Il Dio Marte croato

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9 luglio 2018

Ripubblicata la raccolta di racconti dello scrittore Miroslav Krleža, cantore della Grande Guerra e della rivoluzione del 1917

Miroslav Krleža, Il Dio Marte croato, Milano, Hefti edizioni, 2017.

Ricorre quest’anno il centenario della fine della Grande guerra e sarà interessante capire come le celebrazioni si relazioneranno a queste anniversario rispetto a quello dell’inizio del conflitto, quattro anni fa.

Sarebbe lecito chiedersi se si spenderanno più energie a commemorare lo scoppio o la fine del primo dei devastanti conflitti che avrebbero segnato il XX secolo europeo. Il 1918 rappresentò anche l’inizio del nuovo assetto europeo e l’ascesa dello stato-nazione, causa e insieme conseguenza della disfatta dei grandi imperi multinazionali.

“Il Dio Marte croato”, una raccolta di racconti dello scrittore zagabrese Miroslav Krleža, per la magistrale traduzione di Silvio Ferrari, ripubblicata dalla casa editrice Hefti, offre al lettore proprio un affresco nitido del mondo mitteleuropeo agonizzante nel fango delle trincee della prima guerra mondiale.

La prosa di Krleža è densa di toni apocalittici, di sangue e umori, della brutalità e della disumanizzazione della guerra.

La violenza della sua descrizione, tuttavia, non è solo una conseguenza delle barbarie a cui il giovane Krleža assistette sul fronte galiziano, nel lembo di terra che oggi si insinua tra Polonia e Ucraina e un tempo era il confine orientale dell’Impero austro-ungarico, ma una denuncia dell’ingiustizia che travolse le classi inferiori della società, usate come carne da cannone.

Questa denuncia nasceva sulla spinta dell’Idea che lo scrittore venne a conoscere proprio durante quel conflitto: il socialismo della rivoluzione del 1917 che si propagava sui campi di battaglia, predicando che il nemico non stava dall’altra parte della trincea, ma alle spalle del fronte, in quei meccanismi che spingevano i contadini alle morte.

Krleža era un figlio della cultura dell’Europa di mezzo: nato a Zagabria, aveva frequentato l’Accademia militare a Pecs e a Budapest, parlava correntemente il tedesco. Come nota Ferrari nell’introduzione, ironia della sorte, si trovò a combattere strenuamente quello stesso mondo, per distruggere l’impero e la “prigione dei popoli”.

Fin da prima della guerra Krleža era stato un seguace dell’idea jugoslavista, che lo aveva portato già nel 1912 a disertare dall’esercito austroungarico per tentare di arruolarsi a Belgrado e partecipare alla liberazione dei Balcani dall’Impero ottomano. Verrà considerato un provocatore e respinto.

Ma durante la Grande guerra, quando conobbe “le parole d’ordine rivoluzionarie, prima sul fronte e poi negli ospedali militari di Zagabria”, iniziò a narrare i diseredati, carne da cannone di interessi altri.

A trentadue anni, nel 1925, al ritorno da un viaggio in avanscoperta in Unione Sovietica, scrisse un libro dal contenuto letterario-idelogico, due capitoli del quale si trovano tradotti all’interno del presente volume.

Krleža raccontava la conoscenza di uno spazio immenso dove si costruiva il “Sesto continente”, l’URSS, attraverso le pennellate di un racconto corale che rappresenta un affresco intrigante della vita moscovita dell’epoca, su cui aleggia la figura di Lenin, morto un anno prima.

Durante un tratto del viaggio che intraprese in treno, come avrebbe riferito molti anni dopo a Ferrari, fu colpito da un uomo dalle labbra carnose e sensuali, che si alzava nervosamente per andare a parlare con gli altri delegati di partito. Era Antonio Gramsci e lo avrebbe rivisto a Mosca, nella sala dove si teneva la V sessione dell’Internazionale comunista allargata.

In un affascinante saggio posto in chiusura del volume Ferrari mette a confronto l’opera scaturita dall’esperienza di Krleža in Unione Sovietica con quelle di altri due intellettuali, Walter Benjamin e Joseph Roth, che negli stessi anni raccontarono dei loro viaggi alla scoperta del “mondo nuovo” sovietico che molti avevano sognato e che si sarebbe rivelato molto diverso dalle aspettative.

Roth e Benjamin, entrambi esuli, videro solo l’inizio della seconda guerra mondiale. Il primo, in fuga dalla Francia occupata e terrorizzato dal mancato arrivo di un visto che gli avrebbe permesso di raggiungere gli Stati Uniti, pose fine alla sua vita.

Roth, che aveva lasciato la Germania in concomitanza con l’ascesa del nazismo e ne aveva decretato la fine, si spense, la sua salute consumata dalle sofferenze. Come conclude Ferrari, Krleža sarebbe stato l’unico dei tre a rimanere “a fare i conti con il comunismo, dall’interno per quanto gli fu possibile e comunque accettando la propria quota di responsabilità per aver continuato a partecipare a un movimento che, dopo gli anni ‘40, era diventato governo e poi regime nel paese”.

A Ferrari va il grande merito di aver contribuito alla diffusione in Italia delle opere di Miroslav Krleža, un rapporto non facile, quello del nostro paese con l’afflato pannonico del grande scrittore croato.

Una incomprensione che riaffiora nell’ultima lettera grondante sarcasmo che Krleža consegnò al traduttore attraverso un magnetofono, nella quale lo invitava a eliminare o ridurre la sua prefazione, per far sì che lo scrittore non “appaia pateticamente comico, un mendicante che a tutt’oggi non è riuscito a conseguire neppure l’obiettivo di essere stampato nella lingua di un popolo confinante con il suo paese”. Krleža sarebbe morto cinquanta giorni dopo, ma negli anni successivi, in traduzioni firmate da Silvio Ferrari, sarebbero uscite in italiano altre quattro delle sue opere.