Muoio se te ne vai

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Tra gli aneddoti leggendari intorno alla figura di Ivica Osim, ce n’è uno che riguarda il contenuto di una lettera ricevuta intorno al ‘66: un ultras di FK Željezničar di Sarajevo, alla vigilia della scadenza contrattuale per la giovane punta Osim, lo informa senza mezzi termini che sarebbe certamente morto se fosse andato via, cambiando club.

Se ci rimane ignoto il destino del tifoso, quello di Osim è inciso nella Storia calcistica dello spazio ex jugoslavo e nella storia mondiale del calcio.

Figlio di ferrovieri, Ivica nasce a Sarajevo il 6 maggio 1941, sotto i bombardamenti della Wermacht e la successiva occupazione nazista della città. La sua infanzia fortunatamente prosegue in tempi di pace e sviluppo: una Jugoslavia tutta da immaginare e costruire, compresa la nuova nazionale di calcio, i Plavi (i Blu ndt.) sotto l’effigie della stella rossa.

Lo sport è il sale della vita per gli jugoslavi, lo si pratica, lo si sogna, se ne parla: il calcio e la pallacanestro si giocano il primo posto nel cuore delle persone, non di rado condividendolo. La nazionale appassiona, ma il tifo per la propria squadra locale rimane sopra ogni cosa, mobilita durante la stagione calcistica decine di migliaia di tifosi, che riempiono gli stadi di nuova costruzione.

Il ‘Fudbal’ in Jugoslavia è decisamente un affare di comunità!

Il giovane Osim ci sa fare con il pallone, e presto entra nelle file del Željezničar (il Ferroviere ndt.) indossando la maglia bianco blu, dove giocherà per diversi anni.

“Si giocava e si vinceva per una porzione di ćevapi, era questo l’ingaggio iniziale”, ricorda Osim in un’intervista; ma l’ambizione c’era tutta, insieme alla voglia di crescere e al riscatto.

Un bomber “non troppo talentuoso” dirà di sé, ma con una grande visione di gioco e di regia; dopo un decennio all’estero dove conclude la sua carriera di giocatore, torna al Željo da allenatore.

Ivica Osim, il secondo a sinistra

Siamo a cavallo degli anni 70 e 80, un’epoca di importanti fermenti politici in Jugoslavia che danno vita alla terza Costituzione nel 1974 e alla maggiore autonomia delle repubbliche federate; nel 1980 la morte del presidente Tito apre un vuoto politico e di significato che determinerà tutto il decennio.

Per la squadra sarajevese del Željezničar guidata da Osim è un periodo di notevole crescita e fiducia di poter competere alla pari di molte squadre europee:

arriverà seconda nel Campionato jugoslavo e, nella finale della Coppa ‘Maršal Tito’ del 1986, giocherà per il primo posto perdendo contro il Velež Mostar.

Nelle competizioni internazionali, nel 1985 sfiora il sogno di giocare la finale di coppa UEFA contro il Real Madrid: a 3 minuti dalla fine e con la vittoria in tasca, gli ungheresi del Videoton segnano: nonostante il 2-1, a causa della regola della differenza-reti, saranno questi ultimi ad arrivare in finale, perdendo poi contro il Real.

Per Željezničar il sogno di volare in alto si infrange definitivamente, per Osim invece la carriera decolla, ma lontano dal club natìo.

CT della Nazionale JUGOSLAVA 1986-1992

E’ il 1986 e Osim viene nominato commissario tecnico della nazionale Jugoslava. Lo sarà per 6 intensi anni fino alle volontarie dimissioni, date a distanza di un mese dall’inizio dei bombardamenti di Sarajevo.

Con Osim la nazionale jugoslava disputa il suo ultimo mondiale: Italia 90.

Lo fa con una nuova divisa, ma lo stemma sulla maglia è lo stesso: l’unione di 6 fiamme – le 6 repubbliche federate, sotto la stella rossa: la nazionale di calcio della Federazione socialista Jugoslava.

Chi è nato prima della dissoluzione del Paese, difficilmente non ricorderà la partita decisiva, i quarti di finale a Italia ‘90: viene giocata a Firenze il 30 giugno, contro l’Argentina di Maradona, i tempi regolari finiscono senza reti, si andrà ai rigori.

“Il Brasile d’Europa” come veniva chiamata la squadra jugoslava, contava su giocatori forti come Sušić, Savičević, Prosinečki, Pančev, Ivković, Hadžibegić…

Ed è proprio Faruk Hadzibegic, maglia n 5, a tirare dal dischetto il rigore decisivo, che viene parato, decretando la vittoria dell’Argentina.

I Plavi devono tornare a casa.

Capita ancora oggi di ascoltare, se si arriva a parlare di passato e di sport – e si arriva sempre -, che se Faruk avesse segnato quel rigore si sarebbe potuto scrivere una storia diversa per il Paese; visione romantica che tralascia, consapevolmente o meno, il ricordo amaro della strada già segnata dalla politica verso la tragica fine.

A casa!

In Jugoslavia la tensione serpeggia, la Slovenia prepara il referendum per l’indipendenza, che avrà luogo a fine anno, si registrano le prime mobilitazioni dell’esercito, ma anche le mobilitazioni per la pace che porteranno a grandi movimenti di piazza del 91 e 92.

Osim affronta in silenzio le aspre critiche che lo attendono al ritorno dall’Italia, la maggior parte di stampo nazional popolare e fortemente ridicole, una fra tutte quella di privilegiare i giocatori bosniaci per favoritismi di appartenenza.

Sono tempi in cui la stampa riprende e rilancia senza ritegno ogni genere di notizia con insinuazioni che vanno a nutrire risentimento e sospetti tra le comunità.

La nazionale della Jugoslavia a Italia ’90

Ma non va meglio nemmeno in campo: la partita Dinamo Zagabria – Stella Rossa Belgrado sfocia in violenza diffusa tra tifosi e tra giocatori, con repressione da parte della polizia.

Sempre allo stadio Maksimir di Zagabria si giocherà l’amichevole Jugoslavia – Olanda:

lo stadio gremito di tifosi locali fischia l’inno jugoslavo in diretta tv e per tutta la durata della partita sostiene letteralmente la nazionale ospite.

Ivica Osim a fine partita si congratula con la tifoseria, con un applauso. Il suo sguardo buca lo spazio intorno, il gesto sarcastico maschera a malapena l’effetto emotivo che ha su di lui e sui giocatori quell’imperdonabile affronto.

Il resto è storia, di una Federazione che si disgrega insieme alla sua nazionale di calcio, un pezzo alla volta, con la ferocia di una guerra che non risparmia nessuno, soprattutto i territori dove più profondi sono gli intrecci tra i diversi popoli jugoslavi, come la Bosnia Erzegovina.

Osim rimane a ricoprire la

funzione di commissario tecnico e, come atto finale di un sogno panjugoslavo, porta la sua nazionale a qualificarsi agli Europei in Svezia nel 92. Ma ormai la squalifica è ineluttabile: alla Jugoslavia si applica l’embargo sportivo, causa guerra.

Pochi giorni prima della notizia ufficiale sull’embargo, il 23 maggio 1992 a Belgrado, davanti ad una decina di giornalisti, Ivica Osim si dimette dal ruolo di ct della Jugoslavia, con queste parole:

“È una decisione mia personale, non starò a spiegare, voi sapete bene di cosa si tratta. Se non altro, ed è l’unica cosa che posso fare per la mia città, voglio ricordarvi che sono nato a Sarajevo”.

E’ anche la Sarajevo di Edin Džeko, che all’epoca dei fatti ha 6 anni, e i successivi 4, alla stregua dei suoi coetanei, li passerà sotto le bombe; un assedio che, alla fine dei conti, di vite umane nella sola capitale ne strapperà 11541, di cui 1600 vite di bambine e bambini.

L’esilio

Da quel momento è l’esilio che lo attende, destino condiviso con tanti connazionali, in fuga dalla guerra e dalla follia nazionalista.

Andrà in Grecia ad allenare il Panathinaikos, dopo aver chiuso con il club Partizan di Belgrado: “ricordo quei tempi, ero perennemente in attesa di una telefonata, mi veniva detto dove era appena avvenuto il bombardamento, chi era stato ucciso, chi ferito, non riuscivo a sopportare tutto ciò”.

Finisce la sua carriera allenando la nazionale giapponese e la squadra dell’austriaca Sturm di Graz, dove passa i suoi ultimi anni.

Dice di no per due volte alla dirigenza del Real Madrid che lo vuole con sé. “sarajevese”, in un’intervista:

“Il Real chiama, ma io cosa vado a insegnare lì, che tutti sanno già giocare a calcio? ”

Lo spiega così alla “sarajevese”

SARAJEVO andata e ritorno

La sua scomparsa all’età di 81 anni è stata commemorata con un minuto di silenzio nei diversi campi dell’ex Jugoslavia e internazionali. I giocatori dell’ultima nazionale, cercati in questi giorni ai microfoni, lo ricordano con grande stima e ammirazione.

La sindaca di Sarajevo gli dedica poche significative parole, e lo ricorda con il soprannome che lo accompagnava fin dall’infanzia:

“Grazie di essere stato dei nostri, Ivica Osim Švabo, Sarajevo non ti dimenticherà”, mentre la sua immagine viene proiettata sulla Biblioteca, simbolo della città.

Željo apre le porte dello stadio Grbavica per ricordarlo insieme alla comunità.

I funerali si svolgeranno a Sarajevo, 14 maggio.

Che ti sia lieve la terra bosniaca, mister Osim e grazie di cuore, per averci fatto sognare.

Maja Husejić

Classe '81 sono nata a Mostar vivo in Trentino. Appassionata di sport di squadra e scienza politica, mi occupo di comunicazione e social design per l'accoglienza, dopo un decennio di lavoro nella solidarietà internazionale. Nel tempo libero tiro a canestro con le/i bambin3 e sensibilizzo (rompo le p****) sullo Ius soli

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