In un lontano vicino tra le montagne dei Balcani

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26 luglio 2018

Un viaggio di due mesi nell’autunno 2017 tra vecchi e nuovi montanari del pezzo di Europa che ci è più vicino, ma che ci ostiniamo a considerare lontano

Per un italiano, non c’è bisogno di una carta geografica per scoprire i Balcani. Sono quella massa anonima che accompagna il nostro paese come un’ombra tagliata a metà, grigia, eppure ostinatamente presente al fianco di ogni previsione del tempo, di ogni carta, fisica o politica, appesa nelle aule scolastiche.

Riteniamo spesso di conoscerli, i Balcani, per le coste croate. Anche metropoli in pieno fermento come Sofia e Belgrado, collegate da comodi voli economici, ci diventano sempre più familiari.

Quanto all’entroterra però, di solito ci spingiamo al massimo fino al vecchio ponte di Mostar per una fotografia prima di tornare alla spiaggia; per il resto, ne sappiamo soltanto per musica e film riadattati per i nostri gusti, carichi di esotismo e di eccessi.

Eppure sono soprattutto le montagne a rappresentare la nostra prossimità con il sudest europeo. Il mare Adriatico è un esile parallelogramma, delimitato da catene montuose simili e vicine.

La linea dell’Appennino scorre parallela alle catene balcaniche; le Alpi orientali, piegando a sudest, si trasformano gradualmente in un labirinto di cime aspre, valloni riarsi, grotte, foreste, rocce che sorgono da in mezzo al mare e diventano isole, fiumi che serpeggiano e quasi subito voltano le spalle al Mediterraneo.

Le Alpi Dinariche, il Pindo, il Rila, i Rodopi, e ancora a est, altre montagne, fino al Mar Nero. Tutte questi rilievi venivano un tempo raccontati come un’unica, mitica, linea di demarcazione.

Aemus, la Catena mundi che separava il bacino mediterraneo dalle steppe del nord e dell’est. Un errore grossolano, nato da fonti imprecise: i monti dell’Aemus sono in realtà soltanto una dorsale, non troppo alta, che taglia in due a malapena la Bulgaria.

Negli ultimi due secoli, comunque, queste montagne hanno gradualmente iniziato a indicare l’intera regione, con il nome che le diedero i turchi: Balkan. Un termine che evoca un’altra demarcazione, forzata e grossolana, come le confuse notizie che l’hanno generata: quella tra oriente e occidente, come se non si trattasse del cuore dell’Europa.

Eppure il nome è opportuno. Per i popoli turchi balkan significava semplicemente montagna, o passaggio stretto tra zone impervie. E questa è la più impervia tra le penisole d’Europa, e sono suoi, per antonomasia, le montagne e i montanari del Mediterraneo.

La montagna racconta oggi un altro contrasto, una frontiera più vivida e lacerante anche se non si può disegnare su una carta geografica: quello tra centro e periferia.

Tra la velocità della città globale e il mondo lento, testardo, talvolta chiuso in se stesso, delle contrade sperdute.

E le montagne sono le periferie più riconoscibili. Si vedono e si immaginano da lontano, e oppongono, per la loro stessa conformazione, una resistenza ostinata. Non sono in grado di sostenere i ritmi della produzione dei nostri tempi e il consumismo le ha messe in crisi.

In poche zone fortunate uno sviluppo turistico tumultuoso ha donato un’insperata ricchezza, al costo altissimo di trasformarsi in qualcosa di irriconoscibile; per molte altre, l’unico destino è stato lo spopolamento di intere regioni, una perdita inestimabile di saperi, memorie, modi di vita.

Nei Balcani il contrasto tra le città e la montagna è pervasivo ed estremo. In parecchi hanno visto dietro alle guerre fratricide degli anni ‘90 l’invidia dei montanari arretrati per la ricchezza e l’apertura delle città, camuffata da conflitto interetnico.

Anche se quelle erano città non ancora globali: tolleranti e cosmopolite, ma anche radicate nel territorio. Erano città di montagna, anche loro, perché le montagne sono per eccellenza i luoghi che separano ma anche uniscono genti diverse.

Certo, l’arretratezza economica e l’incompatibilità di certi valori con quelli della società contemporanea mettono in crisi, sia noi che quelli che ci appartengono, e che di solito vivono questa frattura anche dentro di sé.

Tra le montagne dell’Albania, avevo letto nelle pagine di scrittori come Ismail Kadare ed Edith Durham, sopravvive un mondo arcaico, quasi mitico.

Ospitalità leggendaria degna dei tempi di Omero, tradizioni orali sopravvissute miracolosamente fino ai nostri giorni, ma anche violenza – come le faide di sangue, che regolano con rigore implacabile la vita di interi villaggi, in barba alle leggi dello stato.

Profonda conoscenza dei ritmi della natura, ma anche patriarcato immobile, matrimoni combinati, e quel fenomeno strambo, eccezionale, in cui una donna si può trasformare simbolicamente in uomo, prendendone il nome e il ruolo: la Vergine Giurata, come il libro e il film che hanno reso note queste regioni dalle nostre parti.

Ma fermarsi al fascino dell’esotico, credere che ci troviamo di fronte a modi di vivere primitivi e separati dal nostro, sarebbe una sciocchezza.

Ancora più superficialmente, i turisti che da qualche anno percorrono i sentieri del Bjeshkat e Nemuna, i monti maledetti, si godono gli ultimi villaggi d’Europa non collegati da strade, felicemente ignari del mondo in rapidissima trasformazione, su cui fanno trekking, ma che sfiorano appena.

Dire montagna evoca anche ribelli, eretici, partigiani: la montagna è sempre stata un covo di resistenti, rifugio per i solitari e le minoranze.

Se oggi, grazie a Dio, non si spara più, è ancora il luogo dove attivisti, organizzazioni e singoli cittadini, spinti dalle necessità o dalle loro passioni, cercano di progettare un mondo che riparta dalla periferia; o almeno ritagliarsi un angolo in cui praticare una logica diversa da quella del potere nazionalista e corrotto che arriva dalla pianura.

E’ quello che cercavo incontrando i membri di un’associazione del Kosovo, che coltiva un’idea per questo paese più inclusiva di quella che ha preso piede dopo il sanguinoso conflitto, e lo fa anche attraverso la difesa dell’ambiente.

La Bulgaria, cuore geografico dei Balcani, è invece il paese di elezione di molti “nuovi montanari”, venuti da Sofia o da tutto il mondo: una rete di fattorie e villaggi ecologici, forse un po’ troppo new age, ma vitali, ha rioccupato decine di contrade destinate all’abbandono.

In un’altra zona, sotto montagne selvagge che sfiorano i tremila metri, attivisti ambientalisti– biologi, pittori, semplici volontari che non hanno mai temuto il potere, nemmeno sotto il regime filosovietico – stanno cercando con grande fatica di realizzare i loro progetti rianimando un villaggio, da decenni bersaglio delle istituzioni perché ribelle, e infine abbandonato.

La montagna evoca anche, da sempre, qualcosa di sacro: e anche su questo, nel Vecchio mondo, sono i Balcani a fornire l’esempio.

Forse l’Olimpo appartiene adesso soltanto all’immaginario scolastico. Ma gli eremi del Monte Athos, come la miriade di monasteri abbarbicati sulle giogaie della Macedonia, sono fatti reali, geograficamente vicini ma anche straordinariamente distanti.

O i pellegrinaggi che i sufi bektashi, la corrente dell’islam allo stesso tempo mistica e permissiva, compiono in montagne sacre come il Tomor, spesso insieme ai cristiani.

Con tutte queste idee in testa, e tante altre, mi sono imbarcato sul traghetto che da Bari porta a Durazzo.

All’orizzonte le cime albanesi prendevano forma nella foschia dell’alba, mentre sul ponte i passeggeri accendevano una sigaretta dopo l’altra, impazienti. Prima ancora che i marinai terminassero le manovre d’attracco, le prime automobili sfilarono sul ponte mobile appena calato, cariche di bagagli.

Tra loro, un carro funebre pieno di fiori. Era la diaspora degli emigrati che ritornava periodicamente, e in quel caso per sempre.

Al porto mi aspettava un amico, la prima delle molte persone che mi avrebbero accompagnato. Non sono un antropologo né uno storico: ammesso che esista davvero uno specialista in grado di discettare da esperto sui segreti dei Balcani, non sono io.

 

 

La mia idea era quindi lasciar parlare, più che me, le persone che ho incontrato. Alcuni li avevo contattati in precedenza: attivisti, organizzazioni non governative, studenti e studiosi.

Ma presto si sarebbero aggiunti gli incontri imprevisti: uomini e donne qualunque, pastori, contadini, disoccupati, studentesse, monaci, automobilisti che mi avrebbero dato un passaggio.

Con questa idea ho scritto alcuni reportage, sicuramente parziali e dettati dal caso, ma proprio per questo anche irripetibili. Ho trovato qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo.

Acquazzoni o nevicate impreviste, orari degli autobus fasulli, problemi di lingua e cambi di idea hanno reso tutto parecchio diverso. Molte delle cose che volevo non sono avvenute, ma ce ne sono state di nuove e altrettanto interessanti.

Se l’imprevisto non ci mette in crisi almeno una volta, che viaggio è?