Colombia, tra transizione e conflitto armato

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19 settembre 2018

Intervista ad Alberto Brunori, Rappresentante dell’Alto Commissariato dei Diritti Umani in Colombia

Alberto Brunori è attualmente Rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Colombia. Ho avuto modo di sentir parlare di lui per la prima volta poco prima di arrivare in Guatemala per lavorare come accompagnante internazionale a difensori dei diritti umani.

Brunori in quel momento ricopriva questa stessa carica in Guatemala e, a detta di molti, aveva svolto un ottimo lavoro durante i sei anni che aveva lavorato nel paese centroamericano. In Colombia è arrivato appena ad aprile, ma la profonda conoscenza dell’America Latina e dei diritti umani gli fanno avere già una visione amplia di quel che sarà il suo compito nel paese sud americano.

Ci sentiamo su Skype un pomeriggio di fine luglio, quando da poco ci sono state le elezioni in Colombia, e dove il candidato della destra uribista (ovvero appoggiato dall’ex presidente Alvaro Uribe), Iván Duque, è risultato vincitore.

Dopo la bocciatura nelle urne nel 2016 degli accordi di pace tra il governo del Nobel per la pace, Juan Manuel Santos, e le FARC, il processo di pace sembrava compromesso. Ma grazie agli sforzi sia del governo che del parlamento, tale processo è andato a buon fine, firmando l’accordo definitivo solo qualche mese fa, nonostante la forte opposizione dell’ex presidente Uribe e di coloro che lo appoggiano politicamente.

Di fronte a questo panorama, il paese ha inoltre vissuto una fortissima ondata di violenza, che ha visto l’uccisione di molti leader sociali, specialmente leader campesinos, contadini. Molte sembrano le analogie col Guatemala, paese che ventidue anni fa ha conosciuto la fine di un crudele conflitto armato interno durato 36 lunghi anni.

Ne parlo con Alberto Brunori, per cercare di capirne di più sull’attuale situazione colombiana e le prospettive per il futuro del paese colombiano, dove molte sono i difensori dei diritti umani adesso in pericolo.

 

 

Come ritiene la situazione in Colombia?
Diciamo che ci sarebbe molta aspettativa, se non fosse che l’aspettativa non è delle migliori.
Il cambiamento sarà complicato. Da un lato c’è l’idea di continuare a mantenere gli accordi di pace, però dall’altro ci sono degli annunci che si faranno alcune riforme sostanziali, soprattutto sulla transitional justice (giustizia di transizione, ndr), e c’è un po’ più di preoccupazione su come possano andare le cose. In più c’è quella che chiamano la eradicación forzosa, e probabilmente ricomincerà fumigaciòn aerea. E quello creerà sicuramente conflitti enormi.

Io ho appena cominciato a conoscere le nuove autorità dell’esecutivo e vediamo come va.

Come va il processo di pace e come sono andare le recenti elezioni presidenziali?
Il processo di pace ha creato enormi speranze, tra cui la smobilitazione delle FARC e il cessate il fuoco, che sono quegli aspetti degli accordi più immediatamente visibili. Però ovviamente gli effetti della pace tardano a farsi sentire.

La principale causa è che si era fatto un accordo per cui lo slogan era “nada acordado hasta que todo esté acordado”. Questo vuol dire quindi che finché non si è firmata la pace nella sua interezza non si è cominciato a lavorare a mettere in pratica l’agenda stessa prevista da tali accordi.

Dall’altro lato sappiamo che quando c’è un processo di smobilitazione o comunque quando c’è un gruppo armato che si ritira e quindi cessa il controllo del territorio, se lo stato non interviene con un piano integrale di investimenti di tipo sociale, quindi soprattutto in salute ed educazione, quegli spazi vengono, come è successo anche qui in Colombia, ripresi da altre forze: in alcuni casi territori recuperati dall’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale, con cui si ha ancora un tavolo aperto di negoziazione della pace, ndr) e in altri da gruppi criminali.

E quindi è successo che molte delle aeree rurali sono passate dalla paura della guerra alla paura dei gruppi criminali. Io non conosco ancora tutte le regioni perché sono arrivato da un paio di mesi, però da quello che ho capito è che ci sono delle grosse differenze a livello regionale che non permettono di parlare di un patrón, una similitudine, sugli omicidi dei difensori dei diritti umani, ma probabilmente di molti patrones regionali dove alcuni sono legati alla presenza di strutture criminali, altri sono dissidenze, altri ancora legati alla restituzione della terra o al tema delle coltivazioni illegali (in particolare di piante di coca, ndr). Parte dei territori sono stati recuperati da questi gruppi o dalla dissidenze dei guerrilleros.

Per le informazioni che ho ricevuto dal Fiscal General ci sarebbero circa 48 gruppi dissidenti o disertori; questi numeri a quanto pare non coincidono con le cifre del governo. Ma al di là del numero in sé, si può dire che c’è una grossa preoccupazione che possano continuare ad aumentare i gruppi criminali e le dissidenze.

Nella misura in cui gli accordi di pace non vadano alla velocità che la gente si aspetta, si potrebbe anche pensare che i dissidenti incrementino il loro controllo del territorio. È una situazione abbastanza complessa. Inoltre c’è una certa delusione che ha marcato il referendum dello scorso anno (quando sono stati bocciati di accordi di pace, ndr).

Adesso bisogna cercare di recuperare quello slancio degli accordi di pace attraverso, per esempio, un processo elettorale che, a parte le critiche, è stato un processo altamente partecipativo e pacifico, cosa che in passato non è stata così. Nemmeno nelle zone controllate dall’ELN vi sono stati incidenti.

 

 

Quando parli di gruppi criminali ti riferisci ai gruppi paramilitari?

Ci sono gruppi paramilitari ma anche altri. Ci sono dissidenze delle FARC, gruppi criminali tipicamente legati al crimine organizzato, alcuni nuovi, altri che potrebbero essere anche dei vecchi capi del crimine organizzato degli anni ‘90.

Stanno ricostruendo piccoli e meno piccoli gruppi di criminalità organizzata che vogliono controllare il territorio. E per poterlo controllare, una delle cose più semplici da fare è quella di uccidere i leader sociali, ovvero le voci forti a livello locale.

A proposito di questo, nel 2011 c’è stata una legge di resitituzione della terra. Pare che molte delle persone uccise nelle ultime settimane siano fra quelli che hanno lavorato per recuperare le terre. In questo si nota un parallelismo col Guatemala, con le comunità di campesinos e comunità indigene che sono state caccate dalle loro terre soprattutto durante gli anni del conflitto armato interno. La questione della terra è uno dei grandi elementi che caratterizza la difesa dei diritti umani in America Latina. Qual è la tua visione al riguardo?

Non c’è dubbio. Se prendi il libro degli accordi di pace firmato qui in Colombia e vedi al Capitolo 1 c’è immediatamente il tema dello sviluppo rurale e quindi della terra. È evidente che il tema della terra è alle origini dei conflitti dell’America Latina.

In Guatemala è accaduta la stessa cosa con l’accordo socioeconomico firmato insieme agli accordi di pace, dove il tema della terra e la struttura per la restituzione e il ritorno dei rifiugiati dal Messico aveva un ruolo centrale. Poi sappiamo che il processo non è stato sempre dei migliori, nel senso che il sistema della compravendita della terra per la via del mercato attraverso dei fondi che si erano stanzati non è stato troppo trasparente.

Comunque è vero: senza dubbio uno dei punti centrali continua ad essere il tema della terra. Qui in Colombia il tema dello sviluppo rurale e dell’economia campesina è molto presente nell’accordo. È un tema intorno al quale continuerà ad esserci un dibattito acceso.

Per esempio, anche il modello di sviluppo ha a che vedere con il tema della terra, nel senso che adesso siamo di fronte a progetti di agroindustria o megaprogetti di palma africana o di altri tipi di megaprogetti che hanno una concezione molto diversa da quella dell’economia campesina e della sicurezza alimentare.

Questo sarà uno dei grandi temi che il nuovo governo colombiano dovrà affrontare, e mi pare che in Guatemala sia ancora un tema caldo nonostante gli accordi pace siano stati firmati più di vent’anni fa.

Effettivamente molti sono i difensori qui in Guatemala che sono attaccati per difendere la terra dai megaprogetti a cui anche tu accennavi. Da molte parti si dice che gli accordi di pace colombiani sono stati fatti anche per attirare inversioni straniere nel paese. Credi sia così?

Dovremmo vedere i primi passi del nuovo governo. Forse i due modelli (megaprogetti ed economia campesina, ndr) potrebbero non essere incompatibili, però bisognerà vedere come le nuove autorità interpreteranno l’accordo che è stato firmato, e se inizieranno una politica di sviluppo che sia integrale, delle comunità rurali sorpattutto. Non so come andranno le cose.

Ci sono stati degli annunci generali che vengono dai programmi elettorali del partito che ha vinto che spingono alla promozione di agroindustria e progetti di questo tipo. Questo fa pensare che ci possano essere periodi di conflitti sociali abbastanza tesi, soprattutto nel tema de erradicación forzosa de cultivos ilicitos.

Fino ad ora si era utilizzato il tema della volontarietà che permetteva anche di avere delle compensazioni economiche; pare che questo modello si voglia riformare e questo creerà sicuramente delle proteste. Vedremo pure come sarà il tema del modello di sviluppo, che di solito è legato alla mineria illegale, che spesso è una forma di riciclaggio di denaro. Vederemo che succederà e quali saranno le linee di azione del nuovo governo.

Un altro dei grandi temi degli accordi di pace, tanto in Guatemala come in Colombia, è quello della giustizia di transizione, ovvero dei crimini commessi durante il conflitto armato interno.

In Guatemala molti processi sono arrivati a giudizio; non ultimo il caso Molina Theissen che è arrivato a giudizio solo qualche mese fa, dove 4 militari sono stati contannati per crimini di lesa umanità. Come si stanno gestendo i processi di giustizia di transizione in Colombia dove il conflitto armato è appena terminato? Quali sono le prospettive future?

È appena terminato anche se c’è ancora un tavolo aperto con l’ELN; non ci sono più le FARC che è diventato partito politico, ma la pace è ancora tutta da costruire. Non si sarebbe mai pensato anni fa, ma dobbiamo dire che il Guatemala ha fatto e sta facendo scuola in tema di giustizia transizionale, anche se effettivamente sono passati molti anni da quando sono stati commessi i fatti.

Se pensiamo al caso Molina Theissen che tu menzionavi, ma anche il caso Sepur Zarco e il caso Genocidio Ixil, sono tutti casi che sono riusciti ad avanzare nel sistema di giustizia nazionale. L’esempio guatemalteco ha aperto una breccia nel muro dell’impunità. A me sembra che il Guatemala ha fatto passi da gigante all’interno di un sistema di giustizia nazionale normale. È vero che hanno creato i tribunali di “alto rischio”, ma sono tribunali normali, non sono tribunali creati ad hoc. Direi che è stata un’esperienza incredibile.

In Colombia c’è un meccanismo che è stato accordato dalle parti. L’architettura di questo meccanismo è molto complessa e ha creato molte aspettative, ma chissà se si riusciranno a soddisfare.

Quel che sta iniziando a funzionare è il fatto che, secondo le dichiarazioni del ministro della difesa che ho letto qualche giorno fa, più di 1500 militari hanno manifestato di accettare la competenza della JEP, jurisdición especial para la paz.

Qualche giorno fa c’è stata anche la prima udienza delle FARC dove si è iniziato a raccontare la verità su alcuni crimini comessi e finalmente restituire verità e giustizia alle vittime. Ovvio, è ancora presto per fare un bilancio. Ci sono anche dei cambiamenti annunciati che bisognerà vedere come veranno portati avanti, però finalmente possiamo dire che le vittime possano cominciare ad avere giustizia.

Con la Comisión de busqueda de desaparecidos, di conoscere dove sono stati fatti sparire i propri cari, di conoscere la verità o addirittura di avere giustizia. Certo, la giustizia non arriverà per tutti, questo lo sappiamo; ma simbolicamente il fatto che si inizino ad avere udienze in tema di giustizia transizionale mi sembra una cosa straordinaria.

Dall’ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani stiamo cercando di appoggiare questo sforzo in tutti i modi che ci competono. Noi abbiamo 19 presenze su tutto il territorio nazionale; abbiamo aiutato la Comisión de la verdad ad andare in giro per il paese a spiegare il loro mandato e il loro ruolo. Se la gente fuori da Bogotá non sa dell’esistenza di questi meccanismi, non sapranno mai cos’è la giustizia, né che cos’è la verità. Credo che questo sia un momento straordinario e dall’ufficio siamo determinati ad appoggiare questo sforzo.

Pare che la comunità internazionale risponda sempre con molta empatia ai temi di giustizia di transizione, mentre sembra rispondere con meno entusiasmo ai temi di difesa di terra e territorio. Come sta rispondendo la comunità internazionale ai temi più caldi in Colombia?
Io già in Guatemala avevo notato un buon coordinamento con la comunità internazionale su vari temi; ovviamente su alcuni temi più che su altri. Quando ho lavorato in Guatemala, questo coordinamento ha funzionato molto bene in particolare per la protezione dei difensori dei diritti umani, della libertà di espressione e la lotta contro l’impunità e contro la corruzione.

Credo che ormai in tanti abbiano capito in particolare con la lotta contro l’impunità che deve essere un continuum, per i reati del passato che ancora sono rimasti impuniti e quelli del presente in tutte le sue forme. Su questo ho trovato molti paesi della comunità internazionale abbastanza uniti.

Per concludere, qual è la tua fotografia per descrivere chi è un difensore dei diritti umani?
C’è una definizione che ti da la Dichiarazione che è “difensore è qualsiasi cittadino che difende uno o più diritti fondamenti”; chiunque li difenda diventa difensore. Questo è lo spirito della dichiarazione. Sappiamo che è una definizione così amplia che finisce col diventare un po’ vaga, un po’ generica.

Non sono certo io che dall’Alto Commissariato certifica chi è e chi non è un difensore dei diritti umani, però il punto è che la difesa dei diritti umani è un diritto e un valore centrale dello stato democratico di diritto. Chiunque, una voce comunitaria soprattutto, che lotta per una scuola o per un centro di salute, se lo fa pacificamente, diventa un difensore dei diritti umani e merita il riconoscimento dello stato e l’appoggio delle istituzioni nazionali e internazionali. Non è una professione ma una espressione di valori.

Nella definizione più ristretta, come succede in Colombia per esempio, si fanno numeri, ma il mondo della difesa dei diritti umani è molto più amplio di quel che si vuole racchiudere in dei numero.

Coloro che non sono leader come li chiami? Se tu fai un’azione pacifica durante una manifestazione, sei un difensore dei diritti umani! Magari non sei un leader e non entri nella “contabilità”; ma che vuole dire, che non hai fatto nulla? C’è da recuperare il dibatto sulla centralità della difesa dei diritti umani, con o senza la leadership.

Noi pensiamo di promuovere una cultura di difesa dei diritti umani con pronunciamenti ad alto livello delle autorità in favore dei difensori, riconoscimenti pubblici ai difensori dei diritti umani, ed altre azioni che possano contribuire a che si capisca che i difensori sono voci che costruiscono la democrazia, anche se poi possiamo avere differenze idiologiche o di qualsiasi altro genere.