Vamos caminando

di

23 ottobre 2018

La carovana dei migranti centroamericani che sfida la frontiere

“Tutto è iniziato con un messaggio nella televisione honduregna: un gruppo di persone avrebbe iniziato una lunga camminata verso gli Stati Uniti per fermarsi di fronte alla frontiera e chiedere asilo politico. Senza trafficanti, senza passaggi clandestini. Stare li di fronte alla frontiera per fare molto rumore. Poco a poco si sono aggiunte sempre più persone, fino ad arrivare alle tre mila persone. Il primo ostacolo era entrare in Guatemala, nonosotante la proibizione del governo. Hanno trovato molta empatia: hanno offerto loro cibo e coperte. Adesso continuano il loro cammino, sperando di trovare lo stesso atteggiamento dalle persone in Messico e negli Stati Uniti.”

Con queste parole si apre il primo reportage di Plaza Publica sulla carovana di migranti honduregni che stanno attraversando il Guatemala come prima tappa del loro lungo viaggio che ha come ultima fermata la frontiera con gli Stati Uniti.

“Ieri notte abbiamo ricevuto circa 200 persone. Oggi sono stati molti veloci ad andar via; alle dieci, questa mattina, erano già partiti tutti verso nord. In questo momento il punto focale è la frontiera di Tecún Umán” commenta il volontario della Casa del Migrante di Città del Guatemala.

Quando vado alla Casa del Migrante le persone sono già andate via. Il lavoro che si svolge durante il giorno è di raccogliere beni di primo soccorso, medicinali, cibo, ma anche molte cose per bambini da distribuire ai migranti che arriveranno questa notte e durante i prossimi giorni.

Le ultime persone che sono arrivate per lasciare una donazione hanno portato una ventina di biberon e delle medicine. Tanti, tantissimi sono infatti i bambini che sono parte della carovana migrante.

“La casa del migrante qui in città ha una capienza di circa 800 persone, ma nei giorni scorsi, quando c’è stata la grande ondata di arrivi, abbiamo chiesto aiuto alla scuola gestita dalle suore qui di fronte e altre strutture qui vicino. Sfortunatamente l’ubicazione della casa non è delle migliori: non è semplice per tutti arrivare fino a questo quartiere e non ci sono molte strutture adatte ad ospitare persone, ma anche grazie alla solidarietà delle persone guatemalteche, si è riuscito ad accogliere quante più persone possibili”.

Le persone scappano dalla violenza che c’è in Honduras e dalla mancanza di opportunità di lavoro. Le storie, come ci raccontano anche i volontari della Casa, sono tante, ma tutte hanno come minimo comune denominatore la violenza del paese centroamericano. Tutti, in una maniera o in un’altra, sperano in un futuro migliore dopo questa lunga marcia di migliaia di chilometri.

“La maggior parte di noi siamo volontari. Cerchiamo di fornire ai migranti il kit basico per poter
riprendere il viaggio; molti di loro arrivano stanchissimi per le lunghissime camminate intraprese. Qui nella casa diamo loro l’opportunità di farsi una doccia, di collegarsi a internet per comunicarsi con le loro famiglie e anche rifocillarsi. Molti sono i viveri che sono stati portati qui dalla generosità delle persone. Inoltre abbiamo dei medici volontari che visitano coloro che ne hanno bisogno e danno loro consigli su come gestire le situazioni di malessere durante la camminata.”

I volontari ci raccontano una storia già conosciuta attraverso i giornali e le poche organizzazioni di diritti umani che sono presente nella frontiera dove si sono concentrati i migranti da qualche giorno, sperando di riuscire a passare, ma sentirla da chi la vive da molto vicino mi da un’immagine ancora più cruda di quel che sta succedendo da circa dieci giorni a questa parte.

Circa 3mila persone sono ferme nella cittadina di Tecún Umán, dove solo un ponte li separa dal Messico. “Tornare indietro non è un opzione” ripetono in tanti, ma la situazione è politicamente molto complessa e difficile da risolvere.

Le cronache dalla frontiera, raccontate in un secondo reportage di Plaza Publica, parlano dei gas lacrimogeni usati contro i migranti. “Uomini e donne con i loro figli sulle spalle che gridano, disperati, di aprire loro la frontiera. Giovani che si lanciano nel fiume Suchiate per attraversarlo irregolarmente e arrivare dall’altra parte. Il ponte fra Tecún Umán e Ciudad Hidalgo è un campo di rifugiati in continuo movimento” si legge nel reportage.

Il Messico ha offerto loro di lasciarli entrare nel proprio territorio, uno ad uno con l’obbligo di registrarsi e alloggiare negli alberghi disposti per loro vicino alla frontiera. Ma la maggior parte di loro non ha fiducia in questa soluzione.

Credono che questa possa essere la strategia per poterli deportare di nuovo in Honduras in qualsiasi momento. Hanno affrontato grosse difficoltà e non hanno intenzione di lasciarsi fermare né dalla burocrazia di frontiera, né tanto meno dalle strategie politiche che potrebbero in qualche momento riportarli alla situazione di violenza da cui scappano.

Tutte le persone che hanno intrapreso questo cammino stanno portando avanti una vera e propria proposta politica che scavalca frontiere e passa per gli animi e cuori delle persone che si incontrano lungo il cammino. Sono determinati a voler passare e metteranno davanti a tutto, anche di fronte alla polizia in assetto antisommossa, l’unica arma che loro hanno: i loro stessi corpi.