Il 2 luglio il Congresso brasiliano si è espresso su un progetto di legge che, se approvato, modificherebbe l’attuale sistema di licenze ambientali del Paese. Il provvedimento, soprannominato PL da devastação (PL della devastazione), non è stato votato ma gli ambientalisti non possono ancora tirare un sospiro di sollievo.
«Il Congresso era troppo impegnato a ostacolare la proposta di Lula di imporre una tassa sulle operazioni finanziarie», spiega Philip Fearnside, ricercatore dell’Instituto Nacional de Pesquisas da Amazônia (INPA), «ma la proposta rimane sul piatto». Fearnside non crede che qualche mese di ritardo indebolirà il progetto di legge, o i suoi sostenitori, e ciò che si prospetta è un cambio radicale nella legislazione ambientale brasiliana, in vigore dal 1986.
Fino ad oggi per ottenere l’ok a qualsiasi progetto con impatto ambientale era necessario passare per tre fasi autorizzative: una preliminare, una in fase di creazione e una al momento della messa in funzione. Ogni fase era propedeutica alla successiva e veniva superata dimostrando di avere certi criteri stabiliti dal Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renováveis (IBAMA).
Negli anni scorsi, a onor del vero, erano già intervenute delle modifiche che avevano indebolito il processo. «Dal 2008, con la costruzione della diga sul fiume Madeira, è stata introdotta una clausola che consente alle aziende di procedere alla fase successiva anche in mancanza dei requisiti necessari. Basta promettere di provvedere ad adempierli quanto prima», spiega Fearnside. Cosa che ovviamente non succede quasi mai.
Il nuovo progetto di legge, invece, le tre fasi vuole proprio eliminarle e introdurre una classificazione dei progetti ad alto, medio e basso impatto ambientale. Per gli ultimi due non sarà necessario richiedere formalmente una licenza ma basterà presentare un’autodichiarazione. «In pratica si tratta di spuntare qualche casella su un formulario online», dice Philip Fearnside. Niente valutazione da parte dell’IBAMA, niente udienze pubbliche con la popolazione o la società civile.
Un punto che solleva domande è sulla base di quali elementi i progetti verranno assegnati a una delle tre categorie. La legge non specifica quali criteri verranno utilizzati, dice Fearnside, e l’impressione è che un’eccessiva discrezionalità lascerà troppo potere alle lobby politiche ed economiche.
Un progetto come quello della diga della miniera di ferro di Mariana, nello stato di Minas Gerais, che nel 2015 cedette uccidendo 19 persone, distruggendo oltre 200 abitazioni e causando danni ambientali incalcolabili, è stato classificato come a medio impatto.
A una classificazione che non convince si aggiunge la possibilità di licenze speciali per progetti ritenuti strategici. «È una clausola aggiunta all’ultimo minuto da Davi Alocumbre, presidente del Senato e fedelissimo di Bolsonaro», spiega Fearnside. Un ulteriore elemento che apre le porte al gioco di potere delle lobby. «Chi deciderà se un progetto è o meno strategico è un consiglio composto da capitani di industria». Un organo niente affatto indipendente.
Un discorso politico contraddittorio
Anche se da fuori il governo Lula viene percepito, e si presenta, come un difensore dell’ambiente e in particolare dell’Amazzonia, per Fearnside la situazione è più grave che durante il mandato di Bolsonaro.
Nel dibattito attorno al progetto di legge l’unica voce contraria è stata quella della ministra dell’Ambiente Marina Silva, mentre il resto del governo, Lula compreso, ha scelto il silenzio. Una scelta pragmatica, dovuta al fatto che se la legge passasse faciliterebbe i piani di altri ministeri, come quello delle Infrastrutture per il ripristino dell’autostrada BR-319 tra Manaus e Porto Velho.
«Non puoi costruire la BR-319 e dire che stai combattendo la deforestazione», afferma Fearnside. «Tutti i settori della società devono lavorare insieme. La protezione dell’Amazzonia non è un problema solo dell’IBAMA o del Ministero dell’Ambiente».
Fearnside si è a lungo occupato degli effetti della riapertura della BR-319, costruita durante il regime militare nel 1973 ma poi abbandonata e impraticabile dal 1988, e non ha dubbi nel dire che se la strada venisse ripristinata avrebbe effetti devastanti sulla regione. «Queste infrastrutture attirano molti attori diversi e difficili da tenere sotto controllo. Il risultato sono occupazioni di terre, disboscamento incontrollato, miniere illegali».
Il progetto di legge faciliterebbe anche l’apertura di nuovi pozzi petroliferi e la conversione dei pascoli della regione in coltivazioni di soia, un progetto sostenuto dal Ministero dell’agricoltura. «Questo è un problema enorme, perché non è che gli allevatori diventino agricoltori da un momento all’altro. Ciò che succederà è che venderanno le loro terre a prezzi altissimi per poi comprare altri appezzamenti da disboscare e mettere a pascolo». Quello che sembra un buon piano per sostenere l’agricoltura diventa un vero e proprio driver del disastro ambientale.
L’Amazzonia è di tutt*?
Negli ultimi giorni sui social brasiliani sono girati un’infinità di meme e post, più o meno seri, sul braccio di ferro tra Trump e Lula a proposito dei dazi e della sorte di Bolsonaro. Il messaggio in breve è: Trump non ha potere in Brasile, su ciò che è nostro decidiamo solo noi. A questa presa di posizione assolutamente condivisibile c’è però un’unica eccezione. L’Amazzonia.
Il fatto che la maggior parte della foresta rimanga dentro i confini brasiliani non dovrebbe dare al Brasile il diritto di disporne come meglio crede, dal momento che qualsiasi alterazione dell’ecosistema amazzonico avrebbe impatti devastanti (e già li sta avendo) in tutto il resto del mondo.
«L’Amazzonia si sta avvicinando al punto di non ritorno», spiega Fearnside. «Se il sistema foresta dovesse collassare verrebbero liberati abbastanza gas serra da spingere al massimo il riscaldamento globale». Gli effetti sarebbero catastrofici perché la foresta amazzonica è anche un importante regolatore delle precipitazioni da cui dipende l’approvvigionamento di acqua di intere città, come São Paulo.
Al momento, di fronte a guerre in atto o solo minacciate, militari o economiche, il mondo non sembra dedicare molta attenzione alla legislazione ambientale brasiliana. Ma con la Cop-30 ormai vicina, ospitata proprio alle porte dell’Amazzonia, forse sarebbe il momento di iniziare a preoccuparsi.