Racconto di un viaggio cileno

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11 giugno 2018

Cinque voli interni e 9570 km, 850 km di pullman, 1000 km di macchina, 365 km a piedi e una cinquantina in bicicletta. E tanti libri, ad accompagnare i 22 giorni di viaggio dall’altra parte del mondo: in Cile.

Bologna – Madrid – Santiago del Cile

È lungo il viaggio da Bologna verso l’America Latina. Ed ancora più lungo è il viaggio per arrivare in Cile, l’ultimo dei Paesi del Sud.

Dopo quattordici ore di volo da Madrid, finalmente stiamo per atterrare nella capitale cilena. E finalmente lasciamo i “non-luoghi” che ci hanno accolti per un giorno intero, ma che in tre settimane di viaggio impareremo a trasformare in luoghi reali: gli aerei e gli aeroporti.

A Santiago del Cile fa caldissimo e non siamo abituati ad avere l’inverno in estate.

Guardiamo la città avvolta nella confusione dal finestrino di un taxi abusivo: baraccapoli, prima di lamiera e poi di legno, con i cavalli nel prato vicino; casette di legno; palazzoni.

Man mano che ci si avvicina al centro il paesaggio cambia completamente, mentre seguiamo il fiume, un flusso potente di acqua rossastra, dello stesso colore della terra di Santiago. Nel taxi, un crocefisso con il volto di Papa Ratzinger ci benedice mentre arriviamo nel centro della città: un misto di palazzi vecchi e nuovi che mette confusione.

Atterriamo in Cile pochi giorni dopo la vittoria elettorale del miliardario a capo della coalizione di destra, Sebastián Piñera.

La piazza della Moneda, il palazzo presidenziale distrutto l’11 settembre del 1973 dal colpo di Stato di Pinochet, è controllata dai carabineros, mentre, di fronte, una bandiera del Cile grandissima sovrasta tutto.

I segni della campagna elettorale sono ancora sui muri: “Il Cile può e vuole di più” si legge su uno striscione, a fianco del simbolo della falce e il martello.

Ed è strano pensare ancora a quell’11 settembre – che dal 2001 a molti ricorda solo l’attentato delle Torri gemelle.

È strano pensare ai cambiamenti storici e ai flussi che portano a determinate scelte.

All’ingresso del Museo della Memoria di Santiago si legge una frase di Michelle Bachelet Jeria, presidente cilena dal 2006 al 2010 e poi di nuovo dal 2014: “No podemos cambiar nuestro pasado. Sòlo nos queda aprender de lo vivido. Esta es nuestra responsabilidad y nuestro desafìo”.

Questa è la nostra responsabilità e la nostra sfida. E, arrivando dall’altra parte del mondo, cercare di capirlo è forse ancora più difficile.

Per fortuna il Cile è stato il Paese di tanti scrittori, poeti, intellettuali. Come Pablo Neruda, che nel ‘69 lascia il posto a Salvador Allende come candidato alle elezioni presidenziali cilene.

Così Neruda scrive tre giorni dopo l’assassinio di Allende: “Qui in Cile si stava costruendo, fra immense difficoltà, una società veramente giusta, elevata sulla base della nostra sovranità, del nostro orgoglio nazionale, dell’eroismo dei migliori abitanti del Cile. Dal nostro lato, dal lato della rivoluzione cilena, stavano la costituzione e la legge, la democrazia e la speranza. Dall’altro lato non mancava nulla. C’erano arlecchini e pulcinella, pagliacci a mucchi, terroristi con pistola e con catene, frati falsi e militari degradati. Gli uni e gli altri giravano nel carosello della disperazione”.

E viene da pensare a come la scrittura, la poesia, la narrativa siano meraviglia quando diventano anche strumenti politici. In Neruda, così come in tanti altri.

Come Luis Sepúlveda, che, in “Storie Ribelli”, scrive: “Non sono incline a perdermi nei vecchi dubbi che tormentarono e fecero riflettere gli antichi filosofi, né ad avvertirne altri se non quelli necessari ad avanzare sull’unica strada che sento possibile, la strada della scrittura, la barricata a cui sono arrivato quando tutte erano state ormai spazzate via, quando già pensavo che non ci fosse più posto per la resistenza. Da Guimarães Rosa ho imparato che “raccontare è resistere” e su questa barricata della scrittura resisto agli assalti della mediocrità planetaria, la mostruosa proposta unica di esistenza e cultura che incombe sull’umanità. […] Scrivo perché amo la mia lingua e in lei riconosco l’unica patria possibile, perché il suo territorio non conosce limiti e il suo palpito è un continuo atto di resistenza”.

Storie ribelli, storie militanti, scritte da chi ha dovuto prendere l’aereo dell’esilio, dopo due arresti e sette mesi di carcere, tra minacce e torture. Come tanti altri sono coloro che sono dovuti scappare, che sono riusciti a scappare, durante il periodo buio del Cile, quello della dittatura di Pinochet.

Tutto scorre veloce, a Santiago, in mezzo alla folla di gente che cammina per la capitale, in mezzo ai tantissimi venditori ambulanti – ragazzi giovanissimi o anziani – che urlano per le strade cercando di vendere qualcosa per riuscire a sopravvivere.

Come il vecchio e il nuovo, anche il ricco e il povero si mischiano per le vie di Santiago del Cile: enormi contraddizioni che è difficile comprendere quando giriamo per la città, nei giorni di scalo tra un aereo e un altro.

Sembra vuota, dall’alto, la Patagonia. Piove e fa freddo quando arriviamo. La pioggia gelida annebbia i pensieri e quella malinconia buona ti pervade, portata dal vento freddo.

Ma poi la Patagonia cilena si mostra in tutta la sua bellezza. Bellezza dei colori che non ti aspetti, del freddo estivo di montagna che fa sentire vivi dopo ore di aereo e pullman.

Bellezza dei paesaggi che cambiano, meraviglia del vento che fa capire che c’è altro, che alcune cose possono aspettare.

Bellezza delle barche e delle montagne accanto, del verde che travolge anche se piove.

Da Punta Arenas, sullo Stretto di Magellano, ci spostiamo subito in pullman più a nord, a Puerto Natales, un paesino di pescatori e di case di lamiera, non ancora abituata al turismo della Patagonia.

Puerto Natales è sul Fiordo Ùltima Esperanza, chiamato così perché fu attraversato nel 1557 dal navigatore Juan Ladrillero mentre cercava una rotta per arrivare allo Stretto di Magellano.

Le nuvole corrono veloci, insieme al vento che porta pioggia e poi sole, e al pensiero di essere verso la fine del mondo: siamo vicini al Polo Sud e si vede e si sente. Il sole scende verso le 11 di sera e torna intorno alle 4 e mezza del mattino.

Di Puerto Natales scrive Bruce Chatwin ne “In Patagonia”, e la descrive così: “La città di Puerto Natales era ancora illuminata dal sole, ma nuvole violacee si addensavano sul lato lontano del Last Hope Sound.

Sui tetti delle case, rossi dalla ruggine, fischiava il vento. Nei giardini crescevano sorbi selvatici e il fuoco rosso delle loro bacche faceva sembrare nere le foglie. Quasi tutti i giardini erano invasi dall’acetosa e dai grappoli di fiori bianchi del cerfoglio selvatico. Gocce d’acqua schioccavano sul marciapiede”.

Anche nel Parco Nacionales Torres del Paine, nel mezzo della Patagonia cilena, il sole scende tardi. Siamo senza campo, solo nebbia e vento e verde attorno.

Per entrare bisogna pagare e c’è un “ranger park” che dà istruzioni da rispettare. E dopo c’è il nulla. Nulla di fianco a hotel di lusso, e rifugi. L’iperconnessione a cui siamo abituati si sente: quando non abbiamo più campo sembra che possa succedere qualcosa da un momento all’altro e noi non lo possiamo sapere.

Ma, finalmente, ci si accorge del fuoco del camino, dei colori del sole che cala, nel nulla della Patagonia.

Anche la mattina della Vigilia di Natale ci svegliamo così. Fuori il vento va a 91 chilometri all’ora, si fa fatica a camminare. Mi torna alla mente Trieste: chissà se anche la bora faceva così, quando mio nonno si metteva i mattoni nello zaino per non volare via mentre andava a scuola.

Per tornare a Punta Arenas percorriamo in pullman la Ruta del fin del mundo, una strada lunga e vuota con ai lati un paesaggio che cambia pian piano: i guanaco cileni e gli struzzi, laghi e torrenti con sullo sfondo le montagne della Patagonia. E poi paesini colorati, fatti di case e baracche, bandiere del Cile, che crescono più si è vicini al confine con l’Argentina.

E, alle periferie, case povere con cavalli e carcasse di vecchie macchine americane.

Il vento della Patagonia non ci lascia, ma diventa “vento buono”, di mare, che piega gli alberi tutti rivolti nella stessa direzione.

Lo Stretto di Magellano è davvero la fine del mondo. E quando è limpido, come all’alba del 25 dicembre, si vede la Terra del Fuoco.

Regione di Los Lagos

Un aereo ci riporta più a nord, poco sopra la Patagonia settentrionale. Non c’è più l’aria pulita dal vento, ma ad accoglierci c’è una pioggia fitta, e un’aria di malinconia che avvolge la periferia di Puerto Montt.

Per fortuna basta poco per far diventare i posti “casa”, o, almeno in Cile, lo è. Perché anche nei posti più sperduti o in quelli che non ti eri immaginato così, c’è un’aria familiare, da qualche parte.

A Puerto Montt l’abbiamo trovata nel mercato del porto, dove si mangia a fianco ai leoni marini spiaggiati a pochi metri e dove ad aprire ogni pasto c’è il pisco, il liquore tipico cileno.

Puerto Montt è una città piena di traffico e di confusione, punto di snodo per tutti i giri nella Regione dei Laghi e punto di partenza della Carretera Austral, la strada che porta fino alla Patagonia argentina, in un modo o nell’altro.

A parte i primi chilometri e qualche centinaia di metri in mezzo, la strada fatta costruire da Augusto Pinochet è tutta sterrato, buche e acqua che scende a torrenti.

Per percorrerla tutta bisogna prendere tre traghetti e avere tanta pazienza. Noi abbiamo fatto solo i primi 100 chilometri, fino a Hornopirén, un paese nel nulla in riva all’Oceano, protetto da un golfo.

E, in mezzo, è pieno di piccolissimi agglomerati di case, baracche e pecore. Nel nulla. Collegate da una strada che è già tanto definire così.

Ma, al ritorno, un signore che avrà avuto settant’anni, ha risposto a ogni dubbio sul perché vivere là. Ci ha chiesto un passaggio per qualche decina di chilometri e ci siamo provati a capire in uno spagnolo stentato.
“Vives aquì?”, gli ho chiesto.

Sì, vive là, nel nulla, da quarantuno anni, quando da Puerto Varas, un paese molto turistico poco lontano da Puerto Montt, è andato a “trabajar” nella costruzione della Carretera Austral. E poi si è comprato un appezzamento di terra, gli animali, si è costruito una casa e si è trasferito là.

“Com’è vivere qua?”. “Aquì tengo todo!”, ha risposto. Andava a vendere corde in un paesino di pescatori poco più avanti. Sorrideva gentile e profumava di sapone.

Ma tanti altri sono i posti da raggiungere da Puerto Montt. Come Chiloè.

Sepùlveda in “Patagonia Express” chiama l’Isla Grande de Chiloè “l’anticamera della Patagonia”. Qua il cielo non è mai azzurro e pulito come in Patagonia, il tempo cambia molto in fretta, ma le nuvole corrono alla stessa velocità. Così dal sole si passa rapidamente a una pioggia fitta, di mare. O, meglio, di Oceano.

E, come il tempo, anche i paesaggi cambiano in fretta. Dal finestrino della macchina le immagini corrono veloci su strade mai lineari, piene di buche.
Chiese di legno e cimiteri spesso sui lati della Panamericana, la strada che muore a Chiloé.

E poi ci sono fiori gialli, tantissimi; scogliere e piccolissimi porti sul mare; piccole baie e villaggi di pescatori, come Quetalmahue, l’unico paese dove fanno ancora il vero Curanto, un piatto di pesce e carne.

E i paesoni, come Castro, il capoluogo famoso per le palafitte sul mare ai due ingressi della città: case su insenature ormai tagliate fuori, spesso in secca.

Piove sempre, nella Regione dei Laghi. La finestra della casa dove dormiamo dà sul porto, si sente la pioggia fitta e le luci della costa illuminano il buio che anche qua arriva tardi, non prima delle dieci di sera. Dicembre e gennaio sono uno dei periodi meno piovosi dell’anno, e piove almeno qualche ora ogni giorno.

Il vino tinto, Sepùlveda, Chatwin e Bolaño ci tengono compagnia, accanto a una stufa a gas che probabilmente da noi sarebbe vietata da parecchi anni.

I cani randagi non si fanno scoraggiare dalla pioggia e abbaiano all’aperto anche con questo tempo. Sono tantissimi, in Cile: stanno ai bordi delle strade e aspettano una macchina contro cui saltare e abbaiare (ce l’hanno in particolare con i pick-up).

Ed è nera la terra nella Regione dei Laghi, una terra ricca di vulcani, molti dei quali ancora in attività.

Siamo in Sudamerica e i paesaggi che si vedono dai parchi naturali, come il parco “Vicente Perez Rosales”, lo dimostrano: foresta pluviale, cascate immense, pioggia costante, vulcani innevati molto più alti delle montagne della Patagonia meridionale.

È nera la terra, spesso su strade sterrate, mai asfaltate, come quella che, dopo le Cascate del Pehoué, costeggia un immenso lago per arrivare a un paese di pescatori che solo ora sta cercando di sfruttare il turismo, con giri in barca lungo il lago, anche se la pioggia non smette di scendere quasi mai.

Il Deserto di Atacama

Atterriamo su una pista in mezzo al deserto e quando l’aereo tocca terra non si sente quasi: siamo in mezzo alla zona più arida del mondo, e c’è tutto lo spazio per atterrare.

Nell’aeroporto di Calama la radio trasmette Sultans of swing dei Dire Straits, e si sente già la calma che avvolge questi posti.

San Pedro de Atacama è un’oasi al confine con la Bolivia. C’è calma e c’è silenzio. E tanta sabbia, finissima, che entra negli occhi e si appiccica addosso.
Ci si abitua pian piano.

Ma il silenzio più forte è nella Valle della Luna. Ci andiamo in bici, all’alba, partendo quando è ancora freddo, con pochi gradi sopra lo zero.

Quando ci fermiamo a riposare il silenzio è surreale. Un po’ come quando nevica e per un po’ la città si ferma e i rumori sono attutiti dal bianco. Ma qua è sempre così: c’è silenzio, e cielo azzurro, e non piove quasi mai. Quando piove il deserto fiorisce, per qualche ora.

La Valle della Luna è stata chiamata così perché sembra la superficie lunare, con il suolo su cui si sono depositati sale e minerali bianchi.

Dall’alto della Duna grande sembra di essere in un altro mondo. E invece siamo in Cile, appena sotto il Tropico del Capricorno.

Nel nulla, ancora una volta. E, ancora una volta, in mezzo alla meraviglia di luoghi che non ti aspetti, tra fenicotteri, lagune salate sotto a vulcani, canyon.

Siamo in mezzo al Deserto di Atacama, con il sole caldissimo di giorno e una marea di stelle di notte: la luce più forte è quella della luna piena.

C’è di nuovo Sepúlveda a fare compagnia: “Nei paesi caldi bisogna saper aspettare, non permettere mai che il tempo si trasformi in un peso”.

Ed è forse l’aspetto più bello che lascia il Cile: la calma dei posti in cui c’è tempo per guardare, per perdersi per strade e per pensieri.

Essere nel nulla: nel vento di Puerto Natales, nella pioggia di Puerto Montt, nel vento e nella sabbia del Deserto di Atacama. Ed è il silenzio la cosa meravigliosa che rende ogni posto cileno casa, insieme a tutti gli occhi gentili che abbiamo incontrato.