Strage di Cutro, un tradimento istituzionale

«Un tradimento istituzionale nei riguardi delle 94 vittime del naufragio di Cutro». Così la “Rete 26 febbraio” ha definito la scelta della Regione Calabria di ritirare la richiesta di costituzione di parte civile presentata nel procedimento per i presunti ritardi soccorsi del caicco “Summer Love”. Un atto «grottesco se non fosse tragico» che oltraggia la memoria delle vittime, tra le quali si contano anche 35 minori, si legge ancora nelle dichiarazioni del coordinamento associativo costituito dopo la strage di migranti avvenuta poco a largo delle coste calabresi nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023.

Il fatto è divenuto noto lo scorso 12 maggio, giorno dell’udienza preliminare del filone procedimentale istruito a carico di sei persone, quattro della Guardia di finanza e due ufficiali della Guardia Costiera, accusate a vario titolo di falso, omissione in atto d’ufficio e strage come conseguenza di altro reato. La memoria ritorna alle convulse dinamiche di quella notte, caratterizzate da un rimbalzo di competenze tra le due autorità e Frontex, che potrebbero aver contribuito a generare un naufragio evitabile. La Regione, guidata da ottobre 2021 dal forzista Roberto Occhiuto, aveva presentato l’istanza in mattinata – insieme ad altre 113 potenziali parti civili interessate – salvo poi annunciarne il ritiro nel pomeriggio per via di un errore degli uffici. «In merito al processo sul naufragio di Cutro, la Giunta della Regione Calabria qualche giorno fa ha approvato una delibera – per costituirsi parte civile – che era stata erroneamente presentata dagli uffici come un atto conseguente ad una precedente decisione intrapresa dal nostro Ente contro gli scafisti che hanno causato il dramma di quella tragica notte». 

Se questo è il “buco” provocato dall’azione e reazione dell’Ente – che secondo la più classica delle retoriche sul tema migratorio indica fin da subito i presunti scafisti, condannati per ora solo in primo grado, come unici ed inappellabili responsabili della strage – la “pezza” apre a una serie ulteriore di considerazioni. «Da successivi approfondimenti – continua la nota – abbiamo invece appreso che questo secondo troncone del processo vede indagati esclusivamente quattro agenti della Guardia di Finanza e due militari della Capitaneria di Porto. Per tale motivo – per la grande considerazione e per il rispetto che nutriamo nei confronti di chi indossa una divisa e quotidianamente lavora per garantire la sicurezza nel nostro Paese – la Regione Calabria conferma la sua costituzione di parte civile contro gli scafisti, mentre approverà una delibera ad hoc per ritirare la richiesta depositata questa mattina nel corso dell’udienza preliminare».

Due filoni procedimentali, stessa strage, stesse vittime, ma approccio bipolare da parte dell’Ente che in entrambi i casi avrebbe potuto far valere le proprie ragioni di parte danneggiata dal reato. La logica di fondo parrebbe la medesima che anima il dibattito legislativo intorno a movimenti migratori e naufragi, figlia del più classico populismo penale, brandito in maniera sempre più frequente da parte dell’Esecutivo.

Non è un caso che dopo il naufragio del febbraio ‘23, sia stato convocato in fretta e furia un CdM straordinario in Calabria concluso con l’approvazione del Decreto “Cutro”. La normativa, definita «preoccupante» dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha introdotto tra le varie l’articolo 12-bis del Testo Unico sull’Immigrazione; un nuovo reato con pene sempre più severe per i presunti “scafisti”, che nel dibattito politico alla bisogna diventano “trafficanti”, a prescindere da quale sia effettivamente stato il loro ruolo e il loro elemento soggettivo nell’ambito della traversata e dei successivi accadimenti.

Le dinamiche odierne sembrano quindi ricalcare quello stesso approccio in base al quale Giorgia Meloni assicurava di «dare la caccia ai trafficanti lungo tutto il globo terraqueo» salvo dimenticare di far visita ai famigliari delle vittime della strage o di prendere posizione sugli omessi o ritardati soccorsi. Appare scontata, dunque, la scelta del Governo di snobbare questo filone procedimentale contro gli ufficiali di Guardia costiera e Guardia di finanza. Più imprevedibile sarebbe (stata) la presunta ingerenza nella scelta della Regione Calabria. Il dietrofront della Giunta Occhiuto – secondo la rivelazione tutta da confermare, messa nero su bianco in una nota con la quale l’Unione sindacale italiana marina (Usim) – sarebbe arrivato come conseguenza del diktat del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, «informato sull’accaduto da parte del Segretario Nazionale dell’Usim, dott. Paolo Fedele». Il sindacato, continua poi la nota, «sin dal principio, ha espresso forte preoccupazione e disappunto per un’azione che rischiava di gettare un’ombra ingiustificata sull’operato di professionisti che, in contesti spesso difficili e con risorse limitate, si dedicano alla salvaguardia della vita umana e alla tutela della legalità». La salvaguardia della vita umana e la tutela della sua dignità: valori per cui i giudici saranno chiamati, nei prossimi mesi, a giudicare la posizione e le eventuali colpe delle sei persone rinviate a giudizio in questo dibattuto procedimento.

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