Mahmoud Abu Aisha è un accademico palestinese nato nel 1988 nella città di Albaha (Arabia Saudita), dove sua madre e suo padre lavoravano dal 1982. L’esperienza all’estero della sua famiglia si è conclusa nel 1990, con il ritorno in Palestina, e precisamente nella Striscia di Gaza. Mahmoud era ancora un bambino. È quindi vissuto quasi sempre a Gaza dove ha compiuto il suo percorso formativo. Nel 2013, ha sposato Huda, una docente scolastica di matematica; è diventato padre di Elin nel 2016, e di Adam nel 2021. Nel settembre del 2025, Mahmoud Abu Aisha è sfollato da Gaza per raggiungere l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ma non è riuscito a ottenere un visto per l’Italia anche per la sua giovane famiglia. Arrivato in Giordania, ha poi preso un volo da Amman per Milano. Attualmente, l’accademico risiede nella città metropolitana di Venezia, ma continua a lavorare come ricercatore e professore assistente di economia aziendale presso l’ormai distrutta Università al-Aqsa di Gaza. In precedenza aveva anche assunto l’incarico di coordinatore delle relazioni internazionali dello stesso Ateneo. Munito di una borsa di ricerca e docenza all’estero, sta lavorando in qualità di visiting professor presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il 26 ottobre del 2025 ha finito di scrivere il qui sotto riportato articolo autobiografico in cui racconta le proprie esperienze personali e professionali, ricordando altresì la storia di tre generazioni di numerose famiglie palestinesi sopravvissute alla Nakba (Catastrofe) del 1948, e poi vissute nella diaspora.
All’aeroporto YUL di Montreal, stavo seduto con gli occhi che mi brillavano. In quel momento pensavo alla vittoria che avevo ottenuto in Canada. Mi era venuta un’idea straordinaria durante la mia visita di ricerca all’HEC (Hautes Estudes Commercials) di Montreal. Stavo progettando di fondare, presso l’Università al-Aqsa, un laboratorio simile al tech3lab dello stesso istituto universitario di studi superiori commerciali canadese che avrebbe rivoluzionato il campo dell’esperienza utente a Gaza. Il laboratorio di Montreal utilizza tecniche biometriche per studiare l’esperienza utente quando si lavora con applicativi informatici. Sentivo che la mia passione per realizzare quel sogno stava per esplodere. Ma la cosa che in realtà esplose fu la situazione nella Striscia di Gaza, quasi tre settimane dopo il mio ritorno nel settembre del 2023. Scoppiò una guerra brutale. Distrusse quasi l’intero sistema di istruzione superiore, persino l’Università al-Aqsa, presso la quale lavoro come professore assistente di economia aziendale.
Quando ho saputo che l’esercito israeliano aveva distrutto il mio Ateneo, mi sono sentito il cuore spezzato e il mio sogno grandioso riguardo a quel laboratorio si è trasformato in un incubo. Non avrei mai immaginato, nemmeno per un istante, che una cosa del genere potesse accadere. In effetti, non sopportavo di vedere la mia università ridotta in macerie, sapendo che era stata un meraviglioso monumento alla divulgazione scientifica.

Mentre cercavo di riprendermi parzialmente dal trauma a quasi ventuno mesi dall’inizio dell’orribile guerra ancora in corso a Gaza, ho finalmente deciso che dovevo riprendere le mia attività di ricerca. Ho preso questa decisione nonostante le preoccupazioni di mia moglie per la mia vita. Lei era preoccupata poiché dovevo svolgere la ricerca fuori casa, in un luogo pubblico dove potevo trovare energia solare.
Francamente, ormai nessun posto a Gaza era più sicuro. In effetti, correvo puntualmente molti rischi perfino solo per giungere a destinazione in un luogo pubblico per scrivere la mia ricerca. Non posso dimenticare come ho battuto la morte sul tempo di pochi secondi; in quel momento, ho smesso di pedalare in bicicletta, ho guardato dietro di me e ho visto una casa appena ridotta in macerie da un attacco aereo israeliano. Credo che il destino avesse deciso di darmi un’altra possibilità di vivere.
Inoltre, ricordo ancora il sibilo dei proiettili che mi passavano accanto, mentre rivedevo la mia ricerca. Era come se la morte mi avesse sorpassato rapidamente. La situazione pericolosa che stavo affrontando mi ha costretto a interrompere l’attività di ricerca. In realtà, nessuno a Gaza è immune alla morte. Se qualcuno non è stato ucciso o ferito da operazioni militari dirette, rimane comunque la possibilità che muoia per carestia, malattie diffuse o molte altre cause.
La guerra a Gaza è una guerra eccezionale, poiché lì esiste ogni forma di sofferenza. Persino fuggire da Gaza è un’impresa quasi impossibile. A volte avrei dovuto tenere lezioni alle studentesse e agli studenti dei miei corsi. Invece, passavo tanto tempo a tagliare la legna per usarla in alternativa al gas da cucina, dato che Israele aveva impedito alla Striscia di Gaza di rifornirsi di quel combustibile per circa sei mesi.
Ero anche solito portare l’acqua sul tetto di casa, poiché da quasi due anni non c’era più corrente elettrica. Inoltre, stavo molto attento a evitare che mia figlia e mio figlio, si ammalassero, perché anche trovare una medicina semplice era un’impresa ardua.

In effetti, la vita a Gaza è diventata primitiva. Potrei scrivere all’infinito delle tante altre forme di sofferenza. Ogni padre a Gaza lotta per garantire il minimo necessario alla sua famiglia, mentre molti non riescono nemmeno a procurare una pagnotta alla propria prole, bambine e bambini che soffrono la fame.
La vita a Gaza è davvero miserabile. Ogni giorno porta con sé nuove tragedie. Evito il più possibile di guardare scene traumatiche, perché il mio cuore non riesce più a sopportarle.
Essendo stato testimone di quel che sta accadendo a Gaza, ho la certezza di dire la verità in modo responsabile. La verità è che stiamo subendo un’eclatante carneficina quotidiana, una offensiva militare che ha tramutato una porzione impressionante di ciò che si trovava sulla terraferma in cenere, macerie e cadaveri. Le persone di Gaza vedono che la maggior parte della Striscia è stata ridotta in pura distruzione.
Se non conoscete la nostra Storia, lasciate che ve lo dica: stiamo perdendo i nostri sogni e le nostre ambizioni dalla Nakba del 1948, quando le nostre nonne e i nostri nonni subirono l’esodo coatto dai loro centri urbani o villaggi palestinesi. All’inizio della diaspora, dovettero trasferirsi nei campi profughi allestiti all’estero oppure nel resto della Palestina, cioè in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La triste realtà è che i nostri territori sono occupati, e lo sono anche i nostri sogni.
In mezzo alla distruzione immensa e all’odore di sangue a Gaza, ho però scoperto l’esistenza di un eroe che mi ha subito risollevato, donandomi nuova speranza e riaccendendo in me la passione per perseguire ancora una volta le mie ambizioni. Era l’Università Ca’ Foscari.

Sì, l’Ateneo veneziano è stato l’eroe che ha lavorato instancabilmente per quasi venti mesi per tirarmi fuori dall’oscurità della guerra e portarmi nel suo campus a Venezia, dove ho trovato personale docente e tecnico-amministrativo dedicato che ha fatto del suo meglio per aiutarmi a riprendere a inseguire i miei sogni e a dimostrare che i nobili principi possono davvero superare l’oscurità della guerra.
In quanto palestinesi, quando ci mettiamo davanti allo specchio, vediamo persone con una nobile missione. Abbiamo alti livelli di istruzione e lasciamo impronte nella vostra vita quotidiana. Tra noi troverete cantanti, docenti, ingegnere e ingegneri, medici, chi svolge attività di ricerca e innovazione: una lunga lista di palestinesi che danno alla vita il suo meraviglioso significato.
Non riduceteci a numeri. Noi, anzi, trasformiamo i numeri in ciò che serve all’umanità e la eleviamo ad alti livelli di progresso. L’unica cosa che chiediamo al mondo è di darci l’opportunità di vivere senza guerra, senza occupazione e senza altre lacrime. Questa è la nostra verità, nient’altro.
Il mio messaggio al mondo è semplice: noi palestinesi siamo esattamente come voi. Adoriamo la vita. Abbiamo ambizioni. Chiediamo la pace con tutta la gente. Eppure, allo stesso tempo, a Gaza noi palestinesi andiamo a dormire ogni sera senza sapere se sarà l’ultima volta o no.
Introduzione e traduzione a cura di Patrizia Zanelli