Il 24 maggio è entrata in vigore in Italia una norma che modifica le regole per ottenere la cittadinanza tramite lo ius sanguinis. Il decreto-legge che introduce la riforma era stato approvato dal Consiglio dei ministri a fine marzo, suscitando non poco malcontento oltre i confini nazionali.
La decisione del Governo italiano ha fatto particolare scalpore in Brasile, dove vivono moltissimə discendenti dei circa 1,4 milioni di italianə emigratə tra fine ‘800 e inizio ‘900. Non sono mancate le proteste nelle principali città, da Rio de Janeiro a São Paulo, contro la norma che d’ora in poi permetterà di accedere al riconoscimento della cittadinanza per ius sanguinis solo a figliə e nipoti di cittadinə italianə.
Fino a questo momento, infatti, non esisteva alcun limite di parentela: per inoltrare la richiesta era sufficiente dimostrare di avere almeno un antenatə ancora in vita dopo il 17 marzo 1861, data della proclamazione del Regno d’Italia.
Alla base della stretta, ha dichiarato il ministro Tajani, l’abuso del meccanismo verificatosi negli ultimi anni. Secondo i dati del Ministero degli Affari Esteri, tra il 2014 e il 2024 il numero di italianə all’estero è aumentato del 40%, passando da 4,6 a 6,4 milioni, moltə deə quali residenti in Paesi storicamente meta dell’emigrazione italiana come l’Argentina e il Brasile. Quest’ultimo conterebbe oltre 750 mila cittadinə italianə e solo nel 2024 i nuovi riconoscimenti sono stati 20 mila, contro i 14 mila del 2023.
Passaporti in vendita
Il passaporto italiano è molto ambito: oltre a dare accesso alla cittadinanza europea, consente l’ingresso senza visto nel maggior numero di Paesi, tra cui gli Stati Uniti. Anche per questo, negli ultimi anni in Brasile sono nate numerose aziende di consulenza che supportano le persone nella ricerca dei documenti deə propriə avə presso i comuni italiani e nella burocrazia legata all’inoltro della domanda.
La nuova limitazione dello ius sanguinis, dunque, non priverà solo moltə brasilianə del sogno di un passaporto europeo, ma restringerà anche una fetta di mercato – milionario, secondo la BBC – su cui si sono affermate aziende talvolta prive di scrupoli.
I malumori sono diffusi, e mentre avvocatə, imprenditorə, giuristə e cittadinə brasilianə promettono battaglia appellandosi all’incostituzionalità della norma e a un diritto ancestrale all’italianità, da questa parte dell’oceano c’è chi si batte per rendere più giusto e accessibile l’iter per la cittadinanza per i milioni di stranierə che vivono e lavorano in Italia.
Non esistono dati certi su quantə italianə abbiano ottenuto la cittadinanza grazie allo ius sanguinis, ma secondo una ricostruzione del Sole 24 Ore solo nel 2023 sono state accolte 190 mila richieste, e “le cittadinanze italiane ottenute per ius sanguinis superano quelle acquisite da stranierə non comunitariə con tutte le altre modalità”.
Chi ha vissuto in Paesi come il Brasile sa bene quanto sia facile imbattersi in almeno unə cittadinə italianə per ius sanguinis. Ciò che colpisce è che molte di queste persone non hanno alcun legame con l’Italia: non parlano la lingua, conoscono la cultura solo attraverso stereotipi (mafia, pizza e mandolino sono più radicati di quanto si pensi), mostrano scarso interesse ad approfondire e in genere non hanno intenzione di trasferirsi.
Quando il ministro Tajani afferma che la cittadinanza è una cosa seria e che il passaporto italiano non è un prodotto on demand, da ottenere approfittando degli sconti delle agenzie di consulenza per facilitare lo shopping a Miami, è difficile dargli torto.
Cambiare la prospettiva
La Costituzione italiana sancisce che la cittadinanza implica non solo diritti ma anche doveri: difendere la Repubblica, contribuire alle spese pubbliche, rispettare la Costituzione. Si tratta quindi di una relazione tra l’individuo e lo Stato, e più in generale con la collettività deə altrə cittadinə.
Questa dimensione partecipativa è rafforzata dall’articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che afferma: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti, di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici”.
Parafrasando un celebre verso di Giorgio Gaber: cittadinanza è partecipazione. E non solo partecipazione politica, fondamentale, perché senza di essa ə cittadinə non possono decidere della propria vita e della propria comunità, ma anche sociale, attraverso reti relazionali, culturale, tramite la condivisione di valori, obiettivi e lingua, ed economica, grazie al lavoro, al pagamento delle tasse e al contributo allo sviluppo del Paese.
Letta in quest’ottica, la limitazione allo ius sanguinis assume un senso più profondo, e mette ancora più in luce le falle dell’altro percorso verso la cittadinanza: quello per stranierə residenti, tra i più tortuosi dell’Unione Europea. Richiede, tra le altre cose, dieci anni di residenza, un impiego, la conoscenza della lingua italiana almeno a livello B1, e impone a chi è natə in Italia e ha completato il ciclo scolastico di attendere la maggiore età per diventare cittadinə.
Tornare al valore costituzionale della cittadinanza come relazione fa bene a tuttə, anche a chi nasce da genitorə italianə e dà per scontato questo diritto. Interroghiamoci su cosa ci rende davvero cittadinə consapevoli.
È il sangue? Un concetto ancestrale, talvolta inquietante e certamente anacronistico? O non è forse la scelta, la partecipazione attiva alla costruzione e allo sviluppo politico, sociale, culturale ed economico della comunità? Probabilmente la domanda resterà sempre aperta. Ma è arrivato il momento di cominciare a rifletterci seriamente.