viceversa? Non si tratta di giustificare. Noi non vogliamo diventare giapponesi!”»

(TT, Un’idea di destino, 2014)

 

Come era fatto Terzani?

Molti professori dipingerebbero un uomo sulla settantina, vestito di bianco con una barba da saggio orientale.  In effetti, Terzani amava le filosofie orientali, ma Franco Cardini ci avverte: «è essenziale non [fare a Terzani] il torto di presentarlo come perennemente assiso sui suoi talloni, immoto nella Posizione del Loto cui è pervenuto alla fine della vita». L’immagine di questo scrittore-reporter, infatti, si è cristallizzata ai tempi alle guerre di inizio terzo millennio, quando egli criticò l’invasione statunitense dell’Afghanistan.

Il nostro passato recente condiziona profondamente la comprensione che abbiamo del tempo presente, delle sue cause e delle sue motivazioni. Nel terzo millennio, Terzani è diventato un simbolo e lo si associa dunque al pacifismo e alla comprensione tra culture diverse. Dimentichiamocene per un momento. Lasciamo stare le corrispondenze che il pacifismo e la comprensione interculturale hanno con le battaglie di oggi; guardiamo piuttosto le linee, il disegno.

Noteremmo allora che, all’inizio, l’Oriente non era tutto uguale per Terzani: la Cina e, in particolare, la Cina comunista (Repubblica Popolare Cinese) avevano il primo posto. Terzani ha vissuto a Pechino tra il 1980 e il 1984. Eppure, egli aveva desiderato raggiungere questo Paese fin dal 1968, se non prima. Negli anni Sessanta, Terzani non aveva ancora iniziato a lavorare come reporter in Asia. La Repubblica Popolare era difficile da raggiungere, “isolata” da una “cortina di bambù”.

Soltanto negli anni Settanta, egli ebbe l’occasione di avvicinarsi alla Cina diventando corrispondente dall’Asia. Terzani fece il suo: si distinse nel contesto della Guerra del Vietnam e fu testimone della liberazione di Saigon nel 1975. Per queste ragioni, l’Asia non-cinese rappresentò una sorta di tappa intermedia, una lunga circumnavigazione della Repubblica Popolare Cinese, compiuta in attesa di trovare un pertugio, un’occasione, per entrare.

 

«[Terzani:] Ho dedicato parte della mia vita allo studio della Cina e ho tenuto, negli ultimi due anni, con certe difficoltà, l’incarico di storia all’Università di Firenze convinto di dover dare un riscontro culturale all’impegno sul posto di lavoro. Risiedere in Asia, per ora alle porte della Cina e presto, spero, dentro, mi pare la più naturale conseguenza»

(A. Loreti, Tiziano Terzani: la vita come avventura, 2014)

 

Non ce lo si aspetterebbe da un saggio orientaleggiante ed etereo, vero?

Terzani era concreto. Non c’erano soltanto le grandi questioni come la guerra, ma avevano importanza anche politica ed economia. I suoi taccuini personali del periodo cinese sono ricolmi di annotazioni e dati raccolti sul campo circa la produzione e lo sforzo economico degli stati asiatici, impegnati a trasformare la loro economia che, fino ad allora, era stata completamente diversa dal capitalismo.

Molto più che nei suoi articoli, Terzani cercò di penetrare la realtà della Repubblica Popolare con un atteggiamento critico, ben precedente ai noti “articoli-confessione” della seconda metà degli anni Ottanta. Il suo obiettivo era capire quanto il progresso economico, culturale e civile della Cina corrispondesse a realtà e quanto fosse invece edulcorato dalla propaganda.

 

«[Terzani riporta le dichiarazione dei gestori di alcune aziende cinesi:] “These 2 factories are the best [as for] the production and the attitudes of the workers” […] “they try to combine the benefits of the state, the collective and the individuals using the [new] economic way to control the production”»

(Fondazione Cini, TT, Taccuini, 13/09/1980)

 

Terzani che idee aveva?

Ecco un buon esercizio per studenti, loro professori e loro genitori. Probabilmente, qualcuno ipotizzerebbe che fosse “un comunista”. Eppure, egli non si dichiarò mai tale né prese la tessera del partito.

Anzi, Terzani tendenzialmente non si trovava d’accordo con gli esponenti di quell’ideologia. Proprio per questo, ammirava Mao Zedong e la Repubblica Popolare: la Cina in quel periodo rappresentava un modello alternativo rispetto all’ortodossia comunista dettata dall’Unione Sovietica. L’apprezzamento di Terzani per la Cina comunista di Mao si interruppe con le sue esperienze in Oriente, prima quella asiatica e poi quella cinese. Egli finì per cambiare radicalmente opinione sulla Cina maoista.

Tale dinamica si ripeté con Deng Xiaoping. Dapprincipio, quest’ultimo sembrò a Terzani il coraggioso promotore di un’audace trasformazione: un Paese socialista si apriva all’economia di mercato, capitalista, occidentale. Era la prima volta nella storia. Per molti versi, è rimasta l’unica. Più tardi, Terzani cambiò idea anche su di lui.

A mutare le sue opinioni fu proprio la permanenza del giornalista italiano nella Repubblica Popolare. Da una parte, egli capì che l’era di Mao aveva occultato grandi contraddizioni, forti costrizioni sociali, esperimenti sconsiderati e storie familiari non sempre positive. Quello che era sembrato un socialismo dal volto umano si rivelava poco attento proprio alle persone.

Dall’altra parte, la Cina di Deng stava introducendo grandi trasformazioni nella società senza porsi il problema delle conseguenze, accettando il modello economico dell’Occidente. Quest’ultimo prometteva grandi “arricchimenti” e, tuttavia, si sapeva che esso aveva storicamente comportato anche grandi disparità sociali.

 

«Mao aveva una visione di come la Nuova Cina avrebbe dovuto essere. Deng non ne ha alcuna e molte delle sue riforme sono esperimenti fatti per risolvere ora questo ora quel problema, ma senza l’intenzione di accettarne tutte le conseguenze. Deng vede per esempio la necessità di importare tecnologia occidentale, ma non intende importare l’ideologia che l’ha prodotta. Per questo dà la sua approvazione alla campagna contro “l’inquinamento spirituale”»

(TT, La porta proibita, 1984)

 

Un controsenso?

Potrebbe essere. Fermiamoci però a pensare come le nostre categorie mentali rimangono sempre le stesse quando guardiamo al passato. Cercando di capire il tempo che fugge via, noi proiettiamo i nostri schemi mentali su eventi lontani decine d’anni. Non è raro sentire parlare di “borghesi” nella Roma antica, tanto per dire.

Terzani era sicuramente sensibile ai problemi del suo tempo: nonostante la pace e la scomparsa dei regimi nazifascisti, il mondo era ancora diviso e lacerato da problemi e disuguaglianze. Della Cina, il giovane Terzani lesse soltanto nei libri.

Ai tempi circolavano moltissimi reportage della Cina in quel periodo: i più noti erano firmati da giornalisti e intellettuali come Edgar Snow, Israel Epstein e Rewi Alley.

La Repubblica Popolare si proponeva come un esperimento sociale che superava non soltanto il socialismo reale russo ma anche il capitalismo, prospero ma iniquo. Di questo mondo, il giovane Terzani sembrava apprezzare non tanto l’ideologia quanto il tentativo di cercare una strada alternativa.

Per conoscere e “toccare con mano”, egli studiò la lingua cinese e si documentò sulla storia di quel Paese nonché sull’attualità. Una scelta di vita, precisa e faticosa. I nostri studenti e – perché no? – i nostri professori sarebbero capaci di fare altrettanto, di affrontare una sfida tanto lunga nel tempo e impegnativa?