Il Triangolo del Corallo

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15 ottobre 2018

Taytay, Filippine: le sfide della più grande zona corallina del mondo

Scende la notte su Taytay, piccola città costiera dell’isola di Palawan, nella zona occidentale delle Filippine.  Ramil Bohol torna a casa dopo una giornata di lavoro in mare aperto. Oggi, ancora una volta, la pesca è stata scarsa: appena due chili di cernie.

“Quando sono arrivato qui per lavorare, negli anni Ottanta, il mare era pieno di pesci, tornavo a casa con 20, 25 chili di pescato ogni giorno”, ricorda. Le cose hanno preso un’altra piega nei dieci anni successivi: le grandi navi mercantili si sono moltiplicate in quest’area del mare di Sulu, praticando una pesca a dir poco abusiva.

La popolazione ittica è diminuita a causa delle tante aggressioni al suo habitat naturale, la barriera corallina, dove i pesci non solo si riproducono, ma si rifugiano per proteggersi dai loro predatori.

Da una parte, il riscaldamento climatico globale ha accelerato lo sbiancamento dei coralli, un fenomeno, che, se prolungato nel tempo, conduce alla morte inevitabile del corallo stesso. Dall’altra, negli anni Novanta, le tecniche di pesca nociva si sono intensificate.

La pesca al cianuro, un metodo impiegato per pescare soprattutto le specie destinate agli acquari, ha degli effetti gravissimi: ogni pesce catturato con il cianuro provoca la distruzione di un metro quadro di corallo. Nel caso della pesca con la dinamite, le esplosioni formano dei crateri di due o tre metri di diametro.

Oltre al pericolo ecologico, una situazione del genere ha conseguenze economiche importanti per questo villaggio di 75mila abitanti. Al contrario di El Nido, località situata più a nord, che vive principalmente di turismo grazie alle sue spiagge paradisiache, la sopravvivenza di circa il 70% della popolazione di Taytay dipende ancora dalla pesca.

E inoltre Taytay non è un caso isolato. Altre località si ritrovano nelle stesse condizioni nel cosiddetto Triangolo del Corallo, una regione di 6 milioni di chilometri quadrati, che comprende le Filippine, l’Indonesia, le isole Salomone, una parte della Malesia, il Timor Est e la Papuasia-Nuova-Guinea.

Quest’area, meno conosciuta rispetto alla più celebre grande barriera corallina australiana, è ancora più importante dal punto di vista ambientale, poiché accoglie il 75% delle specie di corallo esistenti al mondo, più di 2.200 specie di pesci e sei delle sette specie di tartarughe marine, numeri che giustificano l’appellativo di “Amazzonia dei mari”.

I sei paesi coinvolti, uniti nell’iniziativa del Triangolo del Corallo (CTI, Coral Triangle Initiative), hanno decido di affrontare insieme queste sfide: innanzitutto proteggere le loro preziose risorse marine, ma soprattutto garantire la sicurezza e il fabbisogno alimentare della popolazione e incrementare il reddito dei 120 milioni di abitanti delle zone costiere della regione.

“Abbiamo bisogno di metterci d’accordo. Se ogni paese agisce per conto suo, è impossibile muoversi in maniera efficace”, spiega Widi A. Pratikto, che è stato il primo direttore del CTI.

Un’evidenza che salta agli occhi, soprattutto quando si analizzano, ad esempio, gli itinerari dei pesci, che non si curano delle frontiere geografiche tra un paese e l’altro.

“Accade la stessa cosa per le tartarughe marine”, continua, “il lavoro di protezione su una specie marittima sarà inutile se, nelle aree limitrofe, si continuerà a catturarla”.

All’interno di questa organizzazione, il lavoro d’insieme dei sei paesi ha preso la forma di una cooperazione triangolare, una sorta di cooperazione ibrida, a metà strada tra la cooperazione Sud-Sud e quella Nord-Sud.

Alcuni paesi industrializzati, come gli Stati Uniti e l’Australia, istituzioni internazionali come la Banca asiatica di sviluppo e varie ONG ambientali collaborano già con questa iniziativa. Sulla base d’un piano d’azione regionale concepito insieme, ogni paese elabora le sue strategie.

Tra gli strumenti principali per agire, c’è la creazione di aree marine protette, stabilite dopo aver identificato le zone preferenziali di riproduzione per i pesci.

A Taytay, la collaborazione tra il WWF e il governo locale ha portato alla creazione del Parco Marino della barriera corallina di Tecas, un’area che conta più di 165 ettari, nella quale la pesca è completamente vietata.

“Lo sbiancamento del corallo non è necessariamente un fenomeno irreversibile”, spiega Mavic Matillano, project manager per il WWF Filippine. Dopo un episodio di sbiancamento, sulla superficie del corallo si sviluppano le alghe, ma i pesci, che di queste alghe si nutrono, contribuiscono alla guarigione del corallo stesso. Per semplificare, più pesci ci sono, minori sono i rischi che questa situazione diventi definitiva.

L’entrata in vigore delle zone di divieto di pesca è un processo difficile. Le autorità si scontrano spesso con il rifiuto dei pescatori, che non accettano che la loro fonte di reddito sia ridotta. Nella provincia di Palawan, si producono ogni anno circa 150mila tonnellate di pesce.

Una pattuglia, situata in un isolotto minuscolo a poche miglia dalla costa, sorveglia la zona 24 ore su 24. Ma Matillano crede soprattutto nell’efficacia della sensibilizzazione: “Spieghiamo loro che queste zone di divieto sono come dei conti di risparmio per il futuro”.

A suo avviso, le lezioni del passato hanno permesso di aggiustare il tiro. “L’errore più grande è stato quello di pensare alle zone protette esclusivamente come aree dove garantire la biodiversità e non come strumento per ripopolare la fauna ittica e aumentare le entrate dei pescatori”, riconosce.

Allo scopo di ottenere il consenso presso la popolazione locale, sono stati istituiti vari programmi per formare i pescatori a tecniche di pesca meno distruttive o proporre loro nuove fonti di reddito, come la coltura delle alghe o l’allevamento dei pesci.

L’iniziativa del Triangolo del Corallo ha come obiettivo quello di salvaguardare circa il 20% dello spazio marittimo e delle zone costiere dei paesi membri entro il 2020.

Lo sforzo maggiore consiste nel coordinamento di queste aree marine protette, per poter ottimizzare i costi e aumentare l’efficacia del provvedimento.

Per Mavic Matillano, la cooperazione internazionale ha facilitato l’introduzione di queste misure di protezione presso la popolazione e le autorità locali. “Grazie al Triangolo del Corallo, è stata acquisita una maggiore consapevolezza sulla posta in gioco. Gli abitanti sentono finalmente di fare parte di qualcosa di più grande”, conclude, “di conseguenza, il loro impegno per preservare la regione è più forte”.

foto di Hannah Reyes Morales

traduzione dal francese a cura di Valeria Nicoletti

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dell’European Journalism Centre (EJC) all’interno del programma Innovation in Development Reporting Grant Programme