La sfida catalana

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28 settembre 2018

Intervista a Marco Santopadre, autore del saggio ‘La sfida catalana’

Marco Santopadre è un attento osservatore delle vicende basche e catalane. Quando si dice attento osservatore, a volte, si pensa a chi raccoglie informazioni e poi elabora una serie di analisi o teorie su tutto quello che ha studiato e raccolto. Marco Santopadre ci aggiunge un elemento indispensabile per un saggio di informazione: va fra la gente, conosce i posti, vive le atmosfere, respira la politica. Per questo La Sfida Catalana è un libro che diviene punto di approdo per quanti vogliono capire di più, per tutti quelli che già hanno nozioni e vogliono approfondire. I tipi sono quelli di PGreco. Il 2 ottobre avrò il piacere di dialogare con Marco alla Libreria Les Mots, a Milano, Via Carmagnola angolo Via Pepe, dalle 18.30 alle 20.00.

Marco, dove nasce la passione per la questione catalana?

Seguo la questione catalana ormai da decenni, insieme a quella basca e ad altre. Da sempre nutro un forte interesse nei confronti delle nazioni senza stato e dei movimenti di liberazione nazionale. Considero la questione nazionale uno dei temi centrali da indagare e approfondire. Per lungo tempo ci hanno raccontato che, in epoca di globalizzazione, lo stato era destinato a scomparire e che quindi non avevano più alcun senso neanche le rivendicazioni nazionali dei popoli senza stato. Nel continente europeo tutto si sarebbe risolto, era l’azzardata previsione, all’interno di una dimensione sovranazionale che avrebbe puntato sul decentramento e sull’autogoverno delle “regioni” e dei territori, superando all’interno dell’Unione Europea la funzione degli stati e depotenziando le cosiddette spinte separatiste.
Ma è successo esattamente il contrario. Da una parte il processo d’integrazione europea ha svuotato di sovranità i governi e le istituzioni statali, espropriate a vantaggio delle istituzioni comunitarie e degli organismi tecnocratici, dall’altra nel nostro continente è in corso un processo di ricentralizzazione che accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati e ne amplia le funzioni coercitive e di controllo.
L’esplosione in termini di massa della questione catalana dimostra quanto, nell’Unione Europea del XXI secolo, la questione nazionale sia tutt’altro che superata. In vari territori d’Europa, la lotta per l’autodeterminazione rappresenta un formidabile motore di mobilitazione popolare e costituisce uno strumento attraverso il quale alcune classi sociali – in particolare i cosiddetti ‘ceti medi impoveriti’ e le classi popolari pesantemente colpite da anni di austerity – manifestano un disagio e un desiderio di rottura (per quanto sicuramente ambiguo e indefinito) nei confronti dell’attuale assetto dominato dallo svuotamento della democrazia formale a favore di una governance gestita da istituzioni sovranazionali che non prevedono né la legittimazione né il consenso popolare.

In un quadro in cui dilagano il razzismo identitario, l’individualismo e l’autoritarismo mi sembra sia il caso di valorizzare un movimento popolare catalano che, al di là delle differenze ideologiche e valoriali interne, è in generale caratterizzato da una visione progressista e da pratiche di solidarietà e mobilitazione collettive. Noi usiamo il termine “nazionalismo” in senso univoco, ma dovremmo imparare a differenziare il nazionalismo di stato xenofobo e reazionario – ad esempio quello spagnolo – da quello incarnato da ampi movimenti popolari che veicola istanze di liberazione nazionale ma anche sociale.

Il primo di ottobre di un anno fa è stato un momento che ha visto grande attenzione e diffusione di notizie, anche false, anche nel dibattito spicciolo dei social. Perché secondo te? Persone che non avevano seguito le vicende del centralismo e delle autonomie si sono scoperte vogliose di discutere.

“La sfida catalana” è nato dall’esigenza di raccontare innanzitutto gli eventi di un anno fa: le grandi mobilitazioni popolari, gli arresti, la repressione, il voto, lo sciopero generale, il commissariamento delle istituzioni catalane. I media mainstream, che a lungo hanno ignorato quanto accadeva a Barcellona, sono stati ad un certo punto costretti a puntare i riflettori sulla Catalogna di fronte all’entità di quanto avveniva. Ma si sono dimostrati spesso impreparati, superficiali e guidati più dal pregiudizio che dalla volontà di spiegare fenomeni complessi e che affondano le loro radici nel tempo. Ho cercato quindi, nel libro, di spiegare perché e come si è arrivati al referendum del Primo Ottobre del 2017. Molti miei colleghi si sono limitati a copiare e incollare le versioni ufficiali diffuse dal governo spagnolo e dalla stampa mainstream iberica, spesso infarcite di banalità e false informazioni. E così anche tante persone che erano incuriosite o preoccupate dai fatti catalani non hanno avuto a disposizione un livello d’informazione ed analisi adeguato.

Una domanda d’indipendenza che guarda alla Repubblica, un nazionalismo che si è trasformato in qualche cosa di diverso? Quale la tua impressione nell’inchiesta che hai scritto?

Il movimento indipendentista catalano attuale è qualcosa di molto diverso da ciò che è stato il nazionalismo catalano storico. Fino all’inizio di questo decennio, in Catalogna gli indipendentisti erano una minoranza che si aggirava intorno al 10-15%. L’impatto della crisi economica e della sua gestione liberista e autoritaria da parte dei governi locali e statali, e lo shock causato dall’affossamento del nuovo statuto di autonomia hanno causato un terremoto ideologico e politico in Catalogna. Centinaia di migliaia di persone che non erano nazionaliste hanno cominciato a considerare una Repubblica catalana come uno strumento utile alla rottura di uno status quo soffocante. Potremmo parlare di un “nazionalismo di necessità”. Oppure di un “approccio non nazionalista all’indipendentismo” che privilegia le potenzialità di cambiamento sociale e di rigenerazione democratica che una rottura nazionale può liberare. Molti indipendentisti formatisi nell’ultimo decennio danno più importanza alla democrazia sostanziale, alla partecipazione, alle riforme sociali e al welfare che all’inno o alla bandiera.

 

C’è stato un momento in cui il fronte indipendentista si è sentito tradito, parlo della società. Lo diceva una sociologa catalana: se i leader vi deluderanno farete fatica a continuare a lottare. Sei d’accordo?

Io non parlerei di tradimento. Piuttosto utilizzerei la categoria dell’inadeguatezza soggettiva e oggettiva per descrivere il passo indietro del governo catalano dopo una proclamazione della Repubblica più volte posticipata nella speranza dell’apertura di un impossibile dialogo con Madrid e con l’Unione Europea. Le classi dirigenti catalane, abbandonate dalla grande e da gran parte della media borghesia che si sono schierate a favore dello status quo e che ora sperano che Manuel Valls riporti ordine e disciplina a Barcellona, erano inadatte a guidare il popolo catalano verso l’indipendenza. Puigdemont e i suoi ministri hanno fatto molto di più di quanto la loro provenienza politica, la loro tradizione culturale e la loro appartenenza di classe permettessero in precedenza di prevedere. Se il referendum si è effettivamente svolto è stato grazie all’egemonia che la sinistra anticapitalista catalana è riuscita a conquistare in anni di lotte e anche di presenza istituzionale, oltre che alla capillare e determinata mobilitazione popolare che non si è fatta irretire dalla repressione e dalla censura. Se i leader di partiti moderati e con una tradizione gradualista non conflittuale hanno guidato il più massiccio atto di disobbedienza civile e politica degli ultimi decenni in Europa lo si deve anche alla totale chiusura di una classe dirigente spagnola che, con il suo sciovinismo nazionalista, ha impedito l’apertura di una trattativa che avrebbe diviso il fronte indipendentista. I leader catalani, ma anche i movimenti popolari, erano impreparati di fronte alla reazione furiosa delle istituzioni statali appoggiate dall’Unione Europea e dalla Nato. Nonostante gli avvertimenti della sinistra indipendentista, i più erano convinti che i numeri della mobilitazione e l’atteggiamento totalmente nonviolento da parte dei manifestanti avrebbero convinto le istituzioni internazionali a intervenire su Madrid per obbligarla a risolvere la questione in modo democratico. Si è rivelata una vana speranza. Dopo il referendum le istituzioni catalane non hanno difeso la Repubblica tardivamente proclamata, ripiegando sulla difesa di un’autonomia commissariata da Madrid e sulla richiesta di liberazione dei prigionieri politici. La mobilitazione popolare continua, e il milione di persone scese in piazza per la Diada dell’11 settembre scorso ci dicono che il capitale umano e politico del Primo Ottobre non è disperso.
Però esiste il rischio che le divisioni e la competizione tra i due partiti maggiori dello schieramento indipendentista – il PDeCat ed Esquerra Republicana – sottraggano protagonismo alla mobilitazione sociale e rimandino sine die quel dibattito sui rapporti di forza e le forme di lotta, sulle priorità del progetto nazionale e sulla necessità dell’organizzazione popolare come elemento di reazione all’uso della violenza da parte delle istituzioni statali che finora si è sviluppato solo all’interno di ristretti circoli.

Il 155 e il carcere politico ha creato spaccature all’interno del fronte indipendentista. Ma a livello sociale quali sono le percezioni che hai raccolto tu?

Come dicevo dopo il commissariamento delle istituzioni catalane, con il conseguente scioglimento del governo e del parlamento di Barcellona e l’indizione delle elezioni del 21 dicembre scorso, le divisioni all’interno del governo catalano sono aumentate. Lo stesso PDeCat è diviso al suo interno, con Puigdemont che dall’esilio in qualche modo rivendica una continuità con la spallata indipendentista del Primo Ottobre e il suo stato maggiore che invece si attesta sulla difesa delle istituzioni autonome, facendo finta che il referendum e la proclamazione della Repubblica non siano mai avvenuti. Da parte sua ERC insiste su un “allargamento” del fronte favorevole all’autodeterminazione, attratta dai piccoli spiragli aperti dal nuovo governo socialista e guidata dalla volontà di scavalcare il PDeCat come partito egemone del fronte catalanista. La CUP, la sinistra indipendentista continua a chiedere di tornare allo spirito del primo ottobre, alla disobbedienza e alla mobilitazione, e denuncia i tentennamenti e le ambiguità di Torra, il Presidente della Generalitat.
Queste divisioni ovviamente incidono sul morale dei settori sociali, ma i giorni del referendum hanno creato sicuramente una dimensione popolare trasversale alle diverse appartenenze politiche e partitiche, anche grazie all’attività dell’Assemblea Nazionale Catalana e dei Comitati per la Difesa della Repubblica, o delle piattaforme per la liberazione dei prigionieri politici. Gli eventi dello scorso hanno da una parte prodotto frustrazione e in parte disillusione, di fronte all’impossibilità di raggiungere il risultato sperato, ma dall’altra hanno generato un livello maggiore di coscienza rispetto agli attori in campo, ai rapporti di forza, allo schieramento effettivo delle varie potenze mondiali. Ciò che succederà non sarà soltanto il frutto della capacità da parte degli attori locali di riprendere il conflitto e di individuare degli obiettivi di medio termine, ma anche del comportamento futuro delle istituzioni e delle classi dirigenti statali che fino ad ora si sono dimostrate “i principali alleati degli indipendentisti catalani”.