Serbia 1999 – 2019. Un’intervista a Iskra Krstić

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15 Maggio 2019

Speciale guerra in Kosovo, venti anni dopo – seconda parte

A 20 anni dalla guerra del 1999, Q Code Magazine ha intervistato Iskra Krstić, architetta e giornalista della testata Mašina, rispetto ai temi della memoria e dello spazio pubblico in Serbia oggi.

Nel 2019 ricorre il ventennale del bombardamento NATO in Serbia. Quanto questo tema è presente nel discorso pubblico? Gli edifici colpiti dai bombardamenti rappresentano dei luoghi della memoria o vengono ignorati?

Ogni anniversario è una nuova occasione per ricordare i bombardamenti sui media. Un anniversario “tondo” come questo rappresenta quasi un obbligo per i media, gli attori politici formali e gli abitanti. Quest’anno il tema dei bombardamenti è stata presente in modo evidente nel discorso pubblico.

Esiste un bisogno di reinterpretare le ragioni e le cause del bombardamento e di ripensare le sue conseguenze. Ciò che avviene continuamente in accordo con l’interpretazione attuale delle circostanze regionali e politiche in ambito economico e delle relazioni internazionali e sicuramente anche in accordo con gli interessi degli attori politici e il messaggio che desiderano inviare.

Ovviamente nei media ufficiali serbi domina una rappresentazione della Serbia come vittima innocente. I pochi media indipendenti si sforzano di dare un’immagine più sfumata, di interpretare i bombardamenti come l’ultimo atto in un dramma bellico nel quale si è dissolta la Federazione jugoslava, e di mettere in luce le responsabilità dei vertici dell’epoca delle ex repubbliche jugoslave nell’aver esposto i propri abitanti ai conflitti, alla sofferenza, alle distruzioni.

Un gran numero di edifici ad uso differente furono bombardati: militari, civili, economici, infrastrutture. Centrali elettriche, ponti, depositi industriali di materiali tossici. Anche l’edificio di una clinica ostetrica a Belgrado. La distruzione di molti edifici è un ricordo traumatico incancellabile. In via ipotetica la maggior parte si potrebbe commemorare come luogo del ricordo. Tuttavia, il loro numero e ragioni di funzionalità impediscono che si preservino come tali, anche nelle migliori intenzioni e con mezzi finanziari illimitati.

A Belgrado solo un piccolo numero di edifici è stato lasciato come un monumento e una testimonianza. La più evidente è l’edificio della televisione nazionale RTS al parco Tašmajdan. Il complesso della sede del Segretariato nazionale della difesa popolare (DSNO), conosciuto come Generalštab, è una delle creazioni architettoniche più interessanti ed espressive del tardo modernismo a Belgrado, l’unico edificio realizzato a Belgrado dal prof. Nikola Dobrović. Costruito tra il 1956 e il 1965, protetto come bene culturale dal 2005. Si trova in una posizione privilegiata, praticamente sul Boulevard Knez Miloš.

Per anni è rimasto in rovina. Una delle due costruzioni è stata pesantemente danneggiata durante i bombardamenti e attraverso ci è cresciuto un albero.

Di recente quella costruzione è stata parzialmente demolita, quindi il “campo è stato ripulito” per una nuova costruzione. Per ora non si sa cosa potrebbe sorgere lì – con ogni probabilità si tratterà di un lussuoso edificio di carattere commerciale. Si è parlato della possibilità di costruire un hotel al quale sarebbero interessati Donald Trump, lo sceicco Muhamed bin Zajed.
Le trattative non sono condotte dal ministero della Difesa, né dall’esercito, ma dalla Direzione per le proprietà della Repubblica di Serbia.

La demolizione, che costa circa un milione e mezzo di euro, è stata preceduta dalla messa in sicurezza per un valore superiore a mezzo milione di euro. Uno degli argomenti che le istituzione ufficiali menzionano a favore della demolizione è finanziario: riportare il complesso alla condizione precedente sarebbe costato il doppio.

I settori civile e professionale hanno cercato con molti sforzi di proteggere il Generalštab e di trovargli una nuova forma monumentale. Era allo stesso tempo sia un simbolo del modernismo in architettura, della modernizzazione estetica e industriale che – evidentemente – un simbolo della Federazione jugoslava e del suo esercito. Come altri edifici e complessi simili del periodo jugoslavo, la sua simbologia è esposta a interpretazioni conflittuali.

L’architetto Slobodan Maldini, supportato dall’Associazione degli architetti serbi, aveva cercato a suo tempo di iscrivere il complesso nei registri dei siti del patrimonio mondiale UNESCO. Ma sono in molti ad esprimere la loro contrarietà a tutto questo: all’industrializzazione, al socialismo autogestito, all’esercito popolare. Le loro reazioni sono ben illustrate da un commenti sui social network, che descrive l’edificio come un “mostro grottesco, vera perla del grigiore architettonico comunista”, sebbene si tratti di un esempio di regionalismo critico, e, ancora più paradossalmente di un edificio dal colore arancione opaco.

Il Generalštab

Gli anni ’90 sono state il periodo della distruzione dello spazio pubblico in Serbia in cui costruzioni illegali sono spuntate un po’ in tutta la città. Quanto la città è cambiato in senso urbanistico ma anche culturologico? Quali sono state le conseguenze sui suoi abitanti?

Negli anni ’90 i fenomeni più evidenti sullo spazio pubblico, sia nel centro vero e proprio che nei quartieri residenziali del periodo socialista sono state le sopraelevazioni degli edifici, la trasformazione dei pianterreni in negozietti e la fioritura dei chioschi. Le statistiche confermano che il 60% di quello che è stato costruito negli anni ’90 era illegale.

Le costruzioni incontrollate tuttavia non sono state il processo più invasivo negli anni ’90, ma solo uno dei segni di un periodo di collasso statuale ed economico. Alcune delle pratiche sulle quali sono basate le costruzioni abusive erano già presenti precedentemente, e non penso solo alla corruzione.

Il socialismo autogestito conteneva elementi di tipo socialista e capitalista, dunque sia dell’economia pianificata che di quella di mercato. E in parallelo esistevano prassi formali e informali di sviluppo urbano. Per esempio sebbene formalmente non esistesse un mercato immobiliare e dei terreni edificabili, dalla fine degli anni ’60 le costruzioni abusive sono state in parte tollerate.

Lo stato ha sempre più chiuso un occhi perché il sistema sociale dell’edilizia non riusciva a coprire la mancanza di superfici abitative (che fossero ereditate da epoche precedenti o di nuova costruzione) , in particolare nei centri di ogni repubblica. Dagli anni ’70 sono diventati accessibili i mutui individuali per la casa. Ai margini di Belgrado già a metà anni ’80 esisteva il più grande nucleo abitativo abusivo nei Balcani, Kaluđerica. Anche se in centro non si poteva costruire una veranda, a Kaluđerica vivevano allora 40mila persone.

Già negli anni ’80 furono approvate leggi che permettevano la conversione di atelier, terrazze e tetti in appartamenti. E la pianificazione urbana da allora ha iniziato ad adeguarsi alle richieste degli investitori. Nella cultura quotidiana, come nei media mainstream, si parlava sempre più degli insuccessi del modello economico socialista e dell’inevitabile accettazione del modello imprenditoriale e dei vantaggi dell’iniziativa privata e della proprietà privata.

Quindi negli anni ’90 delle prassi di sviluppo urbano informale già conosciute, anche se meno frequenti, si sono velocemente espanse. Come dicevo, è stato uno shock, ma allo stesso tempo meno scioccante della mancanza di generi alimentari, medicine, vestiti, fonti energetiche e della paura. Lo abbiamo vissuto come una dissoluzione temporanea del sistema nelle condizioni di isolamento economico e culturale dal resto del paese.

Quello che ci si aspettava è che dall’inizio degli anni 2000 questo volontarismo urbanistico sarebbe arrivato a dimensioni impensabili. Le sovraelevazioni sono tuttora problematiche, spesso anche per questioni di sicurezza. Ma al momento i problemi maggiori sono dati dal fatto che dominano l’urbanismo degli investitori con il patronato dello stato e che vengono privatizzate grandi estensioni di terreno edificabile nell’interesse di progetti di dubbia utilità per i cittadini.
Se una volta le sovraelevazioni erano fatte da gruppi minimamente privilegiati di investitori locali (il che, ripeto, è un male), oggi ad agire sullo sviluppo cittadino è la volontà dei possessori del grande capitale davanti alla quale l’abitante comune si sente insignificante, impotente e umiliato.

Affissione commemorativa a Belgrado per il ventennale del bombardamento Nato del 1999

In questi ultimi anni il movimento Ne davimo Beograd e altri simili, che si sono concentrati sulla lotta per i beni pubblici, sono stati molti attivi e significativi in Serbia e in altri paesi. Quanto questo ha contribuito alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e in quale frase ci troviamo?

È difficile dire, senza una ricerca apposita, quanto questi movimento urbani abbiano influito sulla sensibilizzazione dell’opinione pubblica e quanto sui gruppi di persone già precedentemente sensibili.

Mi sembra che i cittadini comprendono che molti fenomeno, come Belgrade Waterfront, le costruzioni illegali sugli argini della Sava, il taglio degli alberi sui viali cittadini, ecc. siano dannose. Ciò appare vicino in particolare quando avviene nel loro quartiere.

Dall’altra parte tutti i movimenti urbani aiutano ad articolare le cause dei problemi che sono emersi, alla loro osservazione in modo sistematico, e in questo senso sicuramente aiutano ad articolare la resistenza, dove esistono delle risorse umane.

Però non ci si può aspettare un deciso aumento della sensibilizzazione o una massificazione del movimento. I media sono stati ormai tutti privatizzati (con la legge del 2014) e sono nelle mani del grosso capitale, che rappresenta gruppi di interessi. I pochi media indipendenti, come mostrano i report internazionali ufficiali sulla libertà di stampa, lavorano in condizioni difficili.

Oggi la Serbia è un paese nel quale non è sicuro essere un giornalista.
 A ciò bisogna aggiungere il fatto che in Serbia per la maggior parte della gente anche la semplice sopravvivenza è un compito faticoso, che richiede molto tempo ed energie. Se uno lavora dodici ore, se ha un lavoro, oppure che è disoccupato e non ha né denaro né forze psichiche, non ci si può aspettare che partecipino ai lavori della società civile o che si organizzino in senso politico.

E anche se così non fosse, onestamente, bisogna riconoscere che le stesse premesse della società liberal-democratiche, in cui idealmente la società civile avrebbe diritto di sorvegliare e correggere gli atti istituzionale, spesso si trasforma nel gettare sulla società civile le responsabilità di compiere in maniera volontaria il lavoro per cui sarebbero responsabili le istituzioni.

Manifestazione nella capitale serba del movimento Ne davimo Beograd

A Belgrado si costruiscono o si pianificano nuove fontane, le illuminazioni per le festività prendono un costo sempre più alto del budget cittadino. Qual è il messaggio politico di questa ristrutturazione kitch dello spazio pubblico? Si va verso un modello alla macedone, in cui nel progetto Skoplje 2014, la città è stata invasa da nuovi monumenti?

Skoplje 2014 a prima vista è motivato dalla volontà del potere di rigettare l’eredità modernistica (internazionale e universalistica) e sottolineare l’identità nazionale basata sulla storia antica.

È particolarmente bizzarro per le dimensioni dei monumenti e le facciate di gesso eclettiche con cui sono stati ricoperti edifici modernistici in una città che, dopo il terremoto del 1964, è stata interamente ricostruite secondo le idee di Kenzo Tange. Se ci riflettiamo, sebbene si insista su una tradizione, il fatto che sia stata scelta e sottolineata una tradizione antica inventata trasforma il tutto in un simulacro: una copia priva di originale. Si tratta di un processo tipicamente postmoderno, e il risultato è un luna park al livello dei simboli, senza profondità e dannoso per il funzionamento della città (per esempio la circolazione dell’aria). A Skoplje dei conservatori assetati di passato divorano la contemporaneità.

I vertici belgradesi insistono meno sulla ritradizionalizzazione dello spazio urbano, e si inseriscono più apertamente nelle correnti urbanistiche ed economiche contemporanee, per come le vivono.

Certo, a molte vie sono stati restituiti i nomi prebellici, e sono stati inseriti molti monumenti che dovrebbero ricordare la storia nazionale serba. Il patrimonio architettonico modernista è trascurato e per la città sorgono palazzi con facciate eclettiche in gesso (in uno stile quasi-neoclassico). Ma si tratta di edifici residenziali, destinati a compratori che affermare una loro identità conservatrice, non sono esplicitamente parte di un esplicito progetto di stato.

A livello di dichiarazioni lo stato si ricollega al discorso del progresso e all’inserimento nell’economia dei servizi quando decora la città «secondo il modello» delle più grandi capitali europee con l’intenzione di «attrarre turisti» o come quando annuncia Belgrade Waterfront come la «Manhattan di Belgrado».

Si può discutere se le decorazioni per l’anno nuovo e la costruzione di un quartiere residenziale esclusivo sulla riva della Sava siano utili all’economia cittadina e agli abitanti – io penso di no – ma loro dalle loro posizioni amministrative li difendono con argomentazioni economiche e non identitarie.
Dall’altra parte coloro che si oppongono agli addobbi in città e all’enorme processo di ricostruzione (che comprende anche la costruzione di una funivia dalla fortezza di Belgrado, quindi con il danneggiamento di numerosi strati archeologici a Kelmegdan) alle volte cadono nella trappola delle politiche identitarie.

Le interpretazioni più banali si limitano alla sfera culturale. In questo caso i responsabili del kitch vengono accusati di essere primitivi, rurali, di avere uno spirito provinciale e un odio verso i centri urbani. Si traccia una linea tra «noi» cittadini e «loro provinciali» che distruggono la città perché non la conoscono e non la sopportano. Questa linea ha radici storiche: durante il ventesimo secolo gli abitanti di Belgrado si sono decuplicati, una modernizzazione intensiva della vita cittadina è avvenuta nel giro di alcuni decenni dopo la seconda guerra mondiale, prima della quale la popolazione della Serbia era in gran parte rurale.

Molti ci hanno messo davvero tanto ad accettare le abitudini di vita in una città densamente popolata, il che ha creato le premesse per uno spettro di critiche che vanno dalla simpatia al razzismo culturale.

Penso che i contro argomenti più significativi si trovino nella sfera della sociologia urbana e dell’economia. Per gli abitanti l’investimento più utile sarebbe quello nelle infrastrutture (di trasporto e comunali), l’ampliamento degli spazi verdi anziché la loro devastazione, l’investimento nel settore abitativo. Una città funzionale, una città di abitanti soddisfatti, attrarrebbe anche più turisti, se è questo il punto.

Il cantiere di Belgrade WaterFront


Cosa succede in queste attuali proteste contro l’attuale partito progressista, di centro-destra, al potere? Da una parte ci si riappropria dello spazio pubblico, dall’altra il tema dello spazio urbano è gradualmente scomparso e nello spettro politica si è fatta largo l’estrema destra.

Gli organizzatori all’inizio hanno cercato senza molto successo di presentare le proteste come frutto della cittadinanza e slegate dai partiti politici e dal governo precedente (il Partito democratico). Invece nelle ultime settimane sono emersi come leader delle proteste sono emersi dei politici provenienti da uno spettro che va dai conservatori (come l’ex sindaco di Belgrado Đilas) fino all’estrema destra (il presidente del partito Dveri, Boško Obradović).
In alcune tra le ultime proteste sono state espresse opinioni molto chiare: il discorso anti-migranti, il richiamo a virtù patriarcali e al nazionalismo, alla critica alla questione confinaria con il Kosovo.

Sicuramente queste posizioni inducono molte persone a non partecipare alle proteste. Ma non sappiamo quanti, tra coloro che sono in piazza, sono d’accordo con quelle posizioni espresse, e che considererebbero Đilas e Obradović delle alternative politiche desiderabili, e quanti invece partecipano alle proteste perché in tal modo esprimono il loro scontento verso la politica e le pratiche dell’attuale governo.

Quindi, sappiamo contro chi la maggior parte delle persone scende in piazza, ma non sappiamo con certezza per cosa. (NB: di recente anche l’ambasciatore norvegese in Serbia ha messo in luce le somiglianze di principio che esistono tra Đilas, Obradović e il Partito progressista. Per esempio nessuno dei partiti dell’Alleanza per la Serbia ha votato a favore del fatto che l’acqua potabile sia protetta in costituzione dalla commercializzazione).

Tra gli attivisti di sinistra da mesi durano le discussioni sul fatto di aderire o meno alle manifestazioni. Alcune organizzazioni sono scese in piazza alcune settimane fa e successivamente è stato formato il Fronte civico. La loro posizione è che partecipando alle proteste si sia ai cittadini presenti, che non voterebbero per la destra, una possibilità di informarsi dal vivo sull’esistenza di gruppi di sinistra, ai quali potrebbero affiliarsi. Altre organizzazioni sono convinte che non bisogni scendere in piazza in maniera organizzati per non dare legittimità e supporto agli attori di destra. Da una parte la gente è scesa di nuovo in pizza, ma dall’altro la piazza è solo una scenografia.

Sebbene l’annuncio della distruzione della fortezza di Belgrado e la chiusura del centro di Belgrado al traffico siano sicuramente dannose, e rappresentino un’ottima occasione per criticare il governo, lo spazio urbano non è centrale in queste proteste.

Una delle manifestazioni a Belgrado contro il governo

Da una parte in Serbia sono in atto fenomeno globali, come la privatizzazione dello spazio pubblico, dall’altra la narrazione politica è ancora incentrata su alcuni temi eterni legati al passato come il passato: come voi attivisti della vostra generazione vivete queste contraddizioni?

Io vivo il richiamo a categorie nazionali come una manipolazione. Le questioni identitarie vengono utilizzate per distrarre l’attenzione da quelle esistenziali.
Mettere in guardia da un nemico esterno e richiamare all’uguaglianza e all’unità nell’etnia è sempre un modo per omogenizzare una nazione, e mettere sotto il tappeto le divisioni di altro tipo – come quelle di classe e genere, per esempio. Spesso c’è semplicemente uno spin mediatico – mentre i popoli balcanici si occupano delle proprie liti, alle loro spalle vengono stipulati accordi e leggi penalizzanti.

In Serbia tutto quello che non è stato privatizzato viene svenduto. Come si vede dall’esempio di Belgrade Waterfront, sotto attacco c’è lo spazio pubblico, ma lo sono anche gli appartamenti, i fiumi, i boschi e la terra coltivabile.

Negli ultimi anni 3mila persone sono state sfrattate. In Serbia sono state pianificate alcune centinaia di piccole centrali elettriche che distruggono sia la natura che l’economia locale e che al massimo daranno il 3 % di energia elettrica.

Alcuni mesi fa è stato privatizzato il terreno del Complesso agronomico di Belgrado. Si potrebbe andare avanti così all’infinito… Secondo i dati EUROSTAT la Serbia è il paese con le maggiori diseguaglianze sociali in Europa. Solo l’1% degli abitanti guadagna oltre 900 euro al mese, mentre l’80 % meno di 400 euro, e il 40 % sotto i 200 euro.

Oltre metà dei giovani sono disoccupati. Il costo della vita, e in particolare le spese dell’abitare, non sono proporzionalmente così basse, il che significa che la maggior parte delle persone sopravvive appena. I servizi pubblici sono sempre peggiori, come le leggi sul lavoro e la protezione sociale. Per questo dal 2000 ad oggi quasi il 10 % della popolazione se n’è andata, e si stima che nei prossimi trenta anni lo farà almeno il 15 %.

Tra gli attivisti non esiste un punto di vista comune sul nazionalismo e sulla questione del Kosovo. Anche tra i gruppi che si dichiarano liberali o di sinistra ci sono dei sostenitori del nazionalismo, a partire da ragioni diverse (in alcuni casi come reazione alla globalizzazione economica e culturale).

I gruppi a cui appartengo, come anche molte altre persone che non si definirebbero attivisti, considerano che sventolare questioni nazionali e la questione del Kosovo, sia una strategia ipocrita delle élite politiche. La rabbia dei cittadini per la miseria cronica, come la rabbia del sapere che una fabbrica, della terra fertile, o una parte della città sono stati venduti viene preventivamente canalizzata in odio verso un nemico esterno.

Nel momento in cui la nazione viene continuamente caratterizzata come omogenea dal punto di vista etnico, viene resa impossibile una discussione pubblica sulla nocività delle divisioni su base economica.

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