Criptopolitica: Telegram, la Bielorussia e le lotte sociali digitali

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10 Febbraio 2021

Telegram, a cavallo tra spionaggio e diritto all’informazione: gli attivisti in Bielorussia la stanno usando per coordinare le azioni contro il regime

Il 24 maggio 1844 Samuel Morse spediva il primo telegramma della storia, inviando un messaggio da Washington a Baltimora. Il dispaccio conteneva una citazione biblica dal libro dei Numeri: What hath God wrought! (“Che cosa Dio ha creato!”, tda.). Oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, si parla di Telegram, un’applicazione di messaggistica e rete virtuale sulla quale viaggiano messaggi privati e notizie, a cavallo tra spionaggio e diritto all’informazione. Gli attivisti in Bielorussia la stanno usando per coordinare le azioni contro il regime autoritario che contestano. Ma il legame tra tecnologia e mobilitazioni in giro per il mondo va al di là di questo caso.

di Bibbi Abruzzini Marchal, tratto da Café Babel.it

Sono mesi che i cittadini bielorussi si radunano a Minsk e in altre parti della Bielorussia per chiedere che Aleksander Lukashenko si dimetta dalla posizione di Presidente. In effetti, è dal 9 agosto scorso – ovvero, da quando Lukashenko, al potere dal 1994, è stato dichiarato vincitore delle ultime elezioni presidenziali – che il paese è scosso dalle proteste. Secondo una fetta consistente della popolazione e Svyatlana Tsikhanouskaya, volto dell’opposizione ormai in esilio, si è trattato di un voto truccato.

Ana* ha 21 anni e milita nell’Associazione studentesca bielorussa: «Ho visto con i miei occhi gli eventi del 9 e 10 agosto scorso. Mia madre mi chiese di fare attenzione e di non andare. Ma come potevo? La sera delle elezioni ho visto per la prima volta granate, gas e armi. Questa dittatura ci sta portando via la nostra gioventù», racconta.

Per aver partecipato alle proteste, Ana è stata obbligata a lasciare il suo appartamento e addirittura il paese. Lo stesso è accaduto a molti dei suoi amici e colleghi, in prigione o “auto esiliati” in Lituania, Polonia ed Estonia. «Abbiamo lasciato il paese in emergenza per non essere detenuti. Sono quasi due mesi che vivo esiliata, perché le autorità mi considerano un pericolo pubblico. Ma non ho mai fatto nulla di illegale».

Dall’inizio delle proteste, più di 25 mila bielorussi sono stati fermati temporaneamente o arrestati. Centinaia di persone sono state ferite negli scontri con la polizia per le strade. Il 15 novembre scorso, la polizia di Minsk ha fermato in custodia più di 300 persone in un solo giorno. Insomma, le autorità hanno represso duramente le manifestazioni, in gran parte pacifiche. Secondo quanto riportato dal Washington Post, le piazze sono state riempite da 200mila persone.

«Ho 21 anni. Ho vissuto sotto Lukashenko per tutta la mia vita: gli anni dell’asilo, il liceo, i primi anni di università, la laurea in giurisprudenza […] Non ho mai visto veri partiti politici, delle elezioni senza brogli, una democrazia senza tirannia. La normalità in Bielorussia è vivere senza pensare alla libertà […] La Bielorussia è un paese libero da ogni libertà» sentenzia Ana, prima di continuare: «Voglio tornare a casa, e presto. Ci sono ancora proteste in Bielorussia adesso, ma stanno cambiando forma. I bielorussi non vogliono accettare che le loro voci vengano rubate di nuovo. Ci chiudono in prigione per 24 ore, ci picchiano, avviano processi penali, ma noi continuiamo a lottare».

Con un accesso ad internet limitato e con la polizia che usa granate stordenti, gas lacrimogeni e manganelli, la società civile e gli attivisti in Bielorussia stanno utilizzando metodi sempre più “criptati” e innovativi per coordinare le loro attività. Per molti di loro la risposta è Telegram.

Telegram, amato dai movimenti di protesta

Telegram, “l’applicazione ribelle” appare nel 2013 in Russia, lanciata dai fratelli Nikolai e Pavel Durov, fondatori di VKontakte, uno dei più grandi e popolari social network in Russia e nei paesi dell’ex URSS. Fin dall’inizio, Telegram si posiziona come un mezzo di comunicazione affidabile e sicuro, convincendo i propri utilizzatori grazie a un sistema di chat crittografate che proteggono dall’eccessiva curiosità delle forze di sicurezza – una caratteristica molto richiesta in Russia, così come nei paesi confinanti. All’epoca solo Telegram utilizzava la cosiddetta “end-to-end-encryption” con messaggi auto-cancellati. È il motivo per il quale, purtroppo, oltre a attivisti bloccati da Facebook, Instagram e YouTube, anche sostenitori di ideologie estremiste – dai negazionisti del Covid-19, fino al presidente Lukashenko stesso e, più in generale, i teorici della cospirazione -, hanno trovato casa su Telegram. Come dire: il social dilemma.

Negli ultimi cinque anni, Telegram è cresciuto a una velocità notevole, raggiungendo 500 milioni nel gennaio del 2021. Ogni giorno, in media, altri 1,5 milioni di persone si iscrivono. In Bielorussia i canali più popolari contano quasi 2 milioni di iscritti (tutto questo, in un paese con meno di 10 milioni di abitanti). Insomma, tutti sembrano utilizzare Telegram: dai politici dell’opposizione che rilasciano comunicati stampa, fino ai giornalisti che si scambiano informazioni, passando per gli attivisti che cercano consigli su come muoversi, difendersi e protestare.

Usare Telegram è già un atto di protesta

«Anche i miei genitori usano Telegram, un fatto che è di per sé una forma di protesta», spiega Lavon Marozau, ex-professore universitario oggi attivo nell’organizzazione giovanile RADA in Bielorussia. Purtroppo, a causa della situazione politica e delle restrizioni imposte dallo stato alla libertà di associazione, RADA è stata liquidata nel 2006 per decisione della Corte Suprema.

Da allora, però, opera in modo “underground” come molte altre organizzazioni giovanili e di attivisti repressi dalle autorità. Nel 2014, RADA ha registrato un ufficio tecnico in Lituania per fornire sicurezza legale e rendere il suo lavoro più trasparente. «Abbiamo creato un modulo di Google, una sorta di “lista della spesa personalizzata” nell’evenienza di un arresto di uno dei nostri associati, che recita cose del tipo: porta del cibo al mio gatto, portami quei libri, delle sigarette…

Qualsiasi cosa uno pensi di aver bisogno una volta rinchiuso in prigione». Per il suo anonimato e la sua discrezione, Telegram è uno strumento ovvio per condividere informazioni sensibili all’interno di collettivi e movimenti sociali. I cosiddetti newsgroups – canali tematici o chat segrete con tanto di timer di autodistruzione per i messaggi – sono infatti tutti criptati. Per accedere bisogna essere “un individuo di fiducia”, conoscere qualcuno interno al gruppo ed essere invitati. Insomma, in Bielorussia, Telegram è il filo conduttore tra una moltitudine di reti e giovani attivisti. I membri di certi gruppi, che in questo articolo preferiamo non nominare, ricevono ogni giorno le ultime informazioni urgenti e importanti: dal rilascio di amici, alle condizioni di detenzione, al numero di prigionieri politici o giovani attivisti rinchiusi dietro le sbarre (sono 147 a dicembre 2020) del KGB, i servizi segreti di Lukashenko.

In un flusso di informazioni semi-continuo, Lavon condivide cronache di ingiustizia e violenza, ma anche di speranza e innovazione. I messaggi sono spesso accompagnati da immagini, testimonianze e strategie. Qualche nota o commento, ma soprattutto una documentazione indipendente in un contesto dove la propaganda regna sovrana: «Non è una rivoluzione, si tratta del nostro diritto alla protesta. Il diritto di dire “non siamo d’accordo”, settimana dopo settimana. Come aiutarci da oltre confine? Basta spiegare ai vostri amici cosa accade qui in Bielorussia».

Innovazione: da Telegram all’intelligenza artificiale

Se Telegram è uno strumento fondamentale in Bielorussia, più in generale lotte sociali e tecnologia sembrano andare sempre più a braccetto. Un nuovo studio di Forus in collaborazione con l’Università di Lisbona, mostra infatti come l’azione della società civile stia assumendo forme diverse, con l’innovazione come punto focale. «Adattarsi alla rivoluzione digitale è una delle maggiori preoccupazioni e sfide per le reti della società civile. Non sorprende che molte delle innovazioni individuate dagli intervistati nello studio, siano in qualche modo legate all’uso e agli strumenti digitali: piattaforme di apprendimento online, uso dei social media per campagne di sensibilizzazione, forum virtuali. La pandemia Covid-19 ha solo accentuato questa tendenza a sfruttare al meglio gli strumenti digitali per consentire l’azione collettiva quando le forme tradizionali di protesta e mobilitazione non sono possibili», afferma Ana Luisa Silva, autrice dello studio.

In tempi di Covid-19, tutto questo avviene anche in paesi pienamente democratici. In Lituania, per esempio, emergono nuovi spazi di discussione online. In Uganda, si crea un Manifesto dei cittadini per aumentare e sostenere la partecipazione democratica.

In Brasile, Il Pacto pela Democracia usa “la tecnologia come alleato per avvicinare i cittadini alla politica”, nel tentativo di contrastare le tendenze alla polarizzazione che, paradossalmente, molti di questi strumenti digitali hanno creato. In Portogallo, l’Accademia dello sviluppo riunisce diversi attori – società civile, imprese, università per creare opportunità di collaborazione e di apprendimento congiunto. E, infine, la Nigeria e la Finlandia – due paesi molto diversi fra di loro – guardano entrambi verso l’intelligenza artificiale per risolvere i problemi legati ai conflitti territoriali, al cambiamento climatico e alle aggressioni sessuali.

Insomma, sembrerebbe che le reti, i movimenti sociali e i cittadini vogliano combattere la tendenza a costruire “filter-bubbles”, termine coniato dall’attivista Eli Pariser sullo stato di isolamento intellettuale derivante dai risultati degli algoritmi che dettano ciò che incontriamo online. C’è un reale bisogno di generare nuovi spazi di discussione, che avvenga attraverso Telegram o il vecchio codice Morse, poco importa.

Questo articolo fa parte di una collaborazione con Forus International, una rete globale di organizzazioni della società civile che lavora per l’uguaglianza e la giustizia. Si ringraziano: ABONG, Coordinadora, NNNGO, FINGO, Lithuanian NGDO platform, Plataforma ONGD, RADA, Belarus Student Association, Ana Luísa Silva, Lisbon School of Economics and Management per la collaborazione.

*Ana – il nome é stato modificato per garantire l’incolumità dell’intervistata._