Intro

di Simone Mestroni e Maria Tavernini

Tra i vari tormentati conflitti di lunga durata che costellano il mondo contemporaneo, la vicenda del Kashmir non è probabilmente tra le più raccontate dai media internazionali e, ancor meno quindi, da quelli italiani.

Eppure questo territorio incarna singolarmente una disputa che coinvolge tre potenze nucleari -India, Pakistan e Cina- le quali reclamano vicendevolmente aree situate al di là di confini non chiaramente delineati e riconosciuti, segnalati sostanzialmente solo dalla presenza di eserciti tra loro ostili, che, come di recente avvenuto in Ladakh, sulla cosiddetta Line of Actual Control (LAC, la frontiera indo-cinese), si riflette in saltuari scontri di bassa intensità.

La situazione è ancora più complessa sulla Linea di Controllo (LoC), il confine non riconosciuto che divide il Kashmir pakistano (denominato da Islamabad “Azad Kashmir” Kashmir libero) da quello Indiano (J&K), sul quale gli scambi di colpi artiglieria sono un fatto ordinario da più di 70 anni.

L’annessione del Kashmir in realtà è il pomo della discordia tra le due nazioni fin dalla loro nascita, nel 1947, a seguito della quale è immediatamente esploso il primo conflitto indopakistano, seguito dal secondo nel 1965, e alla guerra di Kargil nel 1999.

A questo livello formale di conflitto permanente, a partire dalla fine degli anni ’80, si è aggiunta la pratica di infiltrazione nella parte indiana di gruppi armati di matrice islamista addestrati in Pakistan, e soprattutto la cosiddetta “militancy”, un fenomeno per cui, negli anni ’90, migliaia di ragazzi kashmiri hanno imbracciato le armi per combattere per l’indipendenza (Azadi) o per l’annessione al Pakistan a seconda del gruppo di guerriglia a cui appartenevano.

Le cifre riguardanti le vittime di quest’ultima fase del conflitto sono stimate tra 40mila e oltre 100mila, e a queste si aggiungono diffuse violazioni dei diritti umani, stupri, torture e una capillare militarizzazione del territorio da parte dell’esercito indiano.

La stessa India, nell’immaginario e nella percezione di chi è nato e cresciuto negli ultimi decenni, ha assunto ormai i tratti di un’occupazione straniera, che implementa la sua sovranità attraverso la violenza delle forze armate, di fatto legittimata da leggi draconiane come l’Armed Forces Special Power Act e il Public Safety Act.

La questione etnico-religiosa si è inoltre impressa chiaramente come matrice identitaria del conflitto: i due discorsi nazionali che si contendono il Kashmir e la sua popolazione (in gran parte di fede islamica), richiamano infatti la polarizzazione tra induismo e islam: una frattura cristallizzatasi a livello politico grazie al “divide and rule” implementato nell’epoca coloniale britannica fino a metà del secolo scorso.

Il Kashmir, in questo contesto simbolico, incarna territorialmente la questione irrisolta della spartizione del subcontinente, sancita dalla controversa “teoria delle due nazioni”, per la quale le comunità nazionali di India e Pakistan si definivano, per approssimazione maggioritaria, sul piano confessionale.

In questa morsa politica, militare e identitaria, l’ideale “dell’azadi”, (libertà in lingua urdu), coniato agli albori della lotta separatista e rivelatosi istantaneamente un cavallo di troia per le inferenze pro-pakistane nel discorso indipendentista, si è comunque radicato nella sfera emotiva, nella struttura profonda del sé della popolazione: un contaminazione sospinta da un lato appunto dalla preesistente affiliazione all’Islam, dall’altro, non meno importante, dall’approccio repressivo e violento di Delhi nella gestione del dissenso.

Oramai, dopo 30 anni di occupazione, di mesi coprifuoco, di manifestazioni, scontri e martiri, nel sentire comune della vallata, musulmano e induista sono diventati sinonimi di vittima e carnefice, ed è nell’evidenza di questa associazione che le dinamiche antropologiche del conflitto, quindi in primo luogo la volontà di rivalsa, trovano modo di perpetuarsi nella loro sisifea ciclicità.

foto di copertina da Kabristan-Land of Graves di Simone Mestroni
Cronologia
Storia di un conflitto

1846 Con il trattato di Amritsar, controfirmato dalla Compagnia delle Indie orientali, viene costituito il principato del Jammu&Kashmir. I territori di Jammu, la valle del Kashmir, il Ladakh e il Gilgit vengono sottoposti al dominio della dinastia induista dei Dogra.

1931 Prima insurrezione organizzata delle masse musulmane kashmiri contro il dominio Dogra. Sheikh Abdullah, appoggiato dal Mirwaiz Yousuf Shah, emerge come leader nella mobilitazione.

1938 Sheikh Abdullah cambia il nome della Muslim Conference in National Conference, avvicinandosi a una politica di stampo secolare influenzata dal legame con il futuro presidente dell’India Nerhu.

1940 Con la risoluzione di Lahore Jinnah delinea l’idea di Pakistan, futura patria per i musulmani del subcontinente.

1946 Sheikh Abdullah lancia la campagna “Quit Kashmir” contro il Marajà Hari Singh.

1947 Il 14 e il 15 agosto viene dichiarata l’indipendenza di Pakistan e India. Durante le migrazioni di massa da una parte all’altra del confine esplode la violenza interconfessionale. Il Marajà del Jammu&Kashmir, Hari Singh, rimanda la decisione inerente l’annessione, fino ad ottobre, quando le milizie irregolari supportate dal Pakistan invadono il principato dal lato occidentale, dando inizio alla prima guerra indo-pakistana. Il 26 ottobre il Maraja firma per l’annessione all’India e il giorno successivo le truppe di Delhi vengono aviotrasportate a Srinagar.

1948 Il presidente dell’India Nerhu riporta la questione del Kashmir all’ONU.

1949 Viene definita la Cease Fire Line, futura Line of Control. L’ONU emana una dichiarazione secondo cui la questione dell’annessione dovrà essere decisa attraverso un referendum. In ottobre l’autonomia del Jammu&Kashmir, la porzione indiana dell’ex principato, viene riconosciuta attraverso l’articolo 370 della costituzione. L’inferenza di Delhi nella vita politica dello stato è formalmente limitata alla difesa, agli affari esteri e alla comunicazione.

1951La National Conference di Sheikh Abdullah vince le prime elezioni statali.

1953 Sheikh Abdullah rimette al centro del dibattito politico il discorso dell’autodeterminazione e viene arrestato dalle autorità indiane con l’accusa di cospirazione antinazionale.

1965 Secondo conflitto indo-pakistano. Alcune migliaia di militari pakistani si infiltrano nella vallata portando a un conflitto di ampia scala. Il supporto nella vallata è però relativamente scarso e l’operazione fallisce.

1966 Da una fronda del Plebiscite Front, Maqbol Bath fonda il National Liberation Front, futuro JKLF.

1971 Il terzo conflitto indo-pakistano si conclude con la disfatta del Pakistan. Il Pakistan Orientale diventa l’odierno Bangladesh.

1975 L’accordo tra Indira Ghandi e Sheikh Abdullah sancisce un’ulteriore erosione dell’autonomia dello stato del J&K.

1984 Maqbol Bath viene giustiziato a Delhi.

1987 Le elezioni statali vengono palesemente segnate dai brogli. Masse di giovani vengono reclutati nel JKLF e attraversano la LoC per essere addestrati in Pakistan.

1988 Inizia l’insurrezione di massa in Kashmir: manifestazioni, scioperi e coprifuoco sono all’ordine del giorno.

1989 Nasce Hizbul Mujahideen (HM), il principale gruppo armato di chiara ispirazione propakistana.

1990 Jagmohan diviene governatore del J&K e impone l’AFSPA (Army Forces Special Act). Con la strage di Gaw Kadal, in cui vengono uccisi circa 100 manifestanti, inizia il periodo più violento della storia recente della vallata. Nello stesso anno i Pandit kashmiri emigrano in massa verso Jammu e altre zone dell’India.

1993 Il Mirwaiz, capo religioso sunnita della vallata fonda la Hurryat Conference, un conglomerato di organizzazioni di matrice islamica orientato a rappresentare le istanze separatiste a livello internazionale.

1994 Il JKLF di Yasin Malik abbandona ufficialmente alla lotta armata.

1999 Con la guerra di Kargil si sfiora un nuovo confltto di ampia scala tra India e Pakistan, entrambe due potenze nucleari.

2006 Il presidente pakistano Musharaf propone la sua “formula a quattro punti” per la risoluzione della questione kashmiri.

2008 Crisi politica legata al pellegrinaggio di Amarnath. Una nuova mobilitazione di massa coinvolge le generazioni cresciute negli anni della guerriglia. L’intera estate sarà segnata da scontri, con centinaia di feriti e decine di vittime.

2010 Dopo la morte di Tufail Matoo, ucciso dai militari a giugno, esplode una nuova protesta di massa che durerà circa cinque mesi.

2016 A luglio Burhan Wani, giovane e carismatico leader di Hizbul Mujahideen, viene ucciso dall’esercito indiano. Le proteste e gli scontri si protrarranno fino all’inizio del 2017, con migliaia di civili feriti.

2019 Il 5 agosto, con una mossa inattesa del governo guidato dal nazionalista indù Narendra Modi, il territorio del Jammu&Kashmir viene smembrato in due parti, entrambe formalmente incluse nell’Unione Indiana.

Ritratto di un antenato in un negozio di alimentari di Srinagar (da Kabristan-Land of Graves di Simone Mestroni)
Breve storia di una buffer-zone

La storia contemporanea del Kashmir è contrassegnata, nell’immaginario degli abitanti della vallata, da una susseguirsi di congiure portate a termine dalle autorità politiche di volta in volta al potere, ai danni di una mai consultata volontà popolare.

La stessa nascita del principato, nel 1846, è sancita da una scandalosa vendita del territorio in questione, da parte degli inglesi, ad una dinastia induista di Jammu, in cambio della non inferenza nel processo di colonizzazione.

Qui si è definito geograficamente l’oggetto della disputa che si protrarrà, in diverse vesti, fino ai nostri giorni; ma soprattutto si è sancito il dominio di una minoranza induista su un’area a maggioranza musulmana, questione che si innesterà sia nelle politiche comunaliste britanniche, sia nelle fasi successive.

E’ però a partire dal 1947, quindi dalla Spartizione degli ex domini coloniali inglesi e la nascita di India e Pakistan, che la storia dei complotti e dei tradimenti si infittisce.

Nel momento in cui i sovrani degli ex principati si trovano a dover scegliere l’annessione a l’uno o l’altro stato nazionale in base all’appartenenza confessionale, il J&K, contiguo al futuro confine, ha la peculiarità di avere una maggioranza musulmana governata da un marajà induista.

Questi, in seguito ad un’invasione di truppe irregolari supportate da parte pakistana, firmerà per l’accesso all’India.

Temporanea o meno, questa scelta, dalla quale scaturirà istantaneamente il primo conflitto tra le due neonate nazioni, verrà vincolata da una risoluzione ONU secondo la quale la popolazione dell’ex principato avrebbe dovuto prima o poi decidere, attraverso un referendum la sorte del territorio.

Una risoluzione controfirmata dallo stesso presidente Nerhu, che però non è mai stata onorata, e che come in altri contesti d’intervento dell’agenzia, ha sostanzialmente fatto in modo che il conflitto fosse formalmente congelato.

Un altro tradimento, insomma. Ma forse ancora più lampante, nella memoria storica, rimane l’arresto del primo ministro e principale alleato di Delhi nella vallata, Sheikh Abdullah, nel 1953, alla quale seguirà una prima erosione dell’autonomia costituzionale dello stato: fino ad allora l’inferenza di Delhi aveva formalmente riguardato solo i settori delle telecomunicazioni, le relazioni internazionali, la difesa e la moneta in uso.

Lo stesso Abdullah, una volta ammorbidito dal carcere, verrà poi reintegrato nella politica locale: il suo accordo con Indira Ghandi (1975) segnerà un’ulteriore integrazione rispetto all’amministrazione indiana, e a tutti gli effetti un catalizzatore del malcontento delle masse musulmane che vedevano la loro leadership formale sempre più lontana dal rappresentare le istanze referendarie e separatiste. Non a caso è in questi anni che il Jammu&Kashmir Liberation Front e Jamaat-e-Islami, con le loro diverse modulazioni dell’ideale indipendentista (rispettivamente democratico-secolare, e islamista) si radicano nella società della vallata.

La svolta da cui è poi scaturita l’insurrezione di massa, in questo susseguirsi di manipolazioni dello status del Kashmir, la rinveniamo però con le elezioni del 1987, segnate da oramai confermati brogli a svantaggio del Muslim United Front, un partito che raccoglieva le istanze irredentiste e pro-referendarie sostenute un’ampia varietà di posizioni e organizzazioni.

E’ qui che la già fragile relazione tra la circolazione di idee nella vallata e la loro rappresentazione nella politica parlamentare si sfalda definitivamente, aprendo le porte alla cosiddetta militancy, la guerriglia armata contro l’occupazione indiana, la quale, pur ridimensionata nei numeri rispetto agli anni ’90, si trascina fino ai giorni nostri.

Fino all’estate del 2019 il pilastro costituzionale sul quale si reggeva l’autonomia del Jammu&Kashmir rispetto all’Unione Indiana, per quanto come visto ridimensionata a più riprese, era un articolo della costituzione Indiana, l’articolo 370, il quale definiva formalmente la peculiarità dello stato e dei suoi cittadini.

Uno dei termini più significativi di articolo, riguardava l’esclusività del diritto ad acquisire proprietà e terreni nell’ex principato per coloro che ne erano residenti permanenti, detentori quindi di un documento chiamato State Subject Certificate.

La norma era in realtà stata ripresa dall’epoca coloniale, ma nel progetto del presidente Jawaharlal Nerhu e del suo Congress Party, mirava a tutelare il carattere maggioritario islamico della regione, facendone in qualche modo un simbolo dell’aspirazione secolare del nazionalismo indiano.

In parallelo questa prospettiva, formalmente portata avanti dal Congress Party, il partito che ha dominato per settant’anni la scena politica del subcontinente, si era però delineata sempre più chiaramente un’ideologia di stampo etnonazionalista indù, consolidatasi in organizzazioni come l’RSS e la sua emanazione parlamentare, il BJP.

Per queste organizzazioni il Kashmir, con il suo carattere a maggioranza islamica, più che un tratto di cui fregiarsi (la cosiddetta corona del multiculturalismo Indiano), era una zona da riconquistare e riassorbire nel progetto dell’Hindutva, ossia di un’egemonia culturale e politica dell’induismo.

In questo senso l’abolizione dell’articolo 370 e la diluizione del carattere islamico del Jammu&Kashmir era da anni stato nel programma del BJP, il quale nel maggio 2019, con un’ampia maggioranza di voti, aveva avuto il suo secondo mandato sotto la guida di Narendra Modi.

Intorno ai primi giorni dell’agosto dello stesso anno si erano manifestati degli anomali segnali, nonostante la situazione nella vallata fosse relativamente tranquilla: spostamenti di truppe, evacuazione dei turisti, improbabili allerta per attacchi terroristici.

La mattina del 5 agosto, come già si mormorava nelle fitte disquisizioni politiche degli abitanti della vallata, il Jammu&Kashmir si risvegliò come parte integrale dell’Unione Indiana: l’articolo 370 era stato abolito, la specifica costituzione dello stato era stata eliminata e, mossa ancor più inattesa, il Ladakh, la parte a maggioranza buddista dell’ex principato, era diventato uno Stato a sé stante.

Ritratto di uno “stonepelter” in un tempio induista abbandonato vicino Fateh Kadal, Srinagar (da Kabristan-Land of Graves di Simone Mestroni)
Kashmir, di Andy Spyra
Un racconto per immagini

Il progetto fotografico di Andy Spyra, realizzato nella valle durante le rivolte del 2008-2009

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