The border

di

9 novembre 2018

Il governo degli Stati Uniti mantiene il più grande sistema di detenzione per immigrati al mondo

El Paso, Texas. Brian D. Van Dyke ci accoglie amichevolmente all’esterno della struttura  di detenzione per migranti Otero. Sorriso stampato sul viso e cappello texano, un vero P.R., stringe la mano a Marie, la volontaria di Annunciation House che mi sta accompagnando in questa sorta di tour di uno dei centri detentivi dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement).

Negli USA è prevista la detenzione obbligatoria o imprigionamento forzato per le persone in cerca di asilo politico, ma senza visto o documenti, immigrati illegali, individui soggetti a deportazione e comunque con visto scaduto. Questo per periodi variabili, in attesa di una definizione del loro status.

Nel 2017 il governo statunitense ha avuto in detenzione 360mila persone in un sistema tentacolare di oltre 200 prigioni per migranti in tutto il paese.

L’agenzia che gestisce il sistema di detenzione, l’ICE, subappalta la maggior parte delle strutture detentive alle prigioni della contea o alle compagnie private.

Durante la detenzione, gli immigrati sono spesso sottoposti a dure condizioni di isolamento, gli viene negato l’accesso a cure mediche adeguate, consulenze legali e contatti familiari. Dal 2003, 180 persone migranti sono morte in custodia.

Proprio Otero, questa struttura eretta in una zona remota della parte meridionale del deserto del New Mexico, nonostante Van Dyke la dipinga come un centro detentivo d’eccellenza, mentre ci fa visitare le cucine, la biblioteca, il cortile, è stata, all’inizio del 2018, al centro di un’ispezione a sorpresa dell’Ispettorato Generale del Department of Homeland Security’s Office, il cui successivo report ha messo in luce restrittive e ingiustificate misure di segregazione, diniego di comunicazione per i detenuti, ritardi nelle cure mediche di base,  mancato rispetto di standard delle offerte ricreazionali, come l’accesso all’aria aperta.

I centri di detenzione ICE sono stati costituiti per custodia non criminale, che quindi non ci si aspetta sia a carattere punitivo – scrisse a commento del report Melissa Lopez, direttrice esecutiva del Diocesan Migrant and Refugee Services di El Paso – so che si può andare avanti giorni o settimane senza mai poter vedere la luce naturale, questo è insensato”.

Sempre in questa zona del Texas, nell’altra struttura detentiva, quella con la fama peggiore, Sierra Blanca, nel marzo del 2018 le associazioni per i diritti  dei detenuti hanno segnalato che un gruppo di somali ha subito abusi dalle guardie della struttura, che è gestita da una compagnia privata in subappalto dall’ICE.

Si è trattato di abusi fisici, uso di spray al peperoncino, insulti razziali, diniego di trattamenti sanitari. Il report è frutto di una trentina di interviste condotte dal Refugee and Immigration Center for Education and Legal Service, il Texas AandM School of Law Immigrant Rights Clinic e l’Università del Texas (School of Law Immgration) di San Antonio.

Mentre gli Stati Uniti espandevano le prigioni negli anni ’80 e ’90, la detenzione degli immigrati, una volta pratica poco conosciuta, cominciò a prendere forma.

La politica dell’immigrazione iniziò ad emulare il sistema di giustizia criminale alla fine degli anni ’80 quando, durante l’apice della guerra alla droga, il Congresso modificò la legge sull’immigrazione e la naturalizzazione per richiedere  la detenzione obbligatoria di immigrati con determinate condanne penali.

Ciò significava che la loro detenzione era automatica e obbligatoria, senza un’udienza o alcuna considerazione delle loro circostanze.

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, l’immigrazione divenne un problema di sicurezza nazionale e in nessun posto questo era più chiaro che nel piano strategico dell’ICE per il 2003-2012, ove si affermava che lo scopo era quello  di “promuovere la sicurezza pubblica e la sicurezza nazionale garantendo la partenza dagli Stati Uniti di tutti i rimovibili” alieni attraverso la giusta ed efficace applicazione delle leggi sull’immigrazione della nazione.

Sotto l’amministrazione Obama, l’aumento della quota di detenzione e l’espansione del programma di espulsione hanno incanalato migliaia di immigrati in centri di detenzione. Nel 2014 si è assistito ad un’espansione ancora maggiore della detenzione quando la Casa Bianca ha risposto ad un afflusso di famiglie di rifugiati centroamericani con il risorgere della detenzione familiare.

L’amministrazione Trump ha ulteriormente  ampliato a rete di deportazione, con accordi e altre forme di intesa con le forze dell’ordine locali e l’ordinamento giudiziario penale, aumentando al tempo stesso i raid nelle comunità   ed eliminando le politiche che avevano reso non prioritarie la detenzione e la deportazione  per alcuni immigrati sotto la precedente amministrazione.

La recente, drastica espansione della detenzione obbligatoria combinata con un budget di detenzione che è andato alle stelle, ha creato un sistema di detenzione di massa esteso e inesplicabile. Di conseguenza, il  numero di persone detenute è cresciuto notevolmente. La popolazione media giornaliera di immigrati detenuti è aumentata da circa 5mila nel 1994 a 19mila nel 2001 e a oltre 39mila nel 2017.

Dopo tre decenni di espansione, il sistema di detenzione americano ora cattura e detiene ben 400mila immigrati ogni anno.

foto di George de Castro