Ni una menos

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10 Marzo 2019

Cronaca dalla piazza di Buenos Aires, un movimento politico di lotta e di emancipazione


foto di Serena Chiodo

 

“Oggi lavorano gli uomini. E dalle 16 alle 17 terranno i tornelli della metro aperti per fare andare tutte e tutti gratis alla manifestazione”.

Così dice una donna, sui 40 anni, lavoratrice della metro, linea A, di Buenos Aires. Sono una decina con lei, pettorina viola e Ni Una Menos scritto in bianco. Non lavorano ma presidiano il capolinea di San Pedrito.

Prima di incontrarle sui binari, la biglietteria, le scale, e i muri della fermata sono pieni di cartelli. Salendo sul vagone poi si vedono fazzoletti verdi sul collo, sulle braccia o sulle borse di tante donne. E’ il simbolo della lotta e della campagna nazionale per avere un aborto libero, gratuito, e soprattutto legale. Lo scorso anno la camera votò a favore della legge ma il senato non ebbe il coraggio.

Tra un anno, in ottobre, si vota per le presidenziali ed è difficile pensare che l’onda femminista non abbia un peso, ponendo delle tematiche. La forza dirompente dei “fazzoletti verdi” è enorme. Soprattutto visibile in città. I panuelos verdes si vendono anche nei negozi.

La campagna e la forza del movimento che venerdì 8 marzo ha invaso il centro di Buenos Aires da ogni parte, tanto che la coda della marcia è riuscita ad entrare in Avenida de Mayo solo dopo quattro ore dall’orario previsto, è la risposta diretta e determinata della donne argentine a terribili storie di violenza e sopraffazione, come quella di Lucia: 11 anni, violentata dal compagno della nonna, e così messa incinta.

E nonostante la legge e la volontà della bambina che gridava a gran voce “Toglietemi quello che il vecchio mi ha messo dentro”, le pressioni politiche e dei gruppi anti-abortisti di Tucuman, provincia conservatrice nel nord – est del Paese, hanno ritardato i tempi e alla fine, causa l’obiezione di coscienza di tutti i medici locali, fare partorire Lucia con un cesareo.

E così i muri di Buenos Aires si sono riempiti di scritte a bomboletta o manifesti con il motto “ninas, no madres”.

Pochi mesi prima per un’altra Lucia era arrivata una sentenza negazionista. Parliamo di Lucia Perez, 16enne violentata e poi brutalmente uccisa. I suoi assassini sono stati condannati per detenzione e spaccio di stupefacenti ad un minorenne, non per violenza sessuale e omicidio.

Lo scontro è palese e palpabile, il volto conservatore e machista dell’Argentina è presente in tutte le pieghe della società, vivo, e cerca di imporsi quando può, allo stesso tempo la lotta femminista è un elemento forte e capace di imporsi nelle dinamiche politiche del paese, ogni giorno dell’anno, e nelle date “comandate” mostrarsi come moltitudine.

Capace di rispondere con la dignità alla rabbia alle troppe violenze subite dalla tante “lucie” e cambiare i linguaggi inserendosi anche nelle chiacchiere da bar.

Il grido Ni Una Menos è nato nel 2015, in Argentina ed è stato raccolto in tutto il mondo, ed è diventato il cappello sotto il quale i femminismi si mostrano combattivi, decisi e costituenti…ben oltre gli 8 di marzo.

Piazza de Mayo è pienissima molto tempo prima dell’arrivo della testa del corteo. Il palco posizionato di fronte alla Casa Rosada, casa del presidente Macrì, pare piccolissimo e l’impianto di amplificazione a fatica fa sentire la voce di chi parla sopra i cori, i colpi di tamburo e le grida di chi è in piazza.

Ma quando la luce della sera copre il sole e i fari colorati accendono i diversi palazzi della piazza, viene letto il documento finale della manifestazione a tutte e tutti.

Un documento ampio. Che mostra la capacità transnazionale di analisi del movimento. Si parla del golpe venezuelano così come del rischio di intervento straniero ad Haiti e dell’imperialismo mai sopito nel continente e ovviamente di violenza di genere e della necessità di costruire un sistema altro rispetto a quello capitalista.

Una marea di fazzoletti verdi che in piazza si uniscono a quelli bianchi delle Madres de Plaza de Mayo e bambine e bambini, passando per i movimenti piquetoros nati dalla crisi del 2001 e tanti altri pezzi d’Argentina che attraverso i femminismi stanno costruendo l’opposizione sociale a Macrì e al modello neo-liberale senza farsi schiacciare nel dualismo elettorale del prossimo anno.

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Ni una menos

Il testo integrale del documento finale del movimento