L’inferno a due passi dal cielo

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31 ottobre 2018

Perú: le allucinanti condizioni di vita e di lavoro dei cercatori d’oro nella città mineraria più alta del mondo

La città più alta del mondo si chiama “La Rinconada”. Si trova a 5.100 metri di altitudine, nella provincia di Puno, la regione a sud est del Perù conosciuta per il lago Titikaka. Qui, resistendo al freddo implacabile, alla mancanza di ossigeno dovuta al’altitudine e all’assenza praticamente assoluta di qualsiasi servizio essenziale vivono, o meglio sopravvivono, oltre 70mila persone che perseguono il sogno dell’oro.

Si, perché a La Rinconada, adagiata sul ghiacciaio “Ananea”, nelle cui falde si trova una tra le più importanti miniere d’oro del sud America,  puoi decidere di andarci a vivere solo per la speranza di cambiare la tua vita grazie all’oro.

Il ghiacciaio all’interno del quale si trova la miniera é di proprietà dello Stato peruviano, che lo ha dato in concessione all’impresa Ananea, una società anonima nazionale. La concessionaria subaffitta lo sfruttamento della miniera a circa 300 contrattisti i quali, a loro volta, sub contrattano il lavoro ai minatori, principalmente ex contadini delle regioni andine del Perù, oltre 30mila persone che entrano nei tunnel a scavare la montagna alla ricerca affannosa dell’oro.

La relazione di lavoro tra i subcontrattisti e i minatori, accettata e riconosciuta dallo Stato peruviano, ha dell’incredibile.  Gli operai  lavorano con il sistema c.d. del cachorreo che prevede 27 giorni di lavoro realizzato in forma gratuita in favore del contrattista e tre a beneficio personale del minatore.

Durante i tre giorni in cui é autorizzato a lavorare “in proprio” il minatore può mantenere per se tutto l’oro che trova. Se però, operando per conto proprio non trovasse nulla, i 27 giorni precedenti avrebbe lavorato gratis. É un azzardo e un meccanismo che definirlo crudele sarebbe poco. Ma é l’unico sistema possibile per lavorare legalmente a La Rinconada.

Quando operano a favore del contrattista, i lavoratori possono contare con attrezzature di estrazione adeguate. Quando lo fanno per conto proprio, a livello individuale o associato, il lavoro é realizzato per lo più con metodi artigianali, perché non contano con mezzi di tipo industriale che rimangono di proprietà del contrattista.

Una volta estratto il materiale dai tunnel scavati nella montagna, i minatori portano le pietre al “molino” dove vengono triturate per poi iniziare il processo di estrazione dell’oro utilizzando acqua e mercurio.

Il mercurio aderisce all’oro formando un amalgama che rende più facile la separazione dalla roccia. La miscela viene riscaldata fino a 2mila gradi, senza alcuna protezione, filtrando e facendo evaporare il mercurio finché rimane il materiale prezioso, che il minatore andrà a vendere in uno dei numerosi “compro oro” che si trovano a La Rinconada.

Purtroppo il mercurio, necessario per il processo di estrazione dell´oro, é un materiale molto pericoloso per la salute.

Oltre ad essere respirato durante la lavorazione, una volta evaporato ricade nell’ambiente e si diffonde, sui tetti, all’interno delle case, nella neve che viene sciolta ed utilizzata come acqua dagli abitanti. Il mercurio provoca danni neurologici spesso irreversibili soprattutto al cervello, ma anche le reni, l’apparato digestivo e i polmoni soffrono conseguenze che possono essere fatali. 

Le terribili condizioni di vita che caratterizzano La Rinconada non sono sofferte solo da minatori uomini. Se é vero infatti che le donne non possono lavorare all’interno della montagna, perché esiste la credenza che la miniera, per gelosia, le punirebbe se entrassero, a La Rinconada sono migliaia le donne che lavorano all’esterno dei tunnel, chine sul terreno rovistando e raccogliendo le pietre scartate dalla lavorazione principale.

Si tratta delle c.d. Pallaqueras che, con l’unico ausilio di un martello, controllano pietra per pietra se rimangono tracce d’oro per poi estrarre il materiale in maniera artigianale. In questa operazione vengono occupati spesso anche bambini e adolescenti, che soffrono ancor più dei loro genitori le nefaste condizioni di vita esistenti a La Rinconada.

Anche sommando il lavoro delle mogli e dei figli, per le famiglie di minatori il sogno di arricchirsi con l’oro rimane una chimera. La grandissima maggioranza guadagna a malapena quanto é necessario per sopravvivere, mediamente non più di 300-350 Euro al mese. Solo pochi, anzi pochissimi, riescono a trovare il filone che permette loro di raggiungere un reale benessere.

A fronte della mancanza quasi totale di servizi essenziali, a La Rinconada abbondano invece le taverne, discoteche e postriboli dove i minatori vanno a cercare di dimenticare l’inferno che li circonda.

La maggioranza dei locali sono in realtà dei prosti bar costruiti con materiale precario, all’interno dei quali si riscontrano livelli inaccettabili di sfruttamento delle donne. Secondo dati evidenziati dalla polizia peruviana a La Rinconada funzionerebbero almeno 400 “locali di diversione” dove lavorerebbero oltre 2800 ragazze, una parte delle quali minorenni.

In molti casi le giovani donne, provenienti da diverse regioni del Perú, sono portate alla zona mineraria con l’inganno dopo essere state reclutate con la promessa di ottimi stipendi per lavorare in ristoranti o negozi.

Le ragazze accettano queste proposte per ignoranza e mancanza di alternative esistenti nelle località di origine. Quando però arrivano a La Rinconada si confrontano con una realtà terribile, vorrebbero andarsene, ma vengono trattenute con la forza o la minaccia. Trovandosi a centinaia di chilometri da casa, senza soldi e nessuno che le possa aiutare, molte cadono vittime delle più bieche e brutali forme di sfruttamento e violazione dei diritti fondamentali, ridotte con frequenza a forme di vera e propria schiavitù.

Le giovani donne dei prostibar di La Rinconada svolgono due principali attività che hanno definizioni emblematiche: la ficha e il pase.

Nel primo caso la ragazza ha il compito di accompagnare il cliente nel consumo di alcolici, quasi sempre birra che in questi locali costa anche più che nei migliori bar di Lima. Per ogni bottiglia consumata l’accompagnatrice riceve una percentuale.  Nel caso del pase, la ragazza deve invece accettare una vera a propria relazione sessuale generalmente prestata nel retro dei locali, in cambio di una percentuale di quanto corrisposto al padrone.

Purtroppo, anche in considerazione della facilità dei guadagni che possono ottenere a fronte dell’assoluta mancanza di alternative di lavoro e di aspirazione ad una vita dignitosa nelle località di origine, in alcuni casi esiste una progressiva “accettazione” di questo tipo di vita da parte delle ragazze.

Si crea in questo modo un circolo vizioso di degrado e offesa alla dignità delle donne davvero terribile. Tutto ciò avviene in un contesto di sostanziale assenza dello Stato peruviano. L’unica autorità visibile sono infatti gli appena 48 poliziotti del commissariato locale, divisi in turni e senza specializzazione in reati di violazione dei diritti umani e tratta di persone, che devono controllare una città di oltre 70mila abitanti. La Rincondada appare un luogo abbandonato dallo Stato. Ma anche da Dio. Davvero sembra l’ inferno a due passi dal cielo.