Etiopia, come li aiutammo a casa loro

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11 settembre 2018

Viaggio nelle profondità dell’Amazegna Washa, la “grotta dei ribelli”, una delle pagine più oscure della storia coloniale italiana

Il plateau etiope regala paesaggi mozzafiato. Immensi altipiani che arrivano a 3mila metri di altezza sono incisi da profondi canyon formati da maestosi faraglioni di roccia basaltica.
Poca vegetazione, vasti campi e pascoli. Qua e là, in fondo a una gola o nel mezzo di una pianura, piccoli villaggi con abitazioni di pietra e paglia.

Sferzati dal vento, contadini arano terre sterminate utilizzando ancora aratri di legno, donne amara coperte da candidi sciamma preparano balle di fieno, e i bambini spronano docili asini carichi di legna. Un paesaggio bucolico che sembra appartenere a un’altra epoca.

Nel nord della regione dello Scioa, a circa 150 chilometri dalla capitale etiope Addis Abeba, esiste una zona denominata Caia Zeret o GajaZeret-Lalomedir. Poco distante dal centro abitato di Zemerò, un piccolo agglomerato di tucul chiamato Kampo, si affaccia su un dirupo alto circa 180 metri. Da un lato del villaggio, nel punto meno ripido, scende un sentiero che costeggia il canyon.

Improvvisamente, a metà d’una parete a strapiombo che chiude un vallone, si apre un gigantesco antro basaltico con un’imboccatura alta quattro o cinque metri e larga oltre ottanta.

Una ferita orizzontale sull’enorme muro di roccia. Una bocca oscura e profonda. È l’Amazegna Washa, la “grotta dei ribelli”, una delle pagine più oscure della storia italiana. Una macchia indelebile rimasta offuscata e inghiottita dalle tenebre perché il tempo ne ha oramai eroso le prove.

 

 

All’imboccatura c’è un piccolo muro a secco simile a una trincea. Poi inizia l’antro che si biforca in due diverse gallerie su differenti livelli le quali a loro volta si ramificano tanto da rendere difficile valutarne la profondità. Lasciata l’ampia entrata, l’umidità aumenta e i soffitti si abbassano notevolmente. A tratti si deve procedere in ginocchio, mentre l’oscurità avvolge ogni cosa ed è necessario utilizzare delle torce.

Al livello più basso della galleria di destra si incontra un laghetto di un centinaio di metri cubi d’acqua che si forma per stillicidio. Si procede zigzagando tra rocce, pipistrelli e insetti. Poco dopo si comincia a notare qualcosa di insolito. Pietre annerite da quella che pare fuliggine e strani massi con fori apparentemente artificiali.

Grosse ceste per il trasporto dei cereali, stracci e vecchie vesti dimenticate, appaiono all’improvviso. Profondi buchi circolari nel terreno somigliano ad antichi forni o forse cisterne per la conservazione degli alimenti. Alcuni bossoli sono sparsi sul terreno e infine, ossa umane.

Di colpo l’ambiente diviene spettrale. Le torce illuminano scheletri sparsi ovunque tra pietre e pagliericcio secco. Raggi di luce attraversano vertebre, mandibole e teschi. Diversi resti sembrano appartenere a bambini. Su alcuni è presente ancora la pelle, conservata grazie al clima della grotta. Si contano tra i 18 e i 20 corpi, ma è difficile esserne certi.

Nel 1939 la Guerra di Etiopia si era ufficialmente conclusa da tre anni, ma la conquista fascista si rivela una vittoria di Pirro. La resistenza etiope si diffonde a macchia d’olio e mette a dura prova gli occupanti che esercitano un reale controllo per lo più nei centri urbani.

Il ministro delle Colonie Alessandro Lessona era riuscito a far rimuovere dall’incarico di viceré Rodolfo Graziani, conosciuto per i suoi metodi brutali (la strage di Addis Abeba e il massacro di Debra Libanos nel 1937 per fare qualche esempio) e al suo posto era stato nominato Amedeo duca d’Aosta.

Quest’ultimo aveva cominciato a combinare azioni militari e negoziazioni politiche con i partigiani etiopi. Nonostante l’evoluzione del carattere politico dell’occupazione, quello militare applica lo stesso modus operandi.

Al comando delle forze armate fasciste dell’Africa Orientale c’era il generale Ugo Cavallero, un uomo dalle scarse capacità militari e gestionali, ma certamente più affine al “metodo Graziani” che al nuovo corso. Fu lui a lanciare e dirigere dall’alto un’imponente offensiva militare tra il febbraio e l’aprile del 1939 proprio nel Nord Scioa, denominata “Operazione di grande pulizia”.

 

 

La regione dello Scioa era di grande importanza strategica per gli italiani. Da lì passavano le principali vie di comunicazione che collegavano Addis Abeba al nord della colonia ma allo stesso tempo quella stessa regione era anche la roccaforte della resistenza etiope supportata dalla popolazione: gli arbegnuoc, guidati dall’astuto Abebe Aregai, che aveva la sua base nei pressi di Ancober, l’antica capitale dello Scioa.

Gli arbegnuoc portavano avanti azioni di guerriglia. Assaltavano intere colonne, si impadronivano del bottino e fuggivano fra i monti e le foreste. Per le truppe fasciste era impossibile seguirli e combattere su quel territorio. Quelle che all’inizio sembravano azioni di brigantaggio divennero gradualmente un gravissimo problema per “l’Impero”, che non poteva più tollerare la situazione e quindi aprì un nuovo fronte di guerra.

Fu questo a far scattare una vasta operazione militare in cui venne utilizzata artiglieria, aviazione e un ingente numero di truppe formate per lo più da ascari eritrei con a capo ufficiali italiani.  L’offensiva più distruttiva partì tra il 14 marzo e 12 aprile del 1939 nelle zone attorno a Debra Berhan. L’alto comando delle forze armate di Roma ordinò di schiacciare definitivamente ogni forma di ribellione e Mussolini in persona scrisse ai comandanti responsabili: “Che nessuna tregua sia data ai fuggiaschi”.

Si arriva così ai primi giorni di aprile. Gli arbegnouc di Aregai sono quasi accerchiati dalle truppe del colonnello Orlando Lorenzini, comandante del settore nord orientale dello Scioa, nella zona di Caia Zeret.

Mentre le maglie fasciste si stringono inesorabili, il leader partigiano riesce a sfuggire assieme ai suoi armati, ma una colonna più vulnerabile guidata da uno dei luogotenenti di Aregai, Teshome Shancut e Shen Kut, viene individuata da un ricognitore della Regia Aeronautica Italiana mentre si dirige verso quello che Shancut considera il posto più sicuro per mettere in salvo la sua gente: l’Amazegna Washa.

Il gruppo è formato da qualche centinaio di guerriglieri e un gran numero di feriti, anziani, donne e bambini. Si tratta in pratica della salmeria dei ribelli che, oltre a rifornirsi sul territorio, erano soliti portare con sé i loro famigliari. Il colonnello Lorenzini ordina quindi al tenente colonnello Gennaro Sora, a capo del XX battaglione eritreo, di accerchiare e distruggere Teshome Shancut e le sue truppe.

Intorno al 3 aprile inizia l’assedio alla grotta. Gli arbegnuoc oppongono una strenua resistenza che inizialmente ha successo. Le truppe italiane si trovano in difficoltà perché le ripide pareti ai lati della caverna sono esposte al fuoco nemico. Gli ascari usano mitragliatrici, artiglieria, granate e proiettili lacrimogeni, ma non riescono a snidare i partigiani, che nella grotta hanno costruito un luogo sicuro, avendo a disposizione acqua, bestiame e riserve di cibo. Un gruppo di arbegnuoc tenta disperatamente di rompere l’assedio, ma viene respinto dagli artiglieri del battaglione di Sora.

La situazione è in stallo nonostante  l’arrivo dei lanciafiamme. Dopo quasi sette giorni di assedio il comando decide di chiamare il plotone chimico dal porto di Massawa in Eritrea. Gli uomini, dei granatieri di Savoia, tra cui il tenente Freda e il maggiore Alessandro Boaglio, giungono a Kampo con un centinaio di proiettili di artiglieria carichi di arsina e una bomba aeronautica C500T contenente circa 212 chilogrammi di iprite.

L’arsina è un gas infiammabile altamente tossico, incolore e inodore che di rado viene utilizzato come arma chimica perché difficile da manipolare, mentre l’iprite (o gas mostarda) è un’arma chimica ben nota durante la Grande Guerra e già utilizzata in più di un’occasione dalle truppe italiane.

Il 9 aprile il plotone chimico travasa l’iprite della C500T all’interno di 12 bidoncini collegati a dei detonatori elettrici. Dopo essere stati fatti calare di fronte all’entrata della grotta, vengono fatti oscillare ed esplodere. Il gas tossico inizia a invadere la porzione più esterna della caverna che viene colpita nuovamente con gas lacrimogeni. Gli effetti sono devastanti. Inizia l’inferno di Amazegna Washa.

 

 

Il contatto iniziale con l’iprite è indolore, ma penetra nella pelle in profondità passando anche attraverso i vestiti impermeabili e causa il blocco proliferativo dei tessuti cutanei. Dopo qualche ora la pelle si gonfia in enormi vesciche che poi si trasformano in piaghe che espongono all’aria la carne viva. Il gas poi provoca gravi emorragie interne, oltre ad attaccare l’apparato respiratorio e a causare cecità. Il dolore è inesprimibile.

Con appena 0,15 mg d’iprite per litro d’aria questo gas è letale in circa dieci minuti, mentre con esposizioni minori l’azione è lenta e si muore anche dopo una giornata dopo atroci sofferenze.

Molti degli arbegnuoc che si trovano vicino all’entrata della grotta soccombono velocemente, mentre la maggior parte di coloro che si trovano all’interno subiranno gli effetti dell’esposizione successivamente. Fra urla di dolore e fughe disperate nella nebbia del gas, Teshome Shancut tenta una fuga a sorpresa assieme 15 dei suoi che contro ogni previsione riesce.

Il resto delle persone rimaste dentro la grotta, capitanate da un vice di Shancut, Gelamt Esu Balew, resiste ancora un giorno. Ma l’iprite ha un’altra caratteristica: resta in sospensione a lungo, inquina il terreno e anche l’acqua. Come infatti avviene a Caia Zeret.

Con l’acqua del lago contaminata, i rifugiati nella grotta sono allo stremo delle forze. L’11 aprile, ricominciano a piovere raffiche di mitragliatrici, lanciafiamme, granate e proiettili lacrimogeni dal faraglione in cui erano appostati gli italiani. A quel punto i partigiani si arrendono e, attraversando la zona contaminata, iniziano ad uscire accompagnati da donne e bambini.

Gli uomini, circa 800, vennero immediatamente fucilati a gruppi di cinquanta sull’orlo del burrone, come da ordine supremo del duce, mentre donne e bambini furono trattenuti per breve tempo nei pressi dell’accampamento militare italiano e poi liberati. Là dove oggi sorge il già citato Kampo (da “campo militare”).

“Appena mi fu possibile tornai alla nostra tenda; a poche centinaia di metri da questa era stato sistemato una specie di campo di concentramento limitato da una corda tesa a paletti infissi in terra e guardato da ascari col compito di sparare a chiunque avesse tentato di superarla; in questo tragico quadrato erano ammassate le donne e i bimbi. Mi avvicinai incuriosito ma la pietà soffocò subito ogni altro sentimento. Un gruppo di donne (…). I volti sconvolti dal dolore e dalla fame, gli occhi arrossati e gonfi. (…) Molte con paurose ferite malamente fasciate da lerci stracci induriti dal sangue raggrumato. Dal gruppo emanava un acre odore di sudore e di rancido; mi avvicinai di più, improvviso si levò alta un’invocazione di pietà seguita subito dopo da un coro di lamenti e di pianti e allora notai su quei poveri corpi lo scempio che l’iprite vi stava menando: grosse vesciche sulle gambe, sui piedi, sulle braccia, sul collo: sinistre e paurose bolle gonfie di veleno le une, flaccide e gocciolanti morte le altre; piccoli, teneri corpicini di bimbi ignari orrendamente piagati, mamme con la disperazione negl’occhi per l’impotenza a frenare l’incalzare del male sull’indifese carni dei loro figli”.

Questo è uno stralcio del racconto che Ababa Shankut, fratello di Teshome Shancut, fece al famoso accademico inglese Richard Pankhurst nel dopoguerra, in cui raccontava di quando con il fratello tornò a vedere cosa era accaduto.

È questa la ricostruzione più plausibile di ciò che avvenne in quei giorni che macchiarono per sempre la storia italiana. Un massacro ignobile in cui venne violato ogni punto della Convenzione di Ginevra utilizzando armi chimiche illegali su donne e bambini e fucilando uomini che si erano arresi.

A quasi 80 anni di distanza la reale portata delle vittime di questo sterminio è avvolta in una nube di mistero. Difficile dire se gli italiani sapessero che all’interno della grotta c’erano anche donne, vecchi e bambini. Verosimilmente i morti dentro e fuori la caverna potrebbero aggirarsi tra gli 800 e i 1500, mentre sul fatto che gli alti ranghi fossero a conoscenza non sembrano esserci dubbi.

Questa strage è riemersa solo nel 2006 grazie agli studi del giovane ricercatore dell’Università di Torino e allievo dello storico Angelo Del Boca, Matteo Dominioni, che durante le sue ricerche si è imbattuto per caso in una serie di documenti dimenticati all’interno dell’ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito.

In quel faldone ha trovato un telegramma del 14 aprile 1939 che riportava: “Si prevede che fetore cadaveri et carogne impediscano portare a termine esplorazione caverna che in questo sarà ostruita facendo brillare mine. Accertati finora 800 cadaveri, uccisi altri sei ribelli. Risparmiate altre 12 donne et 9 bambini. Rinvenuti 16 fucili, munizioni et varie armi bianche”.

Era il colonnello Lorenzini che si rivolgeva al generale Cavallero. Il ricercatore si incuriosisce. Nella cartella c’è anche un manoscritto anonimo in cui si descrive l’avvistamento delle salmerie, il plotone chimico e la fucilazione di 800 persone. Ulteriori ricerche portano ad altre conferme nelle memorie del maggiore Boaglio in cui si descrive l’utilizzo del gas. Poi parte per l’Etiopia in cerca della grotta assieme al ricercatore Yonathan Sahle, che qualche anno dopo tornerà per mapparla.

 

 

Dominioni pubblica la sua ricerca e poi scrive il libro Lo sfascio dell’impero nel 2008, portando alla luce i dettagli di un’altra vergognosa vicenda italiana dei tempi coloniali. Un evento andato ad aggiungersi agli altri casi emersi dopo che nel 1996 il governo Dini desecretò i documenti dell’epoca.

Non sono mancate le critiche che hanno impedito la dovuta divulgazione della scoperta. Oltre ai politici “nostalgici” come l’ex presidente della Camera, Gianfranco Fini, che nel 2010 definì “fesserie” le scoperte di Dominioni in un comizio di Alleanza Nazionale, ci sono anche quelle di chi vede intaccata la memoria delle forze armate.

Il plotone chimico che ha agito a Caia Zeret apparteneva alla 65ª Divisione fanteria “Granatieri di Savoia”, considerata tra le più nobili del nostro esercito. L’ufficiale degli alpini a capo del XX battaglione eritreo, Gennaro Sora, non era un militare qualunque, ma “l’Eroe del Polo” che combatté nel primo e secondo conflitto mondiale e nel mezzo partecipò a una spedizione nel Polo Nord. A Foresto Sparso, paesino natale dell’alpino in provincia di Bergamo, il suo nome è leggenda.

In una piccola capanna di Kampo vive una dei pochissimi testimoni di ciò che avvenne in quei giorni del 39. Tekabe Kershe ha 98 anni, è cieca e molto debole. La figlia Eifimesh Tegname parla per lei.

Era incinta molto giovane e ha vissuto per almeno 15 giorni rifugiandosi nella caverna. Mio padre Femtik Tegname era un patriota e combatté nella grotta. Qualche giorno prima dello scontro mia madre partorì, così mio padre la inviò nella zona della chiesa copta che si trovava vicino al Wenchitriver. Per questo si salvò”. Posa una mano sulla spalla della madre e poi prosegue, “mio padre era valoroso e per questo tutti ci rispettano ancora adesso. Riuscì a fuggire prima che gli italiani fucilassero gli uomini che in gran parte sono stati anche legati assieme e buttati giù dalla rupe.

Questo è uno dei tanti elementi in più che emergono nelle diverse versioni riportate da testimonianze etiopi dirette e indirette. Resoconti e interpretazioni oramai difficili da accertare.

Su una cosa tutti gli etiopi sembrano però essere concordi. Le vittime sarebbero state almeno 5000 dentro e fuori l’Amazegna Washa. “Anche se sono vecchio e dimentico molte cose. Quello che però vidi in quei luoghi non potrò mai dimenticarlo”, afferma Shewantasew Yimraw seduto su una sedia all’esterno del circpolo dei patrioti etiopi di Addis Abeba, un altro degli ormai rari testimoni diretti dei fatti. È vestito in alta uniforme e mette bene in mostra le medaglie delle battaglie combattute durante il regime del Derg. “Ero un bambino e mio padre mi portava sempre con lui. Anche quando andò a vedere cosa era accaduto nella grotta. Morirono moltissime persone. Così iniziammo a recuperare i corpi per seppellirli”.

Infatti il motivo per il quale oggi non si trovano numerose ossa come ci si aspetterebbe sarebbe da ricondurre al fatto che in Etiopia, come in tutto il continente africano, è inconcepibile che i resti di un defunto non vengano seppelliti. In molte ricostruzioni si afferma che la maggior parte delle spoglie siano stati portati via e alcuni seppelliti nella vicina chiesa copta di Saint George.

Oltre a questo, molti cadaveri si trovavano fuori dalla grotta e dunque esposti agli animali e a una dissoluzione più rapida.

Né è convinto anche Daniel Jote Mesfin, Presidente dell’associazione dei patrioti etiopi dichiara: “Non vanno considerate le poche ossa di oggi per valutare. Morirono a migliaia. Non dimentichiamoci che sono passati 80 anni. Le famiglie sono andate a raccogliere i loro cari che sono morti per liberare il paese – spiega seduto sulla poltrona del suo ufficio ad Addis Abeba –. Fu lo stesso Shancut a ordinarlo”.

 

 

C’è però anche chi da una versione decisamente ridotta della strage di Caia Zeret. Lo scrittore Dewit Kidane Afework, autore di diversi libri sulla storia etiope tra cui Netzaneneth (Libertà) in uscita a novembre, Sole nero e I racconti dell’Entoto, ritiene che senza un’adeguata documentazione dei fatti sia azzardato affermare che in quelle grotte ci fossero 5000 persone.

“Stando alle carte a disposizione non avranno superato qualche centinaio. Possiamo affermare con certezza che sia stato usato il gas, che siano stati uccisi uomini che si erano arresi e che all’interno ci fossero anche donne e bambini, ma sui numeri mi sento di dissentire. Quelle grotte non possono accogliere così tanta gente, non cerchiamo sempre scoop superficialmente. E poi, se è andata veramente così, perché questo fatto, tanto dibattuto dagli Italiani, venne da noi dimenticato o quasi nascosto?”.

I motivi possono essere trovati nella storia. Quando l’Imperatore Hailé Selassié tornò al potere nel 1941, non c’era molto interesse a raccogliere informazioni sull’occupazione. Il sovrano era fuggito nel Regno Unito nel 1936 e molti lo criticavano ancora per questo. Per ragioni politiche, sia il re che parte dell’élite fuggita all’estero con lui evitava di scavare nelle tragedie degli anni dell’occupazione fascista. Anche durante gli anni del regime comunista del derg, fare ricerche del genere non fu certo prioritario.

“Contemporaneamente c’è il ruolo di noi inglesi”, aggiunge lo storico Ian Campbell, uno dei massimi esperti del periodo e autore del libro The Addis Ababa Massacre Italy’s National Shame del 2017, nella sua villa stracolma di oggetti di antiquariato etiopi in un quartiere periferico di Addis.

Il governo di Londra in quel momento faceva da garante per quello etiope. Anche loro non avevano interesse a rendere pubblici i crimini di guerra commessi dagli italiani. Prima di tutto perché ne avevano riconosciuto l’occupazione nel 36 e poi perché ora l’Italia faceva parte degli alleati. Quindi era una questione di immagine. Non era conveniente parlare di quello che avevano fatto. Campbell ne fa anche una questione di memoria fra generazioni. “La memoria è qualcosa di complesso. C’è quella di chi ha visto e quella di chi ha solo ascoltato. Se si salta la generazione di chi ha visto per i motivi suddetti si perde già una fetta del racconto. 20 o 30 anni fa c’era ancora qualcuno che ricordava… ma ora giochiamo con le probabilità”.

Nella cultura etiope, come del resto in Africa, non è usuale tramandare la storia per iscritto. Si racconta di padre in figlio o tramite canzoni. “Da qui nasce la tendenza all’esagerazione. Gli etiopi del dopoguerra avevano la tendenza ad aumentare i numeri per ingigantire tragedie e vittorie. Una pressione psicologica legata all’orgoglio”, continua lo studioso inglese.

Dall’altro lato non si possono nemmeno considerare attendibili i contenuti dei documenti ufficiali dei fascisti. “I resoconti non erano sempre professionali. Gli ufficiali spesso sovrastimavano o sottostimavano a seconda della convenienza. Si doveva far vedere che ‘l’impero” era sotto controllo”. Le beffe subite da Abebe Aregai avrebbero esposto i comandi italiani al ridicolo. Dunque “cifre, stime, informazioni sull’occupazione italiana coprono sempre un ampio ventaglio e la verità, anche nel caso della strage di Caia Zeret, è probabilmente nel mezzo” per ciò che riguarda numeri e particolari ormai inverificabili.

Sono stati dei diavoli – afferma il vecchio Shewantasew Yimraw, mentre si alza per allontanarsi sorreggendosi su un vecchio bastone. Mette in ordine le decine di medaglie appese al petto, poi si volta – I fascisti ci hanno fatto del male. Ma solo loro…non il popolo italiano. Ditelo ai giovani del vostro paese. Non siate come loro!”.