Sognando di rivedere il mare

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24 ottobre 2018

Aram e Yussuf: dalla guerra in Siria alla pace in Germania

“All’inizio non riuscivo a pensare a nient’altro. Era un’ossessione, mi sentivo terribilmente in colpa per il resto della mia famiglia che era rimasta in Siria”. Aram sorride mentre rulla una sigaretta che accende subito dopo. “I primi mesi sono stati difficilissimi qui in Germania. Sai da un lato mi sentivo al sicuro quindi era come se adesso mi potessi permettere di pensare ad altro che non fosse solo sopravvivere. Poi pian piano mi sono abituato. Ti abitui a tutto”.

Aram ha 33 anni, viene da Lattakia, la più grande città portuale della Siria vicinissima al confine turco ed è arrivato in Germania nel 2015. Aram è uno dei tantissimi migranti e rifugiati ad essere entrati nel paese proprio in quell’anno, in un momento in cui l’Europa più solidale guardava con ammirazione alle politiche di accoglienza della Cancelliera Merkel.

Nel settembre 2015 è arrivato a Bonn dove ha cominciato a costruirsi una vita frequentando i corsi di lingua, affittando un mini appartamento e partecipando a molte iniziative culturali.

Nel suo appartamento, mentre racconta della famiglia lontana, fissa lo schermo del laptop. “Adesso ho imparato a farmi bastare Skype. Non penso a quello che non ho, almeno ci provo. La cosa più difficile è guardare i miei nipoti. Uno aveva tre anni quando sono andato via… era un bambino, capisci? Ora va già a scuola e mi riconosce a stento. La piccola invece non l’ho mai conosciuta”. 

È laureato in Economia, ha un master in Banking & Finance e lavorava al Ministero delle Finanze. Poi un giorno, erano finite le scuse per posticipare la leva obbligatoria ed è diventato un disertore. A quel punto ha provato a nascondersi, ma non era una soluzione sostenibile.

“Non volevo andare ad ammazzare la gente, non fa per me. E poi dovevo lavorare per la mia famiglia. Se fai il servizio militare non sai mai quando finirà né quanta gente sarai costretto ad uccidere. Io ho studiato economia, voglio lavorare normalmente”.

Mentre racconta di un tempo che sembra ormai lontanissimo, arriviamo in un bar con vista sul Reno fra i più noti di Beuel, un quartiere di Bonn al di là del fiume, subito dopo il famoso ponte Kennedy. Lì ci aspetta Yussuf, 28 anni, originario di Aleppo, ama ascoltare la versione curda di Bella Ciao. Yussuf ha finito gli studi per diventare dentista mentre fuori la città veniva bombardata. La calma con cui lo racconta è sorprendente. Anche lui è partito per scongiurare la leva obbligatoria, anche lui è arrivato nel 2015.

“Ho preso il C1 di tedesco, passato il primo dei due esami che mi servono per esercitare la professione di dentista in Germania e ho preso la patente. Non l’avevo nemmeno in Siria!”, dice orgoglioso mentre brinda con la sua Kölsch appena servita.

“Ora devo ricominciare a studiare per l’ultima prova che è anche la più difficile perché dovrò spiegare in tedesco cosa farei in varie situazioni del mio mestiere. Non è semplicissimo eh!”, dice Yussuf ridendo.

“Anche io mi sono iscritto per prendere la patente. In Siria l’avevo ma qua non vale niente e devo ricominciare da zero”, continua Aram che adesso lavora part-time in un doposcuola per bambini e continua i suoi studi per ottenere un titolo valido in Germania.

“Ho sempre sognato di venire a studiare qui. Certo però non mi aspettavo di venirci da profugo a causa della guerra”, ride Yussuf prima di domandare ad Aram come sia stato il suo viaggio dalla Siria all’Europa.

“Mi ha aiutato il mio vicino di casa. Ho dato i soldi a lui e mi ha detto di farmi trovare un certo giorno ad una certa ora in una piccola città della Turchia da dove partono le navi da crociera dei turisti. Dovevo sembrare un turista anche io quindi mi hanno vietato di portare qualsiasi cosa: sono partito in maglietta, pantaloncini e occhiali da sole. Ti rendi conto? Stavo lasciando il mio paese forse per sempre e non avevo manco una valigia”,  spiega Aram con un misto di amarezza e ironia. “Avevo il terrore che la gente percepisse la mia paura, ma è andato tutto liscio. Sono salito sulla nave, sono stato portato in una stanza con altre persone e siamo rimasti nascosti per quattro giorni. Arrivati in Grecia, sono sceso con gli altri turisti. Da lì ho proseguito a piedi verso la Macedonia lungo la rotta che avrebbe portato me e mio fratello in Germania ”, conclude.

 

“Quanto hai pagato?”, chiede Alicia, la ragazza di Yussuf cresciuta in Germania ma nata in Polonia.

“Duemila euro. Ma ho viaggiato al sicuro, su una nave vera”. “Cosa? Così poco per un viaggio così sicuro?”, lo interrompe Yussuf sorpreso “Io ho pagato 2500€ e ho viaggiato comunque su un gommone. Ho pagato così tanto perché mi avevano promesso che sarei stato al sicuro e c’erano con me solo altre nove persone. Il viaggio è durato poco e ho potuto portare uno zaino. Ad Atene sono rimasto tre mesi ma le condizioni erano terribili. Ho pagato per avere dei documenti falsi e sono venuto in aereo”, racconta con una certa soddisfazione.

“In inverno i viaggi costano meno. Hai più chance di morire. I più poveri non hanno alternative”, spiega Yussuf prima di perdersi in qualche altro pensiero.

 

“Se passo l’esame di lingua tedesca e inizio un master, dovrei essere al sicuro coi documenti. Sto anche lavorando, quindi in teoria…”, Aram vive nella costante paura di perdere il diritto a rimanere in Germania. Lingua e lavoro dovrebbero mettere al riparo da eventuali espulsioni anche secondo le norme che dovrebbero entrare in vigore a breve.

Nel 2015 in Germania sono stati registrati poco meno di 2 milioni di nuovi arrivi, mentre circa 860mila persone hanno lasciato il paese. I dati ufficiali dell’Ufficio Federale di Statistica nel marzo 2016, alla vigilia del controverso accordo UE-Turchia, annunciavano che al netto erano stati registrati 1.14 milioni nuovi ingressi. Questo dato si è dimostrato il più alto nella storia della Repubblica Federale dal secondo dopoguerra.

Era il tempo in cui la Cancelliera Merkel, respingendo ogni accenno di deriva nazionalista e xenofoba, ripeteva lo slogan “Wir schaffen das”, ce la faremo.

Era il tempo in cui intere famiglie tedesche si precipitavano nelle stazioni centrali cariche di giocattoli e cartelloni per accogliere i nuovi arrivati. Le immagini della stazione di Monaco fecero il giro del mondo, testimoniando una apertura che nessun altro Paese europeo ha mai dimostrato.

I dati più recenti riportano che nel 2017 in Germania sono stati registrati oltre 186.000 richiedenti asilo, mentre nel 2016 erano circa 280mila. A fine 2017 gli stranieri presenti nel paese erano 10.6 milioni, ma la maggior parte proveniva da Polonia, Romania e Bulgaria (non da paesi terzi).

Le nazionalità costantemente presenti fra le 5 più registrate dal 2014 al 2017 sono: siriana, afghana e irachena. L’Afghanistan viene indicato come il secondo paese di provenienza nel 2016 e il terzo nel 2017 e nell’intervallo di tempo considerato quasi 220.000 afgani sono arrivati in Germania. Nonostante ciò, continuano i rimpatri verso quello che -parzialmente- viene considerato “paese terzo sicuro”. Uno di quelli che ha fatto più scalpore è avvenuto lo scorso luglio quando un ragazzo di 23 anni, che da otto viveva in Germania, si è suicidato dopo l’arrivo a Kabul dove era stato deportato insieme ad altre 68 persone.

Lo scorso uno ottobre la coalizione al governo ha raggiunto un accordo su una legge che, fra l’altro, si occuperà di migrazione. L’intenzione è quella di “rispettare il principio della separazione fra richiedenti asilo e migrazione per ragioni economiche”, l’obiettivo primario reclutare manodopera qualificata per il mercato del lavoro tedesco ed offrire una sorta di seconda chance a chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo ma non può essere deportato nel paese di origine. Attualmente sarebbero almeno 33 milioni gli stranieri registrati nel sistema di previdenza sociale tedesco.

Ma non sempre è facile ricevere la giusta protezione, come ricorda Alicia che rompe il silenzio. “Pensiamo che siano robot. Arrivano qui, noi diciamo cosa fare, loro lo fanno e basta. Se commettono un errore, siamo pronti a metterli alla gogna ma nessuno si preoccupa del trauma che molte persone devono affrontare. C’è chi vede morire la propria famiglia prima o dopo il viaggio, chi perde i genitori dopo essersi messo al sicuro, chi si ammala di nostalgia e solitudine. Aram e Yussuf sono fortunati perché hanno incontrato molti amici e hanno una vita normale. Altri sono chiusi in centri che somigliano a delle prigioni e non sanno da dove iniziare la cosiddetta integrazione”.

Prima di salutarci mi dicono che sognano di viaggiare, di andare in Sicilia. A Aram manca il mare e vuole rivederlo dopo anni, Yussuf vuole provare il cibo “perché è simile a quello siriano” e nel frattempo viaggia fra Olanda e Francia dove vivono altri due suoi fratelli che la burocrazia continua a tenere al di là delle frontiere.

Per entrambi, la speranza di vivere un giorno insieme a quel che resta delle proprie famiglie è una ferita che non si rimargina, un dolore con cui hanno imparato a convivere.